31 marzo 2020 10:47

Mentre a New York l’epidemia di Covid-19 avanza rapidamente e le strutture sanitarie sono già in difficoltà, i medici e i ricercatori del Mount Sinai hospital, uno degli ospedali più antichi della città, si preparano a sperimentare un iter terapeutico d’emergenza e a monitorare fin da subito l’immunità sviluppata dalla popolazione attraverso un nuovo test sierologico.

È un test rapido e facile da eseguire, che potrebbe permettere di testare alcune migliaia di persone al giorno, spiega il virologo Florian Krammer. Insieme ai suoi colleghi della scuola di medicina del Mount Sinai, Krammer ha depositato nell’archivio MedRxiv la bozza di un piccolo studio sul test, in attesa di peer review, che raccoglie i primi risultati.

Il test cerca in modo selettivo nel siero del paziente alcuni degli anticorpi che si formano dopo che una persona è stata contagiata. Gli anticorpi del coronavirus riconoscono porzioni specifiche delle proteine a punta (spike) presenti sulla superficie del Sars-CoV-2 e che servono al virus per entrare nelle cellule e infettarle. Se gli anticorpi sono presenti significa che il sistema immunitario è già entrato in contatto con il virus.

Per ora è stato sperimentato sui campioni di siero di tre persone risultate positive al tampone faringeo e, come controllo, su 59 campioni raccolti prima dell’epidemia. I dati sembrano dimostrare che il test è sensibile e specifico per il nuovo coronavirus. Saranno necessari ulteriori studi per validare il test e per capire dopo quanto dall’inizio dei sintomi, o del probabile contagio, può essere efficace e affidabile. Tuttavia diversi ospedali newyorkesi sono già pronti a usarlo.

Medici immuni
Diversi laboratori in tutto il mondo, soprattutto in Cina, stanno accelerando la ricerca di test sierologici specifici per il nuovo coronavirus. Questi test non sostituiscono il test diagnostico (molecolare) del tampone, che individua la presenza o meno di materiale genetico virale, dando quindi la conferma dell’infezione in corso. Servono invece a capire se la persona è entrata in contatto con il virus e ha sviluppato le difese immunitarie forse in grado di proteggerla in caso di nuovo contatto.

Potenzialmente possono aiutare a rispondere a domande importanti per la salute pubblica, per esempio per sapere quante persone esattamente sono state infettate e quante di loro sono morte. Questi test potrebbero servire anche a individuare i medici, gli infermieri e le altre figure professionali in prima linea contro il Covid-19 che, avendo già sviluppato un’immunità, possono lavorare in maggiore sicurezza. O le persone che potrebbero interrompere il distanziamento sociale.

Sembra che debbano passare almeno otto giorni dopo l’insorgenza dei sintomi per intercettare la risposta anticorpale

Inoltre, spiega Krammer su Science, l’impiego a tappeto di questi test potrebbe fornire dati importanti per migliorare le previsioni sull’andamento della pandemia e monitorare la diffusione del virus nella popolazione, oltre ad aiutare a capire quanto dura l’immunità, che è una questione fondamentale per lo sviluppo di un vaccino.
Per altri coronavirus, spiega Krammer, si è visto che l’immunità può durare diversi mesi, ma dopo comincia a decrescere. E ancora non si sa se lo stesso vale per il nuovo virus. Sono stati riportati alcuni casi di persone in Cina e in Giappone guarite dal Covid-19 che, dopo un test molecolare negativo al virus, sarebbero state infettate di nuovo. Tuttavia è possibile che in realtà non si sia trattato di nuove infezioni, ma di test non validati o non eseguiti correttamente.

Per Nicholas Christakis, medico e sociologo che dirige lo Human nature lab all’università di Yale, sviluppare e distribuire i test sierologici è una priorità nazionale urgente. “Gli Stati Uniti hanno l’opportunità di non perdere tempo con questo tipo di test come abbiamo fatto con il test molecolare”, ha commentato sul Quartz.

Studi rigorosi
Ma perché sia davvero un’opportunità l’indagine andrebbe condotta su ampia scala, in modo coordinato e con test e protocolli validati. Per Elitza Theel, ricercatrice alla Mayo Clinic che sta valutando alcuni dei nuovi test per il coronavirus, è ancora presto per dire se sono affidabili.

Se i test non sono validati il rischio è di avere falsi positivi o falsi negativi. Per esempio il test può risultare positivo se una persona è stata infettata da un altro coronavirus, ma l’analisi non è abbastanza sensibile per distinguere i due patogeni. In questo caso la persona non sarebbe protetta dal Sars-CoV-2. Oppure può risultare negativo se il test sierologico è stato fatto troppo presto rispetto al momento del contagio, prima che il sistema immunitario abbia attivato la risposta. La persona potrebbe quindi, inconsapevolmente, estendere il contagio.

