Sapeurs a Brazzaville, Congo, 16 marzo 2014.

In Congo l’eleganza è un’arte per interpretare il mondo

Sapeurs a Brazzaville, Congo, 16 marzo 2014.
19 giugno 2018 10:06

Per alcuni, la Sape (Società degli animatori e delle persone eleganti) non è che un movimento di giovani congolesi che si vestono con un lusso ostentato. Ma il fenomeno va ben oltre una gratuita stravaganza. Per il sapeur è sia un’estetica del corpo sia una chiave originale di interpretazione del mondo – e in certa misura una rivendicazione sociale per una generazione in cerca di punti di riferimento. Il corpo si fa veicolo per esprimere tutta un’arte del vivere.

In Congo, la Sape era ed è ancora patrocinata dal mondo della musica, che esercita l’influenza più diretta sui giovani. Da Papa Wemba a Emeneya Kester o Koffi Olomidé, nei testi degli artisti congolesi spuntano il nome della Sape e quello delle varie griffe di vestiti raccomandate.

A Brazzaville, negli anni ottanta, la gioventù si riconosceva nell’ardimento dei sapeurs, che con quel gesto rubavano la scena alla fin troppo remissiva opposizione congolese. E poi c’era la “calata” dei sapeurs, una vera esibizione rituale che si ripeteva ogni anno nella stagione secca. Non era cosa da prendere alla leggera: i sapeurs che si erano stabiliti in Europa, parigini per la maggior parte, “calavano” in Congo per mettere in scena la loro irrinunciabile cerimonia. Negli anni della lontananza hanno vissuto con un’idea sola in testa: accumulare vestiti e scarpe per la “calata”, la “proclamazione”: i giovani del loro quartiere d’origine vengono ad aspettarli all’aeroporto di Maya-Maya, a Brazzaville. E poiché non si sa la data esatta dell’arrivo, si presentano tutti i giorni nella speranza di vederli scendere dall’aereo, con la pelle giallo banana e quell’odore inconfondibile di Francia…

Qualsiasi abito indossato da un sapeur guadagna immediatamente un’altra dimensione

Il loro segreto è proprio il portamento, grazie al quale qualsiasi abito indossato da un sapeur guadagna immediatamente un’altra dimensione. Non è l’abito che fa il sapeur, è più che altro una questione di tocco personale che si apprende durante una lunga osservazione. Osservazione che obbedisce anch’essa a certi rituali. Per questo il congolese si riferisce alla Sape come a una religione, la famosa religion ya kitendi (religione del tessuto).

Fin dai miei anni in Congo ho subìto il fascino della Sape. I sapeurs ce li avevamo davanti agli occhi: camminavano tra noi e noi camminavamo con loro, li servivamo, ne facevamo l’oggetto di una venerazione illimitata, al punto da scomparire noi come uomini. Prima di tutto, da piccoli, siamo stati dei ngembos (ammiratori), lo sciame che corre dietro ai sapeurs nei bar popolari, nei mercati, o sui viali dell’Indipendenza o della Rivoluzione. Assediavamo le loro dimore, assetati di racconti sulla Francia.

Perché la Sape non è niente senza la relativa impostazione teorica. Diventare un sapeur voleva dire liberarsi dai fronzoli del congolese e contemporaneamente lavare il colore di quelle nostre pelli d’asfalto, incompatibili con la vera Bellezza. Anziché rivendicare la negritudine – sull’esempio dei nostri illustri pensatori neri – sognavamo una Bellezza venuta da fuori, dall’occidente, con tanto di vestiti fabbricati all’estero e soprattutto in Europa. Seguivamo le orme di chi aveva vissuto nel mondo dei bianchi, di chi tornava in Congo riportandone la verità assoluta, di chi apriva gli occhi alla gioventù, insegnando la via che dalla barbarie primitiva porta a un nodo della cravatta correttamente eseguito.

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Poco ci importava il black is beautiful degli afroamericani. Per noi un incarnato troppo scuro era un ostacolo nel cammino verso la bellezza. Toccava sbiancarsi la pelle, se non si voleva rovinare l’effetto del vestito. I sapeurs venuti dalla Francia erano i primi a praticare quella metamorfosi dermatologica. Sul loro esempio, i locali si riversavano nei mercati di Pointe-Noire o Brazzaville alla ricerca di prodotti “denegrificanti”. Era una schiavitù vera e propria: bastava interrompere le applicazioni per una settimana per tornare più neri che mai, con il sovrappiù di certe macchie scure sugli zigomi. Il che spiega perché molti vecchi sapeurs soffrano oggi di malattie della pelle quando non di cancro…

L’autenticità non esiste
Grosso modo, l’arte congolese del vestire si divide in due tendenze opposte: da una parte l’autenticità, dall’altra la Sape. Per il sapeur l’autenticità non esiste. Negando totalmente lo status locale, la Sape spinge all’idea della traversata, del viaggio in Europa e del ritorno trionfale in patria accompagnato da una piena metamorfosi esteriore. È un’idea del ritorno piuttosto diversa da quella cantata da Aimé Césaire, l’illustre poeta della Martinica. In una certa misura, la Sape è agli antipodi della Bellezza tradizionale africana, quella dei tessuti locali e dell’eleganza atavica. Il sapeur, proprio come lo scrittore della negritudine, si pone in competizione con il colono: se l’europeo non è in grado di portare gli abiti che fabbrica, il sapeur saprà metterne in luce il valore. In questo senso, l’eleganza è “negra”. Posizioni simili emersero nella letteratura di epoca coloniale – se non postcoloniale – quando alcuni autori africani affermarono di aver superato i modelli europei, arrivando a padroneggiare la lingua francese meglio degli stessi francesi.

C’è chi invece ha visto nella Sape una conseguenza della colonizzazione – contro questa analisi, molti sapeurs hanno voluto individuare origini precoloniali nelle tenute tradizionali in rafia dell’antico reame del Kongo. Va bene, ma allora tanto varrebbe abbracciare l’eleganza tradizionale.

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La seconda tendenza dell’abbigliamento potrebbe andare sotto il nome di “politica del ricorso all’autenticità”, per riprendere l’espressione adoperata da Mobutu Sese Seko in un discorso rimasto impresso nella memoria dei congolesi di entrambe le rive del fiume Congo. Il dittatore definiva in questi termini il proprio concetto di ritorno alle origini: “Cosa vuol dire ‘politica del ricorso all’autenticità’? È molto semplice: vuol dire rifiutare categoricamente di essere copie conformi di qualcun altro! In nome della Rivoluzione, non possiamo più accettare di essere i francesi d’Africa, i belgi d’Africa, gli italiani d’Africa. D’ora in poi, saremo africani d’Africa!”.

Alcuni adepti sostengono che la Sape avrebbe tratto origine dalla tenuta del colonizzatore, sempre impeccabile con il suo bel casco coloniale. Ma, senza volerlo, stanno corroborando la teoria di un’alienazione culturale, della spersonalizzazione dell’africano divenuto una marionetta del vecchio colonizzatore. Un nero che porta una maschera bianca.

(Traduzione di Marco Lapenna)

Questo testo è un estratto del testo che Alain Mabanckou leggerà il 21 giugno a Letterature. Festival internazionale di Roma, ideato e curato da Maria Ida Gaeta. Il 22 giugno Mabanckou sarà all’incontro Scrittori al Maxxi. Come raccontare l’Africa.

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