Due giorni nella vita di due persone innamorate. Il primo, quando tutto comincia, e l’ultimo, quando ci si lascia. A chi legge, la possibilità di immaginare cosa è successo in mezzo. In questa puntata: Caroline, 25 anni.

Il primo giorno

“È l’inizio dell’estate, ho appena preso il diploma e ho bisogno di soldi. Mio cugino lavora nel supermercato del nostro piccolo paese e gli passa il mio curriculum. È la prima volta che faccio la cassiera, mi piace, è un lavoro tranquillo e mi permette di pagare l’autoscuola per la patente. Il fatto di non essere in vacanza non mi dà fastidio, i ritmi sono sostenuti e non ho il tempo di annoiarmi né di rimpiangere i miei amici, del resto sono una tipa piuttosto solitaria. Inoltre sto cercando di dimenticare una rottura dolorosa. Mi sono separata dal mio primo amore, in quell’età in cui non si è ancora vissuto nulla di importante, ma si pensa che la vita è finita, che è la fine del mondo.

Faccio subito caso a questo cliente che viene tutti i giorni con un suo amico per comprare una birra o pacchetti di patatine. Ogni volta passa alla mia cassa, mi fa un sorriso e dice qualche frase di circostanza, sembra timido: ‘Ciao, come stai?’. ‘Ancora in giro?’, gli rispondo, non particolarmente ispirata. In realtà non abbiamo il tempo per parlare: spesso c’è la fila dietro di lui. Un giorno il suo amico viene da solo: ‘Lo sai, a Yann piaci molto’. La cosa mi fa piacere, mi ridà fiducia in me stessa. Lo trovo bello. Non molto alto, capelli corti e scuri, tatuato su mani e braccia, muscoloso senza essere palestrato, denti dritti e orecchini. È un’estate molto calda, porta sempre una polo con il colletto alzato e degli occhiali da sole sulla testa – ha un po’ l’aria da cattivo ragazzo, è perfetto per divertirsi.

Vedo che gli piaccio, ma non osa troppo parlarmi. A volte viene con il suo cane, un cucciolo di pastore tedesco. Adoro gli animali e ogni volta saluto il cane per poter scambiare qualche parola con lui. Ci giriamo intorno, aspetto che mi inviti a bere qualcosa, ma non succede.

Il 14 luglio è di nuovo alla mia cassa. Gli chiedo: ‘Stasera vai a vedere i fuochi d’artificio al lago?’. Non gli lascio il tempo di esitare: ‘Perché non passi a prendermi più tardi e ci andiamo insieme?’. Mi sorprende il mio coraggio nel rimorchiarlo, mentre lui sta lì, piantato in mezzo alle porte automatiche del supermercato che non riescono a chiudersi. Gli altri clienti in fila mi guardano divertiti e sembrano dirsi: ‘Però, che intraprendenza!’.

Quella domenica finisco alle 13, mi aspetta nel parcheggio del supermercato. C’è una friggitoria con delle sedie di plastica. Rimaniamo lì a mangiare patatine e a bere birra, parlando del suo cane e del mio gatto. Fuma erba, ha 29 anni, abita nella mia stessa città, non ha voglia di lavorare e passa dal sussidio di disoccupazione alle vacanze, ma non lo giudico, ha un modo di parlare che mi affascina.

Mi invita da un suo amico per continuare la serata, sul divano lo bacio, non penso al dopo, mi godo il momento, mi sento desiderata. Dopo quella sera non dormo più senza di lui, è un po’ geloso e possessivo. Tre giorni dopo vado a Lille con un’amica per fare un tatuaggio e un po’ di shopping. Non ho in programma di vederlo, ma ricevo un messaggio: ‘Che fai? Ti aspetto’. Pianto in asso la mia amica: ‘Si lamenta, devo andare, a volte esagera ma è così carino’. Interpreto tutto questo come un segno di attaccamento, ma avrei dovuto dirgli che avevo altri programmi e non sarei dovuta tornare”.

