Piazza d’Italia, a Sassari, 2014. (Christina Anzenberger-Fink e Toni Anzenberger, Anzenberger/Contrasto)

La sfida a tre per governare la Sardegna

Piazza d’Italia, a Sassari, 2014. (Christina Anzenberger-Fink e Toni Anzenberger, Anzenberger/Contrasto)
21 febbraio 2019 10:10

Domenica 24 febbraio si vota per le elezioni regionali in Sardegna. Tra i sette candidati alla carica di presidente non c’è neanche una donna. La gara è principalmente tra Christian Solinas, a capo della coalizione di centrodestra, Massimo Zedda, che guida quella di centrosinistra, e Francesco Desogus, la scelta del Movimento 5 stelle.

Gli altri quattro candidati condividono un forte spirito identitario. Paolo Maninchedda, docente universitario, filologo ed ex assessore regionale ai lavori pubblici, guida il Partito dei sardi; Andrea Murgia, funzionario della Commissione europea, ex Partito democratico, è la scelta di Autodeterminazione; Mauro Pili, ex presidente della regione, ex forzista, di Sardi liberi; e il giornalista Vindice Lecis di Sinistra sarda.

Il voto arriva in un momento di tensione per l’isola, dove per settimane i pastori hanno buttato migliaia di litri di latte nelle strade, protestando contro un prezzo ritenuto troppo basso. Ora l’assemblea degli allevatori ha detto sì a un accordo che prevede un aumento immediato da 60 a 80 centesimi al litro per il latte ovino, e un impegno ad arrivare a un euro.

Lavoratrici e lavoratori avevano minacciato anche di bloccare i seggi e sull’isola si erano precipitati i vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio, nel tentativo di cavalcare il malcontento. Salvini continua il suo tour elettorale, mentre Di Maio si è defilato, confermando, dopo voci insistenti sull’annullamento di tutti i suoi appuntamenti sull’isola, un solo incontro prima del voto.

Oltre alla rivolta del latte, sul tavolo restano problemi con cui i sardi fanno i conti da anni e che è bene osservare da vicino prima di conoscere le storie e le proposte dei candidati alla regione.

I problemi dell’isola
La giunta uscente di centrosinistra guidata da Francesco Pigliaru – professore di economia politica all’università di Cagliari – lascia un’isola con un tasso di disoccupazione dell’11,2 per cento, in calo del 3,4 per cento rispetto al 2017, secondo l’Istat. Una cifra più vicina a quella della disoccupazione al livello nazionale (10,3 per cento) che a quella dell’Italia meridionale (16,5 per cento).

La regione è una delle più vecchie in Italia, all’ultimo posto nelle classifiche di natalità: nel 2017 si registrano 1,04 figli per donna contro una media nazionale di 1,24.

Inoltre, nella maggioranza dei 377 comuni c’è la tendenza allo spopolamento. Ad andar via sono soprattutto laureati o studenti: su un milione e seicentomila residenti si stima che più di trecentomila lavorino o frequentino l’università altrove (dati Caritas rielaborati dalla fondazione Sardinia). L’abbandono scolastico tra i 14 e i 18 anni, secondo la fondazione Openpolis, fa registrare un 21,2 per cento, con picchi nelle province di Nuoro e Sassari.

È questa dunque la Sardegna al voto, divisa tra spinte verso un futuro innovativo – come il progetto del 5g (nuovo standard per le reti di telecomunicazioni) che sarà sperimentato a Cagliari – e attese decennali, come quella per l’arrivo del metano.

La sfida a tre
I sardi votano per la prima volta con la doppia preferenza di genere (è consentito indicare due preferenze, ma solo per una donna e un uomo). A contendersi i sessanta posti da consiglieri sono 1.400 candidati, mentre la vera gara per la guida della regione è – come detto – tra Solinas, Zedda e Desogus.

Christian Solinas, 43 anni, è un piccolo imprenditore nel settore vitivinicolo. Dal marzo del 2018 è senatore del Partito sardo d’azione (Psd’Az). Grazie a un accordo con la Lega di Matteo Salvini, che gli ha riservato un seggio blindato nel collegio Lombardia 4, il 4 marzo 2018 è stato eletto al senato e lo scorso novembre è diventato vicepresidente della commissione antimafia. Ha una laurea – non riconosciuta dal ministero dell’istruzione – ottenuta nel 2006 al Leibniz business institute del New Mexico, negli Stati Uniti. Nel dicembre 2018 si è laureato in giurisprudenza all’università di Sassari.

Già assessore regionale ai trasporti nella giunta di centrodestra di Ugo Cappellacci tra il 2009 e il 2014, non sembra convincere gli alleati di Forza Italia: la paura è che diventi un emissario di Salvini sull’isola. Lega e Psd’Az corrono ufficialmente con liste separate, ma è solo un modo per ottenere più seggi e pesare le forze, mentre l’obiettivo è comune: conquistare la Sardegna dopo il successo della Lega alle regionali in Abruzzo, vinte da un candidato di Fratelli d’Italia, ma dominate dalla crescita del partito di Salvini ai danni dell’M5s.

