17 giugno 2014 14:14

(Getty Images)

Ho già capito che questa rubrica mi porterà alla rovina. E non parlo della rovina economica, che è per me un approdo ineluttabile da quando le librerie online hanno semplificato le procedure di acquisto con diavolerie come gli ordini 1-Click di Amazon; parlo della rovina spirituale, che forse sarebbe più corretto chiamare perdizione. Il Don Giovanni libridinoso sprofonderà all’Inferno, ma a trascinarlo tra le fiamme non sarà la statua del Commendatore, sarà piuttosto (lo so, è penosa, ma passatemela) la statua del commentatore. In altre parole, è colpa vostra.

Avevo confessato la mia bibliomania con lo spirito con cui si entra, a capo chino, in una seduta di Alcolisti Anonimi; sognavo di alzarmi in piedi tra le sedie disposte a cerchio e poter dire un giorno, con fierezza: “Mi chiamo Guido, e non tocco un libro da tre settimane”. E invece voi mi aizzate, mi incoraggiate, e da quel primo post è nato un coloratissimo Tsundoku Pride, un grande coming out di accumulatori e abbandonatori seriali di libri. Tutti a dire: “Sì, sono un libridinoso anch’io, se non metto le mani su almeno due libri al giorno devo farmi una doccia fredda”; “Dovreste vedere le scorte di libri non letti che ho nel tostapane, nel cassetto della biancheria, nella custodia del violoncello!”; “Io invece ho riempito con i miei vecchi volumetti Bur il box dove gioca il bimbo, ormai ha a malapena lo spazio per stare in piedi immobile”. E così via.

Bibliomani Anonimi, così non va. Il primo dei dodici passi della disintossicazione, dall’alcol come dai libri, è la dichiarazione di resa. Ammettere che siamo in balìa di una forza più grande di noi, e che questa forza non ha nulla a che vedere con il piacere della lettura, non più di quanto il collezionismo erotico di Don Giovanni avesse a che fare con il piacere dei sensi. La nostra malattia è sottile, demonica, faustiana, tutta metafisica. Se accumuliamo libri e subito li accantoniamo è perché viviamo in una parodia di attesa messianica, e senza confessarcelo crediamo che nel prossimo libro - sempre e solo nel prossimo, mai in quello che abbiamo tra le mani - ci sia la rivelazione tanto agognata che scioglierà tutte le nostre angosce. I testi sacri insegnavano ad aspettare un Messia; noi ce ne siamo sbarazzati con un certo sprezzo illuministico, e in compenso ci siamo messi ad aspettare un testo sacro.

La cosa più ironica è che l’illuminazione sulla vera natura della bibliomania mi arrivò per posta una decina d’anni fa, quando mi recapitarono un misterioso pacco che conteneva un tomo di 450 pagine di un certo Ernest Kurtz intitolato Not God: A History of Alcoholics Anonymous (Hazelden). Da dove sbucava? Chi me lo aveva regalato, e perché? Perché spedire proprio a me una storia degli Alcolisti Anonimi? C’era una lezione da apprendere, o era addirittura un avvertimento, una minaccia trasversale? La verità, una volta scoperta, fu intollerabile: lo avevo ordinato io stesso in un accesso di libridine, e me ne ero scordato. Non sappia la tua sinistra quel che compra la tua destra. Ovviamente non l’ho letto mai.

E ora che mi sono umiliato a sufficienza, il catalogo è questo:

Antoine Compagnon, Un’estate con Montaigne (Adelphi 2014)

Le conversioni sono pericolose: l’ex comunista che diventa liberale, ma lo diventa con un settarismo da Terza Internazionale; l’anticlericale che giocando a calcetto vede San Pietro sulla traversa e di punto in bianco si mette a parlare come Don Giussani; o il suo gemello speculare, quello che usava il latino liturgico anche per chiedere il permesso di andare in bagno e che una mattina si sveglia e comincia a imprecare come Mario Magnotta. Lo studioso di letteratura francese Antoine Compagnon non appartiene a nessuna di queste categorie, ma è a suo modo un convertito: dall’intossicazione strutturalista, semiologica e narratologica degli anni Settanta - i tempi in cui se ti azzardavi a dire “realtà” ti davano un tomo della Kristeva in testa e ti sgridavano: “Si dice referente, idiota!” - è approdato a un più mite apprezzamento del senso comune, in un bel libro di qualche anno fa intitolato Le démon de la théorie (Seuil). L’impressione, tuttavia, è che ora rischi di sbilanciarsi un po’ troppo sul versante opposto, e che da iper-teorico diventi ipo-teorico. D’accordo, Un’estate con Montaigne nasce da un ciclo di trasmissioni radiofoniche, ed è il formato a imporre di essere affabili e conversevoli. Ma il risultato è un breviario di lezioni di vita ispirate agli Essais di Montaigne che scorre sotto gli occhi con la stessa facilità con cui scivola via dalla mente, e non sarà un caso se arrivato a pagina 72 non ho ancora fatto un solo segno a matita, una sola sottolineatura. Proprio come mi accadeva con quei vecchi libri strutturalisti - ma in quel caso perché non ci capivo niente.

