19 aprile 2020 14:21

27 giugno 1988. A Berlino il muro è ancora in piedi, ma ad Atlantic City, paradiso del gioco d’azzardo, i segni della fase espansiva ed edonista degli Stati Uniti sono sotto gli occhi di tutti. All’interno della Convention hall (più conosciuta come Boardwalk hall e sede dell’organo a canne più grande del mondo) è in programma un incontro di pugilato. Non è un incontro qualsiasi, come si evince dalla borsa in palio: settanta milioni di dollari, la più alta di sempre. Sul ring, in attesa dei pugili, si avvicendano personaggi iconici della storia americana passata, presente e futura: Don King, organizzatore di incontri dalla pettinatura inconfondibile e processato due volte per omicidio; Muhammad Ali, “il più grande di tutti”, e, soprattutto, l’anfitrione della serata, Donald Trump, presentato come “la quintessenza dell’imprenditore” ma accolto in maniera piuttosto tiepida dal pubblico pagante.

Per il frammentato mondo delle federazioni pugilistiche e per gli organizzatori l’obiettivo dell’evento è chiaro: incoronare un unico e indiscusso campione mondiale dei pesi massimi. I due contendenti, oltre a essere entrambi imbattuti, detengono tutte le principali cinture di categoria. Da una parte c’è Michael Spinks, 31 vittorie su 31 incontri, detentore del titolo della rivista specializzata The Ring e soprattutto dell’ambito titolo “lineare”, un complesso riconoscimento che spetta all’ultimo discendente di un lignaggio composto dai pugili capaci di spodestare un campione in carica. Davanti a Spinks c’è Mike Tyson: 34 vittorie, zero sconfitte e una fama mondiale in costante crescita.

Rispetto agli avversari demoliti fino a quel momento da Tyson, Spinks è un pugile di categoria superiore. Dotato di grande tecnica, ha già battuto due volte Larry Holmes, altro grande della storia del pugilato e giustiziere di Muhammad Ali (il lignaggio di cui si parlava prima). Anche per questo su Spinks, seppur sfavorito nei pronostici, pesa la responsabilità di dimostrarsi all’altezza di Tyson, combattendo a viso aperto invece di impostare l’incontro sulla difesa come avevano fatto tutte le vittime precedenti di Tyson.

Il combattimento inizia con un certo ritardo, e presto si scopre il motivo. Il pittoresco manager di Spinks, Butch Lewis, ha accusato Tyson di nascondere qualcosa sotto il bendaggio della mano sinistra, e ha chiesto di ripetere le operazioni di fasciatura in sua presenza. In seguito si racconterà di un Tyson talmente snervato dall’attesa da demolire con un pugno il muro (di cartongesso o di legno, si suppone) del suo spogliatoio. Gli stessi testimoni riferiranno che Spinks, sentendo il rumore del muro infranto, avrebbe avuto una crisi di panico. Per rendersi conto che Spinks non fosse sereno non servono racconti, bastano le immagini televisive che mostrano l’ingresso sul ring. Avanza tra la folla con aria perplessa, gli occhi sgranati, visibilmente disorientato.

Tyson, invece, fa il suo ingresso in un clima irreale, completamente diverso dallo spettacolo pacchiano che tradizionalmente precede gli incontri di boxe: luci basse, nessuna canzone celebre ad accompagnarlo, solo un rumore di sottofondo cupo, metallico, spaventoso. Tyson non indossa nemmeno il tradizionale accappatoio. “Tutto quello che Tyson fa è intimidatorio”, dice il telecronista americano. L’inquadratura sul viso di Spinks, che in teoria doveva essersi preparato a qualcosa del genere, sembra confermarlo. Con queste premesse non è difficile capire come sia andato l’incontro.


Su Tyson si è scritto e discusso tantissimo. La sua figura ha un posto immutabile nella cronaca, nel cinema, nella musica e nella cultura popolare degli ultimi decenni. Ha scritto un’autobiografia intitolata True. La mia storia, è stato protagonista di un documentario di James Toback, di un one-man show a Las Vegas – al quale ha collaborato anche Spike Lee portandolo a Broadway – e ha perfino partecipato alla versione argentina del programma televisivo Ballando con le stelle.

Nell’immaginario popolare, soprattutto di chi non segue la boxe, Tyson è rimasto il simbolo del pugile violentissimo, furia cieca di potenza pura. Va detto che Tyson era ben felice di alimentare questa fama, e secondo alcuni questo potrebbe avergli creato non pochi nemici, considerando il conflitto in corso in quegli anni tra la cultura hip-hop e l’America bianca e puritana. Ma la verità, quella sportiva, è che Tyson era un pugile dalla tecnica eccezionale. Piuttosto basso (meno di un metro e ottanta) e leggero per essere un peso massimo, aveva una straordinaria mobilità del tronco e della testa che gli permetteva di colpire l’avversario da angoli imprevisti.

Il deserto intorno
Poi c’è l’altra verità, quella che non ha a che fare con il ring e con la tecnica. Dall’incontro con Spinks sono passati più di trent’anni, in cui Tyson ha vissuto tra pochi alti e moltissimi bassi, in cui ha sofferto e soprattutto ha inflitto sofferenza – nel 1992 è stato condannato a sei anni di carcere per aver stuprato Desiree Washington, una ragazza di 18 anni – in un flusso continuo di dichiarazioni sconnesse e promesse mai mantenute. Mike Tyson, oltre le sue colpe e i suoi errori, è stato tradito dal suo carattere instabile, dalle circostanze, dalle persone che ne hanno sfruttato la fama e soprattutto dal suo sconfinato talento, che gli ha sempre evitato di trovarsi in difficoltà su un ring.

Teddy Atlas, che al fianco dell’allenatore-padre Cus D’Amato è stato uno dei primi ad allenare Tyson quando era ancora un adolescente (poi gli ha puntato una pistola alla testa, ma questa è un’altra storia), sostiene che un pugile vince davvero un incontro quando supera un momento di crisi, quando trova dentro di sé forze che non sapeva di avere. Per questo, secondo Atlas, Tyson non ha mai vinto un incontro in vita sua. È rimasto quello che da ragazzino scappava dalle bande che lo volevano picchiare nascondendosi nei muri cavi dei palazzi abbandonati di Brooklyn, o sui tetti, in compagnia dei piccioni, la sua passione da sempre.

In un momento come questo, nei giorni dell’isolamento forzato, viene quasi istintivo immaginarselo a guardare dall’alto una New York deserta, da solo, stranamente sereno.

(Testo di Federico Ferrone e Alessio Marchionna)