Sembra che l’M5s sia rassegnato ad accettare il terzo posto che gli concedono i sondaggi

Il Psd’Az alle comunali di Cagliari nel 2016 era alleato con il centrosinistra di Zedda e per questo il matrimonio con la Lega – voluto da Solinas – ha creato dissapori ed espulsioni. Non è la prima volta che il partito oscilla tra destra e sinistra. Creato nel 1921, ha tra i suoi fondatori l’antifascista Emilio Lussu, ma nel 2009 ha per esempio consegnato la bandiera dei quattro mori a Berlusconi. Ora è Salvini l’alleato, e il segretario della Lega ricambia sostenendo personalmente Solinas.

L’influenza si sente. Lo slogan del Psd’Az per questa campagna è “Prima i sardi”. Tra i punti più importanti del programma c’è quello di abrogare la riforma sanitaria voluta dalla giunta Pigliaru, che ha riorganizzato la rete ospedaliera e incorporato in un’unica azienda le sette aziende sanitarie locali, e che secondo Solinas è stata “un fallimento”. Inoltre, il Psd’Az boccia il progetto per portare il metano in Sardegna voluto da Pigliaru e sostenuto dal governo Renzi, la cosiddetta dorsale del metano, che si è arenata per la contrarietà dei cinquestelle al livello nazionale ma su cui Salvini sembra avere meno riserve. Solinas propone inoltre più investimenti per le infrastrutture (strade e ferrovie) e meno tasse per chi assume.

A sfidarlo per il centrosinistra è Massimo Zedda, 43 anni anche lui, sindaco di Cagliari dal 2011, diplomato al liceo classico Siotto Pintor del capoluogo sardo. Il suo fronte è Progressisti di Sardegna: otto liste tra cui Pd, LeU e Campo progressista. Viste le difficoltà del centrosinistra al livello nazionale, la strategia di Zedda è stata quella di smarcarsi dai suoi leader e presentarsi senza nessuna tessera di partito in tasca, anche se in passato è stato uno degli esponenti di Sinistra ecologia libertà.

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Secondo l’ultimo sondaggio disponibile Zedda sarebbe al secondo posto, in rimonta rispetto a Solinas. Terzo sarebbe invece il candidato dei cinquestelle, Francesco Desogus (sotto il 23,5 per cento).

Zedda propone, con lo slogan “Tutta un’altra storia”, di applicare il modello di governo di Cagliari a tutta l’isola: “Sarò il sindaco di tutti”. Tra i punti principali del suo programma ci sono gli investimenti sulla formazione e sulla creazione di occupazione per evitare la fuga dei giovani sardi. Come il suo principale avversario vorrebbe subito modificare la riforma sanitaria, anche se l’assessore che l’ha fatta, Luigi Arru, è tra i candidati del Pd che lo sostiene. Contrario anche lui alla dorsale del metano, Zedda ha mostrato solidarietà ai pastori sardi, ma non in una posizione di primo piano.

Per il Movimento 5 stelle questo è un esordio. A meno di un mese dal voto alle regionali del 2014 c’era stato infatti il dietrofront deciso da Roma per alcuni dissidi interni e il partito non aveva partecipato alla corsa elettorale. Tuttavia, alle politiche del 2018 in Sardegna l’M5s era arrivato al 42,4 per cento di preferenze. Allora il candidato in pectore, poi consacrato dalle regionarie online, era il sindaco di Assemini – comune alle porte di Cagliari – Mario Puddu, 42 anni, attivista e volto conosciuto sull’isola.

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La corsa di Puddu è stata interrotta però lo scorso ottobre, quando è stato condannato per abuso d’ufficio. L’ha sostituito Francesco Desogus, 58 anni, laurea in scienze agrarie e funzionario della Città metropolitana di Cagliari. Vincitore delle regionarie, ha dovuto fare i conti con la polemica sollevata da una parte degli elettori cinquestelle perché dal voto era stato escluso il docente universitario di economia Luca Piras, considerato da molti il naturale successore di Puddu. Ufficialmente, era stato escluso per una violazione al regolamento dell’M5s, ma per Piras si è trattato di “un’esclusione politica”.

Per quanto riguarda il confronto con gli avversari, la distanza tra il partito che Desogus guida in queste elezioni e la Lega è ancora più pronunciata di quella a livello nazionale. In Sardegna i cinquestelle puntano alle rinnovabili e non sul metano, mentre sulla questione del latte Desogus ha accusato Salvini di superficialità. Dal canto suo, il ministro dell’interno sembra ignorarlo: “La sfida è con la sinistra”.

Luigi Di Maio, che in un primo momento sembrava voler tirare la volata finale al candidato del partito, si è via via sfilato, fino a ridurre il suo contributo alla presenza a un incontro con gli elettori in un hotel. Sembra che il partito sia rassegnato ad accettare il terzo posto che gli concedono i sondaggi, mentre il leader della Lega spera di far pesare il voto regionale anche a Roma.

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