Donald Trump e sua moglie Melania dopo l’annuncio dei risultati del voto a New York, il 9 novembre 2016. (Jonathan Ernst, Reuters/Contrasto)

Il successo di Donald Trump era stato già previsto da Philip Roth

Donald Trump e sua moglie Melania dopo l’annuncio dei risultati del voto a New York, il 9 novembre 2016. (Jonathan Ernst, Reuters/Contrasto)
10 novembre 2016 13:37

E se Philip Roth avesse già narrato uno scenario simile a quello che si sta delineando con la vittoria di Donald Trump? Con Il complotto contro l’America (libro del 2004, tradotto in italiano nel 2005 da Vincenzo Mantovani per Einaudi) Roth crea un romanzo ucronico, di storia alternativa, e immagina che nelle elezioni presidenziali del 1940 Franklin D. Roosevelt sia sconfitto a sorpresa da Charles Lindbergh, che solo pochi mesi prima ha sbaragliato la concorrenza di altri possibili candidati all’interno del Partito repubblicano.

Contro un Roosevelt percepito come l’immagine dell’establishment, Roth ipotizza che gli Stati Uniti arrivino a premiare – con un voto trasversale – Lindbergh, cioè l’eroe più antipolitico che si possa immaginare, colui che aveva compiuto nel 1927 la prima trasvolata in solitario dell’Atlantico, tanto da diventare una sorta di popolarissimo semidio.

Charles Lindbergh non sa minimamente come si guidi un governo o come si amministri uno stato. È esplicitamente antisemita, ma soprattutto è un fervente isolazionista. Crede cioè che gli Stati Uniti debbano tenersi alla larga dalla guerra divampata in Europa, che questo sia un affare che non li riguarda minimamente. Un’America grande deve guardare solo a se stessa, tutt’al più stringere un accordo di non belligeranza con Adolf Hitler (alla fine del romanzo, si scopre che proprio Hitler ha pesantemente condizionato la vittoria elettorale di Lindbergh, per avere un utile idiota da manovrare alla Casa Bianca).

In queste ore, molti commentatori sostengono che il ciclone Trump sarà normalizzato dalla macchina istituzionale

Fa uno strano effetto rileggere Il complotto contro l’America in queste ore. Non è certo il miglior romanzo di Philip Roth, eppure coglie almeno due aspetti decisivi su cui riflettere (anche in relazione alle elezioni del 2016).

Il primo riguarda l’isolazionismo americano (specificamente, il nesso tra isolamento e grandezza teorizzato da un forte pensiero conservatore) che viene fuori nei momenti di crisi del paese e che ha come bersaglio deliberato l’interventismo sul palcoscenico internazionale interpretato a suo tempo da Woodrow Wilson e Franklin D. Roosevelt, e in seguito dai loro epigoni.

Il secondo ha a che fare con la tenuta delle istituzioni davanti a una simile ondata politica. In queste ore, molti commentatori sostengono che il ciclone Trump, dopo aver calamitato il voto di protesta di quella parte della società americana bianca e impoverita, sarà normalizzato dalla macchina istituzionale. Alla lunga sarà ridimensionato, non sarà in grado di rovesciarla. Ma una tale affermazione, allo stato attuale, è un mero atto di fede.

Pulsioni antisistema
Nel romanzo le istituzioni democratiche semplicemente collassano sotto l’onda d’urto costituita dall’arrivo di Lindbergh alla Casa Bianca. È uno scenario fosco, plumbeo, quello che descrive Roth. Non è detto che la costituzione sia sempre e comunque più forte di un’azione politica tesa a corroderla. La lezione europea – finora estranea al continente nordamericano, se non appunto per romanzi di storia alternativa come Il complotto rothiano – è che le istituzioni invece possono venire meno. Non sono affatto eterne, possono abdicare. Possono essere svuotate di senso e sovvertite dall’interno, colpo dopo colpo, anche in seguito a libere elezioni. Anzi, lascia intendere Roth, nelle viscere del “popolo americano” covano pulsioni antisistema che tendono a logorarle, tanto quanto a scagliarsi contro alcune precise minoranze. E a volte prevalgono.

Fin qui il romanzo.

Nel Complotto i discorsi elettorali contro gli ebrei si traducono presto in pratica. Quale seguito avranno, per esempio, nei primi cento giorni, le sparate di Trump contro tutti i musulmani? E quelle sul muro da estendere per centinaia di chilometri al confine con il Messico? Cosa ne sarà, per esempio, del rapporto tra Casa Bianca e corte suprema, tra Casa Bianca, Cia e Fbi nel corso del suo mandato? Non è difficile prevedere che nei prossimi anni ci si interrogherà a lungo sugli effetti del trumpismo sulla tenuta delle istituzioni o, al contrario, sul loro possibile stravolgimento. In ogni caso, tale mutazione sarà direttamente proporzionale (proprio come nel romanzo di Roth, del resto) alla crescita dell’isolazionismo in politica estera. Lì la guerra europea, oggi la guerra siriana.

Anche per questo funziona solo fino a un certo punto la lettura del trumpismo come prosecuzione del berlusconismo con altri mezzi. Al di là di alcune evidenti similitudini biografiche, e di patrimonio, Trump costituisce una rottura ulteriore, anche perché più apertamente xenofobo. Segna uno scombussolamento dello scacchiere politico (soprattutto interno alla destra tradizionalmente intesa) ancora più radicale. Meglio allora analizzare le correnti inverse che muoveranno alle porte del vecchio continente, e scorgere in quali forme e in quali modi si affermerà la prosecuzione del trumpismo con altri mezzi.

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