Pedro Pablo Kuczynski ha vinto le presidenziali peruviane contro Keiko Fujimori, la figlia dell’ex dittatore peruviano Alberto Fujimori. Ma chiunque avesse vinto, avrebbe confermato la svolta a destra dell’America Latina. In termini politici, la vittoria del neoliberista Kuczynski o il ritorno al potere del fujimorismo autoritario non sarebbe stata la stessa cosa, ma in ambito economico i due candidati hanno fatto proposte molto simili.

Per arrivare al potere nel 2011, il presidente uscente del Perù, Ollanta Humala, era passato dal chavismo a una proposta più moderata di centrosinistra e si era avvalso della consulenza di Luiz Inácio Lula da Silva. Dopo pochi mesi, però, Humala aveva cominciato a spostarsi verso il centro o il centrodestra, secondo le categorie a compartimenti stagni del mondo politico.

Alla fine del novecento, il neoliberalismo era predominante in tutta l’America Latina, ma non riusciva a mantenere la sua promessa di una maggiore ricchezza sociale. Dal 1998, quando Hugo Chávez vinse le presidenziali in Venezuela, in tutta la regione la sinistra o il centrosinistra avevano cominciato a trionfare, con delle variabili da paese a paese.

Il declino della sinistra è cominciato nel 2009 con il colpo di stato contro Zelaya in Honduras

I governi di Chávez in Venezuela, Ricardo Lagos in Cile, Lula in Brasile, Néstor Kirchner in Argentina, Tabaré Vázquez in Uruguay, Manuel Zelaya in Honduras, Evo Morales in Bolivia, Rafael Correa in Ecuador, Daniel Ortega in Nicaragua, Fernando Lugo in Paraguay, Mauricio Funes nel Salvador e Ollanta Humala in Perù hanno portato una ventata di cambiamento nella regione, pur rappresentando modelli economici molto diversi tra loro che andavano da una sinistra orientata al controllo statale di quasi tutta l’economia (come in Venezuela) a posizioni socialdemocratiche che promuovevano il libero scambio (come in Cile).

I governi della variegata sinistra latinoamericana hanno beneficiato del boom delle materie prime, la principale voce di esportazione dell’America Latina, ma dal 2013 i prezzi hanno cominciato a scendere, colpendo i governi e soprattutto la popolazione di tutta la regione, al di là del colore politico dei diversi paesi.

Il declino della sinistra latinoamericana è cominciato nel 2009 con il colpo di stato contro Zelaya in Honduras. Tre anni dopo, in Paraguay i vecchi alleati dell’ex vescovo Fernando Lugo si sono uniti agli oppositori in parlamento per destituire in un velocissimo processo politico il presidente di allora.

La svolta a destra è diventata definitiva nel novembre del 2015, con la vittoria alle presidenziali argentine di Mauricio Macri, un politico che arriva dal mondo imprenditoriale e che ha messo fine a dodici anni di kirchnerismo. Un mese dopo, l’opposizione venezuelana ha vinto le elezioni legislative e ha ottenuto la maggioranza in parlamento. Nel bel mezzo di una profonda crisi in cui c’è penuria perfino di generi alimentari, gli oppositori stanno facendo pressione, per ora senza successo, per organizzare un referendum di revoca del mandato del presidente Nicolás Maduro.

A febbraio Morales è stato sconfitto al referendum che aveva indetto per potersi ripresentare alla presidenza senza limiti di mandato. Il leader indigeno resterà comunque in carica fino al 2020. A maggio, dopo un’accusa di manipolazione dei conti pubblici che è stata al centro di molte polemiche, gli ex alleati di Dilma Rousseff si sono uniti all’opposizione per ottenere una sospensione di sei mesi della presidente, mentre il senato conduce un’indagine che potrebbe portare alla sua destituzione.

La sinistra latinoamericana accusa la destra di averla allontanata dalla presidenza con una retorica anticorruzione. Ma di fatto le accuse di corruzione riguardano politici sia di destra sia di sinistra, e non si può mai essere compiacenti con la malversazione di fondi pubblici, il finanziamento illegale della politica o le frodi fiscali.

Alcuni analisti prevedono che il 2018 potrebbe segnare un’altra svolta a sinistra dell’America Latina

Anche se il governo uscente di Humala non può più essere considerato di sinistra, cinque anni fa i peruviani lo avevano votato sperando in un cambiamento. Invece adesso il Perù ha mandato al ballottaggio due candidati di destra: uno democratico e l’altra autoritaria.

I governi di sinistra ancora in carica, come quello di Rafael Correa, Tabaré Vázquez o Michelle Bachelet, devono affrontare sfide politiche, economiche e sociali molto complesse. Anche i governi di destra, come quelli della Colombia, del Messico, dell’Argentina o il nuovo governo del Brasile, guidato da Michel Temer, sono presi di mira dalle proteste. Alcuni analisti prevedono che il 2018 potrebbe segnare un’altra svolta a sinistra dell’America Latina nel caso di una vittoria alle presidenziali messicane di Andrés Manuel López Obrador, che il 5 giugno ha vinto delle elezioni locali nella capitale.

Com’è la destra di Macri?

Ma torniamo alla svolta a destra. Mentre il governo di Enrique Peña Nieto in Messico è in difficoltà e quello di Temer è instabile, Macri vorrebbe assumere il ruolo di leader regionale dal suo paese, l’Argentina, che è la terza economia latinoamericana ed è diventata di moda sui mercati emergenti del debito. Com’è la destra di Macri? Al nuovo presidente dell’Argentina non piace definirsi di destra, conservatore o liberista. Dopo sei mesi di governo, Cecilia Abdo Ferez, ricercatrice della facoltà di scienze sociali dell’università di Buenos Aires, ne parla così:

Macri ha messo ai vertici dei ministeri imprenditori e amministratori delegati di grandi aziende. La sua politica economica ha dei costi sociali che per un partito più popolare comporterebbero alti costi politici. Propuesta republicana (Pro, il partito fondato da Macri nel 2003) sta sperimentando un modello di amministrazione che va contro i canoni consueti di quello che si intende per politica. Con l’obiettivo dichiarato di riportare a termini più realistici l’economia argentina, che durante il kirchnerismo avrebbe ecceduto le sue vere capacità di integrazione e di welfare, il Pro sta cambiando le carte in tavola con dei costi sociali evidenti. Ma il governo di Macri può contare sulla forte spaccatura che ha caratterizzato il paese durante i dodici anni di kirchnerismo e che è presente anche in altri paesi con un governo progressista.

Tra tante svolte, per il secondo anno consecutivo l’America Latina è in recessione. I paesi più colpiti sono il Venezuela, il Brasile, l’Ecuador e l’Argentina.

(Traduzione di Francesca Rossetti)

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