La Zomba Prison Band.

Una band di detenuti del Malawi è in corsa per un Grammy, ma forse non lo sa nemmeno

La Zomba Prison Band.
19 dicembre 2015 10:57

La prigione di massima sicurezza di Zomba, in Malawi, non è il genere di luogo dove di solito vengono registrati i dischi candidati ai Grammy awards.

Ma un gruppo di detenuti di Zomba, molti dei quali stanno scontando l’ergastolo per furto e omicidio, è stato candidato al prestigioso premio nella categoria di miglior disco di world music.

La scorsa settimana è stato annunciato che il gruppo, la Zomba Prison Band, è stato nominato accanto ad alcune delle più grosse stelle della world music: Ladysmith Black Mambazo, Angelique Kidjo, Gilberto Gil e Anoushka Shankar.

“Sono rimasto scioccato. Totalmente scioccato. Gli altri quattro artisti candidati hanno alle spalle una carriera decennale. Vedere questo gruppo di persone totalmente sconosciute, provenienti da un paese poco noto, ottenere un simile riconoscimento è davvero toccante”, ha dichiarato Ian Brennan, che ha prodotto il disco.

Registrato nell’estate del 2013, l’album I have no everything here contiene canzoni scritte ed eseguite da 16 detenuti. È la prima volta che dei musicisti del Malawi ricevono una candidatura per i prestigiosi premi Grammy.

Brennan non sa se i prigionieri che hanno partecipato al disco siano stati informati della loro storica nomination, perché puo comunicare con loro solo attraverso il direttore del carcere o le ong locali.

Una nuova sfida

Brennan ha alle spalle una notevole esperienza di scopritore di talenti musicali. È il produttore dell’album Tassili dei Tinariwen, che ha vinto un Grammy. Ma lavorare in una prigione del Malawi rappresentava, a suo dire, una nuova sfida. Insieme a Marilena Delli, sua moglie e collega, ha dovuto ottenere la fiducia dei detenuti e del direttore della prigione. “Abbiamo spedito montagne di scartoffie”, ricorda Brennan.

Quando sono riusciti a incontrare i detenuti, dicono i produttori, trovare delle persone di talento è stata la parte facile del lavoro. Circa una decina di uomini avevano già formato un gruppo e avevano una piccola stanza per provare. È lì che Brennan ha messo in piedi il suo studio di registrazione improvvisato.

Il documentario sulla Zomba Prison Band


“La stanza è vicina a un’officina dove si fanno molti lavori per la prigione. E c’è anche un laboratorio di falegnameria. Abbiamo dovuto registrare lì vicino e combattere con i rumori di fondo”, spiega Brennan.

Il numero di donne nella prigione è basso, circa una cinquantina, e si sono dimostrate più riluttanti a partecipare. “Fanno un sacco di balli e canti collettivi per tirarsi su di morale, ma nessuna di loro diceva di aver scritto canzoni”, racconta Brennan.

“Molte delle donne sono lì con condanne all’ergastolo e, poiché si tratta di un gruppo piccolo, è anche più chiuso. Abbiamo cercato di radunarle insieme per cantare una loro canzone, ma all’inizio hanno detto tutte di no. Solo alla fine del nostro soggiorno in prigione, una donna ha detto di sì, si è alzata e ha cantato una canzone. Nel momento in cui ha cominciato a farlo, è stato come se il muro di una diga si fosse rotto o si fosse aperta una chiusa. La gente ha cominciato a fare la coda per cantare, uno dopo l’altro, alcuni addirittura tornavano una seconda o terza volta”.

Il disco finale riflette questo entusiasmo scatenato: 16 detenuti sono stati inseriti nei crediti dell’album, anche se è improbabile che sarà permesso loro di partecipare alla cerimonia di premiazione che si terrà a Los Angeles a febbraio.

Uno degli uomini che ha partecipato all’album è morto in prigione, aveva solo 37 anni.

Il disco è cantato soprattutto in chichewa, una lingua locale, e dura un’ora, il risultato di sei ore di registrazioni. Rimane quindi molto materiale per un secondo album.

Per Brennan, “è stato meraviglioso essere lì. Per me è stata un’esperienza irripetibile. Una cosa in cui alla fine speri di ottenere qualcosa di veramente stupendo da condividere con il mondo”.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano britannico The Guardian.

pubblicità

Articolo successivo

Cent’anni di Albania