Corrado Alvaro, Il nostro tempo e la speranza (Bompiani 1952)

Poche cose mi incantano come i saggi degli scrittori italiani degli anni Cinquanta che tentavano di capire che cosa stesse succedendo al paese tra il dopoguerra e il miracolo economico, ed era proprio l’apparente inadeguatezza dei loro strumenti di analisi a rendere così insolite e penetranti le loro osservazioni. Così mi sono affrettato a comprare questo vecchio libro di Corrado Alvaro, che il risvolto di copertina presentava così: “In questo volume di saggi lo scrittore affronta tutti gli aspetti del mondo d’oggi, e negli avvenimenti più comuni e giornalieri: dalla criminalità infantile agli stranieri di Roma, dal divismo alle macchine, dal ‘mammismo’ romano alle indossatrici, dalla crudeltà alla paura, in una serie inesauribile di argomenti e di osservazioni tratte dalla cronaca, egli vede e interpreta i sintomi della trasformazione profonda di una società e della vita moderna”. Trascrivo un passo a caso, ma forse neppure tanto a caso, da pagina 121: “Come tutti i paesi caduti dal loro cielo, il nostro sarà un paese politico e nel senso deteriore; dove tutto diverrà politico o attorno al fatto politico. Sarà perfino raro vedere la vita di un uomo di cultura svolgersi intera nell’orbita della sua vocazione; un letterato da noi farà fatica a terminare la sua vita da letterato, ma gli saranno aperte tutte le strade meno quella cui lo avviò la sua sorte: potrà divenire condottiero, ministro, capo del governo, direttore di giornale, tutto meno che letterato. Questo suo bizzarro destino egli lo farà scontare proprio alla cultura”. Così nel saggio Pratica di letteratura; ma raccomando soprattutto le venti pagine intitolate Fisiologia del cinema.

Emanuele Coccia, Il bene nelle cose (Il Mulino 2014)

Solo guardando i muri riusciremo a risolvere il mistero della merce (…) Lo spirito di una civiltà esiste, infatti, innanzitutto epigraficamente: si deposita sulle pietre in modo più immediato e duraturo di quanto si depositi nelle coscienze. (…) La pubblicità (…) è il dialetto principale che le pietre parlano oggi”. Ho fatto questo collage di citazioni - le frasi si trovano a molte pagine di distanza l’una dall’altra - per dare un’idea di quanto sia accattivante la premessa di questo piccolo libro, che ha per sottotitolo: La pubblicità come discorso morale. Il rammarico è che il volumetto, pur con tutti i suoi pregi, pare consistere quasi solo in questa premessa. Forse mi è sfuggito qualcosa, ma è come se il libro fosse l’introduzione a un altro libro mancante; perché quando si vuol conoscere quale sia il discorso morale che le pubblicità svolgono dai muri, tutto quel che si viene a sapere è che si tratta di un’etica intramondana che predica la felicità attraverso le cose e le merci. Fortuna che San Lorenzo, celeste patrono dei librai e dei bibliofili, abbia mosso a compassione la divina provvidenza, e nello stesso giorno in cui leggevo Coccia, dopo anni di ricerche intermittenti e svogliate, ha fatto sì che ritrovassi su eBay un libro di fine anni Ottanta ingiustamente dimenticato: Colin Campbell, L’etica romantica e lo spirito del consumismo moderno (Edizioni Lavoro 1992). Lì c’è tutto quel che serve a completare il quadro. Ora si tratta di prendere la Coccoina, come ai bei tempi andati, e incollare il retro del libro di Coccia alla copertina del libro di Campbell, così da creare un prodigioso libro-minotauro e spaventare chi si addentra nei labirinti della biblioteca.

Boaz Hagin, Death in Classical Hollywood Cinema (Palgrave Macmillan 2010)

E mica è facile, morire al cinema. Nulla è più ridicolo di una scena di morte venuta male. Il caso più clamoroso, reso celebre da YouTube, è in un film che si chiama Karateci Kiz (1973), dove una specie di sosia turco di Zuzzurro (pace all’anima sua) muore in un ralenti che pare girato dal fratello scemo di Sam Peckinpah. Ma dopo trent’anni questo primato è stato insidiato da Paolo Sorrentino, con il giapponese che muore d’infarto o di sindrome di Stendhal scattando foto del panorama di Roma all’inizio de La grande bellezza. È anche vero che nulla è più bello di una scena di morte venuta bene, come quella di Vito Corleone nel Padrino, e in generale per morire con dignità Hollywood resta sempre il posto più indicato. Com’è che nel cinema americano si muore così bene? Per trovare risposta, cercai per mari e monti un breve saggio di Roger Caillois, La représentation de la mort dans le cinéma américain (in Quatre essais de sociologie contemporaine, Olivier Perrin 1951), ma si rivelò una delusione. Ritenterò con il libro di Boaz Hagin, e vi farò sapere.

Nel frattempo, a fine seduta, intoniamo tutti insieme la Serenity Prayer del Bibliomane Anonimo: Dio, concedimi la serenità di accettare che non potrò leggere tutti i libri del mondo, il coraggio di non comprare tutti quelli che vorrei, e lo spazio dove infilare almeno quelli che ho già. Amen.

Guido Vitiello insegna alla Sapienza di Roma. Oltre che con Internazionale, collabora con il Corriere della Sera, il Foglio e il Sole24Ore. Ha un sito: UnPopperUno