Un mercato nel centro di Rio de Janeiro, il 17 dicembre 2015. (Dado Galdieri, Bloomberg/Getty Images)

I guai del Brasile non sono solo politici

Un mercato nel centro di Rio de Janeiro, il 17 dicembre 2015. (Dado Galdieri, Bloomberg/Getty Images)
05 aprile 2016 18:59

Finché la crisi politica in Brasile continuerà ad aggravarsi, è chiaro che anche l’economia del paese, la più importante dell’America Latina, farà fatica a riprendersi. Ma non sono solo gli scandali legati alla corruzione e la perdita di consenso per il governo di Dilma Rousseff a condizionare il prodotto interno lordo (pil) brasiliano, che l’anno scorso ha subito una contrazione del 3,8 per cento e che quest’anno, secondo banche e società di consulenza interpellate dall’agenzia FocusEconomics, dovrebbe diminuire di un ulteriore 3,4 per cento.

A spiegare il baratro in cui sta precipitando il Brasile sono anche le politiche di austerità avviate da Rousseff nel suo secondo governo (cominciato nel 2015) in un contesto caratterizzato dal crollo dei prezzi delle materie prime, che sono i principali prodotti di esportazione del paese e del resto del Sudamerica. Intanto, questa ricetta si sta diffondendo anche nelle altre grandi economie latinoamericane: dal Messico, dalla Colombia e dal Cile, che crescono poco, all’Argentina e al Venezuela, che sono in calo.

Fino al 2014 il tasso di disoccupazione in Brasile era appena del 4,8 per cento, una cifra vicina al concetto di piena occupazione. Certo, tre lavoratori su dieci non godevano di tutele sociali. E i poveri, anche se erano diminuiti, costituivano comunque il 16,4 per cento della popolazione. Ma ora la disoccupazione è schizzata al 9,5 per cento e anche se mancano ancora dati ufficiali non c’è dubbio che la povertà abbia ripreso ad aumentare.

Di solito, i governi di sinistra che abbracciano politiche di austerità devono fornire maggiori giustificazioni di quelli di destra per la loro scelta. Ma tutti cercano di convincere i mercati del fatto che continueranno a pagare i debiti. Molto spesso, però, i tagli finiscono per aumentare il disordine dei conti pubblici. Il deficit pubblico del Brasile è passato dal rappresentare il 6,1 per cento del pil nel 2014 al 10,3 per cento del 2015. Secondo FocusEconomics quest’anno dovrebbe scendere appena al 9,1 per cento.

L’austerità punta a diminuire il debito pubblico, ma in realtà lo fa aumentare, perché porta a una minore riscossione di imposte

Ma esistono alternative quando i capitali finanziari abbandonano i mercati emergenti e l’esportazione di materie prime si fa meno redditizia? Nonostante il Brasile sia il paese più industrializzato del Sudamerica, i prodotti manifatturieri costituiscono solo il 35 per cento del suo export. A tentare una risposta sono stati i 26 autori del nuovo libro Austeridade para quem?, curato da Luiz Gonzaga de Mello Belluzzo e Pedro Paulo Zahluth Bastos, due economisti dell’università statale di Campinas (São Paulo) e pubblicato dalla rivista Carta Maior in collaborazione con la Friedrich-Ebert-Stiftung, una fondazione socialdemocratica tedesca.

Gli autori avvertono che l’austerità, anche se punta a diminuire il debito pubblico, in realtà lo fa aumentare, perché provoca recessione e una minore riscossione di imposte. A sua volta, anche la crescita dei tassi di interesse per contenere l’inflazione fa contrarre l’economia e aumentare il divario tra indebitamento e pil. Questo gruppo di economisti poco ortodossi propone alternative all’austerità, che prima o poi finisce sempre per colpire i più poveri.

