04 settembre 2008 00:00

La cerimonia mattutina nella vicina scuola è appena cominciata, qui a Ramallah, e i miei pensieri vagano fino a Gaza. Vanno alla figlia dei miei amici, Yafa. Già a metà agosto non vedeva l’ora che cominciasse l’anno scolastico.

Le vacanze estive nella prigione a cielo aperto di Gaza non sono molto divertenti. Certo, il cessate il fuoco tra Israele e Hamas ha portato un po’ di sollievo: non c’è più la paura dei bombardamenti e arrivano dei prodotti in più. In alcuni negozi si trova perfino la Coca-Cola. Ma nel campo profughi di Rafah non c’è niente da fare.

È vero, c’è il mare, il bel Mediterraneo, ad appena dieci minuti a piedi. Ma anche se i genitori le avessero permesso di fare il bagno (completamente vestita, naturalmente), lei e i suoi fratelli non si sarebbero azzardati: da oltre un anno gli impianti di depurazione di Gaza non funzionano a pieno regime, perché mancano il gasolio e la benzina. Così i liquami finiscono direttamente in mare.

Poi, il 24 agosto, è arrivata la notizia dello sciopero degli insegnanti. Yafa non pensava che sarebbe mai stata contraria a una cosa del genere. E nemmeno io potevo immaginare che mi sarei opposta a un’agitazione dei lavoratori. Invece ecco che abbandono il mio ruolo di osservatrice neutrale e me la prendo con il sindacato degli insegnanti palestinesi per aver proclamato lo sciopero a Gaza.

Il motivo? Non approvano la decisione dell’ufficio dell’istruzione di Gaza di trasferire insegnanti e presidi da una scuola all’altra: una misura che colpirebbe soprattutto i simpatizzanti di Al Fatah. Ovviamente il governo di Ramallah, dove ha sede il sindacato, appoggia lo sciopero e ha minacciato di congelare gli stipendi degli insegnanti che non partecipano. I docenti, quindi, sono costretti a fermarsi anche se sanno benissimo che lo sciopero è puramente politico.

Ora gli insegnanti di Yafa saranno sostituiti da altri reclutati da Hamas. “E l’unica cosa che sono in grado di insegnare è il Corano”, spiega suo padre.