Due giorni nella vita di due persone innamorate. Il primo, quando tutto comincia, e l’ultimo, quando ci si lascia. A chi legge, la possibilità di immaginare cosa è successo in mezzo. In questa puntata: Alice, 42 anni.

Il primo giorno

“Sono in crisi. Sono stata appena licenziata dallo studio per cui lavoro. È la mia prima esperienza professionale, ci ho investito troppo. Ho avuto un’infanzia difficile e sono alla ricerca di una famiglia. I miei colleghi un po’ lo erano diventati e ora ho l’impressione di aver perso tutto. Sono triste, infelice, e reagisco a questo licenziamento anche dal punto di vista fisico: dimagrisco e perdo i capelli. Devo cercare un nuovo lavoro così compro il mio primo computer usato. In mezzo al mio monolocale meto uno schermo enorme, grande quanto una tv, la tastiera e il case.

È sabato sera, non esco, mi collego a internet, arrivo sull’homepage della Wanadoo. C’è una casella di posta per le email, le previsioni del tempo, e anche l’accesso a una chat. Una chatroom in cui tutti possono scrivere qualcosa o si può parlare direttamente con degli sconosciuti. Ce n’è uno, tale ‘bolla di sapone’, che attira la mia attenzione. Ci scriviamo subito molto, per tutta la sera, e poi nella notte. È più facile raccontare la propria vita a qualcuno che non si è mai visto. Non ricordo più esattamente cosa ci siamo scritti, ma lui riesce a leggermi dentro, capisce quello che provo. Non parlo mai di cose profonde, di come sono, non sono abituata a essere capita. Alle quattro del mattino sono stanca, vado a dormire, gli propongo di vederci il giorno dopo nel pomeriggio.

L’appuntamento è in un caffè chic, ma non ci vado con l’intento di piacergli, sono solo curiosa. Ho un cappellino da baseball per nascondere i capelli che sto perdendo, e la tuta troppo grande di mio cugino che è alto un metro e ottanta. Non mi trovo carina, anzi, penso di essere brutta. Lo vedo sul marciapiede e penso che è diverso da me: ‘Cavolo quanto è bianco’. Io sono nera. Sono cresciuta a Sarcelles, nel dipartimento della Val-d’Oise, una delle città più povere della Francia, dove c’è una grande varietà di persone. Non vedevo il bianco come un colore della pelle, ma come un simbolo di successo sociale.

Lui è bianco come quelli della tv, con il suo ciuffo mi fa pensare a James Dean, sembra un po’ Dylan della serie Beverly Hills 90210. Bianco, ben vestito, parla bene e ha l’aria da genero ideale. Bianco come si potrebbe dire biondo. Appartiene a una classe sociale più alta della mia, e questo mi sembra incredibilmente esotico. È ben educato, tipo piccola borghesia di provincia. Io invece sono una ragazza di periferia, figlia di una donna che per lavoro fa le pulizie.

Ci sediamo in una brasserie anonima accanto al locale troppo raffinato per noi. Mi racconta la sua vita di provincia a Évreux, una città nel dipartimento dell’Eure, e dei suoi primi tentativi di rimorchio su internet. Poi andiamo al cinema, e ci salutiamo sul marciapiede: saremo solo amici perché non veniamo dallo stesso pianeta.

‘Chiamami quando vuoi’, mi ripete per tutto il mese durante il quale ci vediamo diverse volte. Non mi rendo conto che mi sto affezionando. Una sera andiamo al ristorante, è una bella serata di fine estate, il tempo passa così in fretta che alla fine i camerieri ci chiedono di andarcene, siamo rimasti solo noi. Mi accompagna alla stazione della metro, poi ai tornelli, poi sulla banchina. Più la nostra separazione si avvicina, più il mio cuore si stringe, non voglio che vada via. il treno arriva nel tunnel, ‘oh no, sta per andar via’ e lo bacio. Sale sul treno con me fino alla stazione e poi se ne va.