Tra le varie misure ci sono: la lotta all’evasione fiscale, la regolamentazione dell’imposta sui grandi redditi, l’aumento delle tasse sulle grandi eredità, una minore pressione fiscale sulla classe media, una riduzione dei tassi di interesse, una maggiore flessibilità per quanto riguarda gli obiettivi dell’inflazione, incentivi alle aziende agricole a conduzione familiare, la ripresa degli investimenti pubblici, l’aumento per la spesa sociale e una politica industriale che inauguri nuovi settori e risollevi quelli colpiti dai lunghi anni di apprezzamento del real durante i governi di Lula (2003-2011) e il primo di Rousseff (2011-2015). In quegli anni i prezzi delle materie prime erano alti e la valuta brasiliana più forte: questo, però, ha fatto aumentare i costi di produzione, contribuendo così a deindustrializzare l’economia.

Altri paesi, stessa soluzione

Il crollo dei prezzi delle risorse petrolifere, minerarie e alimentari sta imponendo l’austerità anche in altri paesi latinoamericani, guidati da governi di destra come di sinistra.

  • Nel Messico di Enrique Peña Nieto, i mercati prevedono che quest’anno l’economia cresca del 2,5 per cento (poco, per un paese in via di sviluppo) e che la disoccupazione scenda dal 4,4 al 4,2 per cento, ma naturalmente metà degli occupati lavora nel cosiddetto “settore informale” e negli ultimi anni la povertà è aumentata perché la crescita economica risulta insufficiente e la distribuzione delle entrate è molto disuguale.
  • Nell’Argentina di Mauricio Macri, il presidente latinoamericano in voga sui mercati, si pronostica una diminuzione del pil dello 0,3 per cento e una crescita del tasso di disoccupazione dal 7,3 all’8,3 per cento.
  • La Colombia di José Manuel Santos, che a causa del ribasso del greggio ha perso il suo appeal tra gli investitori, dovrebbe crescere del 2,5 per cento, mentre la disoccupazione dovrebbe passare dall’8,9 al 9,4 per cento.
  • Anche il Cile della socialista Michelle Bachelet – l’unico paese latinoamericano che, indipendentemente dal colore politico del governo, fa economia anche in tempi di prosperità – ha scelto di adeguare i prezzi e dovrebbe crescere del 2 per cento, mentre la disoccupazione dovrebbe aumentare dal 6,3 al 6,7 per cento.
  • Il Venezuela chavista, che in febbraio ha aumentato il prezzo della benzina della compagnia petrolifera statale per la prima volta in 17 anni, nel 2016 dovrebbe subire una contrazione del 7,2 per cento, mentre la disoccupazione dovrebbe passare al 10 per cento rispetto al 6,8 del 2015.

La politica fiscale dovrebbe essere
al servizio di una crescita inclusiva
e non solo finalizzata alla stabilità

Alicia Bárcena, segretaria generale della Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (Eclac), un organo dell’Onu, avverte che “in un contesto di austerità fiscale e diminuzione delle entrate da risorse naturali, la mobilitazione di risorse interne e le riforme fiscali acquistano un’importanza cruciale”.

In un mondo in cui si compra meno, a diventare più rilevanti sono il mercato interno e quello regionale, che rappresentano la destinazione naturale dei prodotti manifatturieri sudamericani. Bárcena pensa che la politica fiscale debba essere “al servizio di una crescita inclusiva e non solo finalizzata alla stabilità, e che in particolare debba rafforzare i controlli sull’evasione fiscale e prevedere delle tasse progressive sul reddito”.

Ora che è scoppiato lo scandalo dei Panama papers, il responsabile degli aspetti fiscali dell’Eclac, Ricardo Martner, ne approfitta per chiedere di limitare i paradisi fiscali e di arginare l’elusione delle multinazionali, vale a dire i cavilli legali grazie ai quali evitano di pagare le tasse nei paesi in cui operano. Prima di ricorrere all’austerità, bisognerebbe sforzarsi di tamponare la fuga illegale di capitali, che corrisponde a metà del disavanzo pubblico latinoamericano.

(Traduzione di Alberto Frigo)

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