A sinistra un abito tradizionale della popolazione araba che vive in Sudan; a destra, un abito della tradizione dell’etnia peul, che vive nell’Africa occidentale.

Le giovani africane alla riscoperta della loro identità

A sinistra un abito tradizionale della popolazione araba che vive in Sudan; a destra, un abito della tradizione dell’etnia peul, che vive nell’Africa occidentale.
10 maggio 2016 14:32

“Ma cosa vuol dire essere africana?”, chiede la fotografa Joana Choumali, sorridendo, come se sapesse che non potrà mai esserci una sola risposta. Racconta di quando Soukeyna è entrata nel suo studio nel centro di Abidjan, in Costa d’Avorio, metropoli subsahariana di incontri e contaminazioni, storie antiche e corsa verso il futuro globale.

Accompagnata dalla madre, Soukeyna portava con sé una fotografia della bisnonna, che negli anni trenta era stata regina di Grand Bassam, capitale coloniale in riva all’oceano. Per prendere in prestito le collane, i gioielli e i tessuti ricamati appartenuti all’antenata aveva dovuto chiedere il permesso, promettendo di riconsegnarli la sera stessa.

“Abbiamo chiacchierato e dopo un po’ si è tolta le Converse e i jeans e ha indossato quegli abiti regali, offrendo viso, collo e braccia perché fossero unte con burro di karité. È stata una cerimonia, un momento intimo e magico, uno scambio di amore, rispetto ed energia: la somiglianza con la bisnonna era straordinaria e siamo scoppiate in lacrime”, dice Choumali.

A sinistra, Cleopatra, studentessa di medicina all’università di Abidjan, in Costa d’Avorio. Il suo abito appartiene alla tradizione dell’etnia ebrié. A destra, Lydie è un’avvocata e vive a Londra. Il suo abito appartiene all’etnia dei tagbanan, originaria della Costa d’Avorio.

Soukeyna ora ha 25 anni e studia marketing a Bordeaux, in Francia. Nel villaggio della bisnonna si era sempre sentita un’estranea. Fino a quel pomeriggio ad Abidjan, in cui sono stati ricostruiti legami che sembravano spezzati, collegati mondi in apparenza non comunicanti.

Capire chi siamo e dove stiamo andando: è il tentativo alla base del progetto Resilients, resilienti, un omaggio di Joana Choumali alle donne che vivono i cambiamenti del loro tempo ma non smettono di cercare se stesse e le proprie origini. Un percorso che Choumali, 41 anni, ex manager pubblicitaria, celebrata dal New York Times dopo una mostra al Photolux Festival di Lucca, ha vissuto in prima persona.

“Quando la mia nonna paterna morì fu uno shock e cominciai a provare un forte senso di colpa”, racconta. “Una volta all’anno l’andavamo a trovare al villaggio, nel sudest della Costa d’Avorio, ma io non riuscivo a parlarle davvero perché avevamo vite molto diverse e poi non conoscevo la sua lingua nativa, mentre lei non parlava francese: mi resi conto all’improvviso che con quella perdita scompariva una storia”.

La ricerca, e le domande, sono cominciate così. Da quel bisogno di scusarsi per essere diversa, “poco africana”. Una sensazione condivisa da tante donne: teenager iper connesse ma anche dirigenti, avvocate, professioniste affermate e cosmopolite. Capaci di trasformarsi, come in un rito, cambiando fuori e dentro, di fronte alla macchina fotografica. Al posto di minigonne e tailleur, indossano stoffe e tessuti ricamati, collane dorate o bracciali di perle tramandati da generazioni.

“Ho lavorato con un truccatore professionista e insieme abbiamo studiato il trucco, l’uso delle polveri e i disegni, ritraendo anche donne originarie di altri paesi”. Come Christelle, anima migrante. Nata in Madagascar, mischia il francese allo slang di Abidjan e si sente orgogliosamente ivoriana. La sua storia conferma una volta di più che l’Africa, nonostante gli stereotipi, non è un paese solo. “In Costa d’Avorio parliamo 65 lingue”, sottolinea Choumali: “Il nostro è un continente con mille culture, abbiamo la pelle scura e gli occhi azzurri ma possiamo anche essere tutto il contrario”.

A sinistra, un abito dell’etnia ebrié, originaria della Costa d’Avorio. A destra, un abito tradizionale dell’etnia fon dell’Africa occidentale.

È ancora così, nonostante internet e la globalizzazione? “A volte riprendiamo modelli occidentali, ma li rielaboriamo con le nostre tradizioni. E sempre di più l’Africa è capace di influenzare il resto del mondo, con la sua musica e le sue subculture”. Secondo Choumali, oggi farsi conoscere può essere più facile ma bisogna avere il senso della propria dignità.

“Le trasformazioni in sé non sono né positive né negative, né tristi né felici”, dice la fotografa. “L’importante è capire da dove siamo venute e trovare un equilibrio tra stili di vita nuovi, origini e tradizioni; e farci domande, perché altrimenti non c’è futuro”. Forse Resilients è proprio questo. L’invito a fermarsi un attimo, a guardarsi allo specchio. Choumali ha una passione per Rembrandt e dice che le foto sono “momenti di pausa”, simili a ritratti seicenteschi. E come le ha fatto notare una ragazza di Lucca, queste domande non riguardano solo l’Africa.

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