Tornando a casa ho un po’ paura, non sono mai uscita con un bianco. Ho assimilato quella mentalità statunitense che si è diffusa anche nella mia zona, l’idea che non bisogna mescolarsi, che lui sarebbe visto male perché è bianco. Sono influenzata da questa frattura che s’impone sempre di più. Non mi vedo a uscire con un bianco nel senso di biondo, un bianco ricco. Mentre con un bianco di periferia non avrei problemi. I nostri mondi sono troppo diversi, mi sembra di tuffarmi in una piscina trattenendo il fiato. Sono turbata ma emozionata. Sono innamorata”.

L’ultimo giorno

“È una banca come tutte le banche francesi. Uno sportello dove andiamo per chiudere il nostro conto in comune. Usciamo dall’agenzia, poi ce ne andiamo. Non c’è un ultimo bacio, né un abbraccio del tipo ‘è finita ma è stato bello’. Cancello tutto, i messaggi, il suo numero, lo inserisco tra i contatti indesiderati, faccio terra bruciata. Non sono una romantica, mi ha fatto soffrire, deve andarsene. C’era già stata una prima rottura perché mi aveva tradita, e io ero andata a vivere da sola. Poi mi aveva chiesto di sposarlo, mi aveva offerto un anello di fidanzamento ed era tornato a vivere con me. Ma io dentro ero cominciata a crollare.

Una mattina mi sveglio pensando a un collega d’ufficio e mi faccio bella per lui. A quel punto confesso che qualcosa non va, che non dovrei fare una cosa del genere. La nostra relazione s’impantana, diventa come un tandem su cui ognuno pedala per conto suo, né con te né senza di te. E poi c’è questa Shirley, che lo chiama spesso. Per tre volte sono obbligata a chiedergli ‘ma chi è?,’ con un tono di voce sempre più alto. ‘È qualcuno che ho incontrato, è bella e molto femminile’. Sta per tradirmi ed è colpa è mia, perché non sarei abbastanza donna. È vero, non porto i tacchi a spillo, né la parrucca come le mie cugine. Sono una donna nera con poco seno e fianchi piccoli, che bella fregatura.

In realtà non sono abbastanza femminile perché ai suoi occhi ho tutti gli elementi che caratterizzano un uomo: sono manager, guadagno più di lui, sono proprietaria del mio appartamento, leggo più libri. Non sono quella piccola donna fragile che secondo lui dovrei essere. È assurdo distruggere una relazione per una questione di dominio maschile. Credevo ingenuamente che amare il proprio uomo volesse dire amarlo per quello che è: una bella persona, creativa e sensibile, intelligente, appassionata di Polnareff, attratta dalla musica e dall’arte. Ma ho capito che fare così significa non amare davvero il proprio uomo.

Il giorno prima della rottura sto ancora leggendo i libri di psicologia per provare a salvare la coppia. Ne apro uno e mi sento pesante, lo chiudo e mi sento leggera. Vado a comprare da mangiare e un’immagine mi attraversa la mente: vedo quest’uomo che mi manca di rispetto davanti ai miei figli. Chiamo mia madre, mi sembra un segno.

Torno a casa, lo guardo mangiare un piatto pronto in un contenitore di plastica e comincio a parlare. Parlo di questa rottura come di una fine logica. Lui piange, prende la moto e se ne va senza lasciarmi il tempo di finire. Vado a letto tranquilla e il giorno dopo lo richiamo: ‘Facciamola finita per davvero’. Viene da me a prendere le sue cose, è offeso. Mette le chiavi nella buca della posta, andiamo in banca ed è finita.

Un anno dopo mangio con quel collega per cui mi ero fatta bella una mattina. Adesso ha una ragazza e presto metteranno su famiglia. E pensare che gli piacevo. Che sfortuna”.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

Amore che vieni, amore che vai è una serie del quotidiano francese Le Monde che racconta il primo e l’ultimo giorno di una storia d’amore. Qui ci sono tutte le puntate.

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