L’ultimo giorno

“Ho un coltello in mano, o lui o me. Penso: ‘Se si avvicina lo colpisco’. Non voglio diventare un’assassina, non voglio passare vent’anni in prigione a causa sua. È l’ennesima sera in cui preparo la cena sotto una raffica di rimproveri. Non vuole lavorare perché non ne ha voglia e non abbiamo molti soldi. Alla fine del mese non c’è più molto nel frigo. Gli propongo: ‘Ti posso fare questo?’. ‘No, no, non mi va, fai qualcosa di meglio’. Ma non c’è nient’altro. Mentre taglio le verdure mi critica, mi dice che sono la sua serva, che non valgo niente, che quello che preparo non è buono.

Mi insulta tutti i giorni, mi picchia una volta alla settimana, taglia le mie scarpe con un taglierino, strappa i vestiti che mi piacciono, salta sul mio computer, lancia candeggina al mio gatto. A capodanno mi minaccia con un coltello. Un’altra volta, mentre camminiamo per strada, mi spinge, io voglio andarmene, lui mi rovescia addosso un’intera lattina di birra, ne sono ricoperta dalla testa ai piedi.

Fatico a tenermi un lavoro. Faccio la cameriera in un ristorante elegante di frutti di mare, dimentico le posate giuste, sparecchiando svuoto il piatto di un cliente in quello di un altro sotto lo sguardo atterrito della responsabile di sala – faccio errori da principiante, anche se ho già fatto la cameriera. Il mio periodo di prova non viene confermato. Trovo un altro lavoro in uno studio contabile, le altre ragazze mi trovano triste e noiosa. Mi rendo conto che non vogliono starmi vicino, che mi trovano deprimente con i miei chili di troppo e i capelli che continuo a perdere.

Nella nostra cucina, con quel coltello in mano, alla fine mi calmo. Devo trovare una soluzione, scappare mentre non è in casa. Ha quasi finito il periodo del sussidio di disoccupazione e quindi è costretto a lavorare. Una mattina esce per un lavoro interinale, fingo di andare al lavoro anch’io, ma in realtà ho chiesto un giorno libero. Chiamo mia madre per farmi venire a prendere con la sua auto, le prometto che questa è la volta buona, che non tornerò indietro nonostante la paura, nonostante i suoi ‘ti amo, sei la donna della mia vita – puttana, ti uccido’ che urla sotto le finestre del posto in cui mi sono rifugiata. È una situazione di merda, sono vittima della sua possessività, non mi chiedo nemmeno più se è amore, ma solo come uscirne. La polizia non fa nulla. Presento cinque denunce al commissariato della nostra città, aspetto cinque volte nella sala d’aspetto fredda e malandata, ma non succede nulla. Non voglio far subire questa situazione a qualcun altro, potrebbe avere delle brutte conseguenze.

La mia fuga è organizzata come un’operazione speciale, il mio piano è cronometrato al secondo, so dov’è ogni oggetto a cui tengo e che voglio portare con me. Valigia, borsa, sacca. Metto i miei gatti nelle loro gabbiette, le chiavi nella buca delle lettere e me ne vado. Lui mi perseguita, tutti i giorni mia madre mi porta e mi viene a prendere al lavoro. Un giorno nel parcheggio c’è anche lui, partiamo di corsa ma lui ci segue e ci tampona a una rotatoria. Mia madre rimane lucida e si dirige verso il commissariato. Lui scompare. In seguito viene convocato dalla polizia, piange nella sala d’attesa di fronte a me: ‘Non voglio andare in prigione’.

Alla fine mi lascia in pace, ma l’esperienza mi segna. Non posso più giocare a fare la lotta con qualcuno perché scoppio subito a piangere. Avevo paura dell’abbandono: qualunque briciola di attenzione nei miei confronti la consideravo come un onore. Sembravo una ragazza forte, divertente, sexy, ma in realtà ero un pezzo di pane e mi sono fatta massacrare. Ha approfittato delle mie debolezze.

Non molto tempo fa l’ho incrociato alla cassa di un supermercato. Il mio cuore ha cominciato a battere all’impazzata, e di fronte al suo sguardo perverso ho sentito una scarica di adrenalina. Nei due giorni successivi la paura non mi ha mai lasciato. Ero ancora sua”.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

Amore che vieni, amore che vai è una serie del quotidiano francese Le Monde che racconta il primo e l’ultimo giorno di una storia d’amore. Qui ci sono tutte le puntate.

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