Sembra che debbano passare almeno otto giorni dopo l’insorgenza dei sintomi per intercettare la risposta anticorpale: qualsiasi test sierologico effettuato prima di questo arco di tempo potrebbe risultare negativo, anche se ci si sente male e si ha effettivamente contratto il virus. “Il gold standard per i pazienti gravemente malati è il test molecolare, e deve rimanere tale”, sostiene Theel. “Dobbiamo stare molto attenti a come usiamo i test sierologici”.

Negli Stati Uniti, scrive Quartz, già diciassette aziende hanno notificato alla Food and drug administration (Fda) la loro intenzione a procedere con la commercializzazione di test sierologici presso laboratori e ambulatori. Non ci sono ancora dati su quanti test siano già in circolazione e dove, e sull’uso che ne viene fatto.

Gli anticorpi contenuti nel sangue delle persone contagiate e guarite potrebbero essere usati anche per curare altri pazienti infettati dal virus: possono fornire una sorta di “immunità passiva” in attesa che il sistema immunitario generi i propri anticorpi. Alcuni ospedali, scrive Nature, si stanno già attrezzando per sperimentare sui pazienti più gravi le trasfusioni di plasma da persone guarite con alti livelli di anticorpi.

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Come annunciato dal governatore Andrew Cuomo, lo stato di New York sarà il primo negli Stati Uniti a usare sperimentalmente le trasfusioni di plasma da convalescenti. L’Fda ha approvato queste trasfusioni sulla base del principio della cura compassionevole in casi gravi da Covid-19. A New York il Mount Sinai hospital e l’Albert Einstein college of medicine saranno tra i primi ad avviare la sperimentazione.

Dalla Sars all’ebola
La trasfusione di plasma da pazienti convalescenti è una pratica che risale alla fine dell’ottocento, già adottata in diverse epidemie, come quella da H1N1 del 1918, la cosiddetta influenza spagnola, nel corso della quale l’immunità passiva venne testata su più di 1.700 pazienti. Nel corso dell’epidemia di Sars del 2002-2003 la trasfusione di plasma è stata sperimentata su un’ottantina di pazienti ricoverati a Hong Kong: quelli che per due settimane avevano ricevuto le trasfusioni avevano una probabilità maggiore di essere dimessi dall’ospedale. Altri studi clinici con un certo successo sono stati condotti durante l’epidemia di ebola, ma su pochi pazienti.

Quanto questa soluzione possa essere efficace contro il Covid-19 non è ancora del tutto chiaro. La Cina, come altri paesi, ha già avviato alcuni studi clinici, ma i risultati non sono chiari né conclusivi. Uno studio preliminare condotto su 13 medici clinicamente gravi aveva rilevato l’assenza del coronavirus dopo pochi giorni dalla trasfusione, ma le condizioni dei pazienti erano comunque peggiorate, forse perché la trasfusione era stata fatta troppo tardi per essere efficace.

Il plasma da convalescenti non si è rivelato efficace in ogni malattia studiata

Un altro studio pubblicato sul Journal of American Medical Association (Jama) ha raccolto risultati incoraggianti su cinque pazienti molto critici che hanno mostrato un miglioramento clinico. Come sottolineano gli autori “le dimensioni limitate del campione e l’impostazione dello studio precludono qualsiasi dichiarazione definitiva sulla potenziale efficacia del trattamento e queste osservazioni richiedono una valutazione negli studi clinici”.

Finché non sarà disponibile una terapia in grado di rallentare la progressione della malattia Covid-19 e un vaccino antivirale, la sieroprofilassi potrebbe rappresentare una speranza, ma per sapere se funziona serviranno analisi rigorose. Come specifica una nota dell’Fda: “Il plasma da convalescenti non si è rivelato efficace in ogni malattia studiata”. Inoltre può avere effetti collaterali dovuti in parte alle difficoltà di purificazione e produzione del plasma.

In questa corsa contro il tempo, condurre una sperimentazione clinica dovrebbe tenere conto delle priorità dettate dall’emergenza, senza perdere di vista il rigore degli studi per la sicurezza dei pazienti e per non sprecare risorse. Come ha dichiarato Ana Maria Henao Restrepo, dell’Organizzazione mondiale della sanità, sarà importante dare risposte in tempi brevi, cercare di capire cosa funziona e cosa no attraverso studi clinici controllati e randomizzati. La sfida è trovare il giusto equilibrio tra rigore scientifico e rapidità nell’affrontare un’epidemia di cui la comunità medico-scientifica sa ancora poco.