Il diritto di tirare sassi agli oppressori

22 aprile 2013 14:00

Tirare i sassi è un diritto per nascita e un dovere di chiunque sia sottoposto a una dominazione straniera. Tirare pietre è un atto, oltre che una metafora, di resistenza. La persecuzione dei lanciatori di pietre palestinesi, compresi i bambini di otto anni, è una componente inseparabile – anche se non sempre esplicita – dei requisiti professionali minimi del dominatore straniero: non meno dei colpi d’arma da fuoco, della tortura, dei terreni espropriati, delle limitazioni degli spostamenti e dell’ingiusta distribuzione delle risorse idriche. La violenza dei soldati israeliani di vent’anni, dei loro comandanti di quarantacinque e dei burocrati, giuristi e avvocati è dettata dalla realtà. Il loro compito è proteggere i frutti della violenza insita nell’occupazione straniera: risorse, profitti, potere e privilegi.

Nella sintassi interiore dei palestinesi la parola chiave è la fermezza (sumud) e la resistenza contro la violenza fisica, e ancor più contro quella sistemica, istituzionalizzata. Lo si vede ogni giorno, ogni ora, ogni momento, senza sosta. Purtroppo questo vale non solo in Cisgiordania (compresa Gerusalemme Est) e a Gaza, ma anche entro i confini riconosciuti di Israele, anche se la violenza contro gli arabi di nazionalità israeliana e la resistenza a questa violenza si esprimono in modi diversi. Ma da entrambi i lati dei confini della Linea verde i livelli di dolore, senso di soffocamento, amarezza, ansia e ira aumentano senza sosta, come lo sbalordimento di fronte alla cecità degli israeliani nel credere che la loro violenza possa garantirgli per sempre il controllo.

I lanci di pietre nascono spesso dalla noia, dall’eccesso di ormoni, dall’imitazione, dalla vanteria e dalla competizione. Ma nella sintassi interiore del rapporto tra occupante e occupato, lanciar pietre è un aggettivo del soggetto “ne abbiamo abbastanza di voi occupanti”.

Effettivamente, dei ragazzi di neanche vent’anni potrebbero trovare altri modi per sfogare l’eccesso di ormoni senza rischiare arresti, multe, ferite e morte. Ma anche se lanciare pietre è un loro diritto e un loro dovere, ci sono varie forme di fermezza e di resistenza al regime straniero, e varie norme e limitazioni, che sarebbe bene sviluppare e insegnargli. Per esempio, le limitazioni potrebbero comprendere la distinzione tra i civili e chi impugna armi, tra i bambini e chi indossa una divisa, ma anche quanto sia miope e dannoso usare le armi. Sarebbe sensato che le scuole palestinesi tenessero dei corsi base di resistenza su molti temi. Innanzitutto su come si fa a costruire rapidamente accampamenti strategici per ostacolare l’espansione delle colonie ebraiche nella Zona C (la parte della Cisgiordania, circa il 60 per cento, sotto totale controllo militare e amministrativo israeliano) e su come comportarsi quando ti entrano in casa militari dell’esercito.

Poi dovrebbero insegnare a fare un confronto tra le diverse lotte anticolonialiste condotte in diversi paesi. Insegnare l’uso della videocamera per documentare le violenze dei rappresentanti del regime, e i metodi per sfiancare il sistema militare e i suoi rappresentanti. E ancora: una giornata a settimana di lavoro nelle terre vietate che stanno oltre il muro di separazione; come imparare a memoria i dati identificativi dei soldati che ti hanno buttato ammanettato sul pavimento della jeep, così poi li puoi denunciare; i diritti dei detenuti e il modo di pretenderne il rispetto in tempo reale; come superare la paura degli interrogatori; infine, iniziative di massa per conquistare più libertà di movimento per i palestinesi. Ora che ci penso, corsi del genere potrebbero tornare utili anche ai palestinesi adulti, magari al posto delle loro esercitazioni militari, dell’addestramento a disperdere le manifestazioni di protesta e del tempo passato a spiare chi posta messaggi su Facebook.

Due anni fa i palestinesi hanno deciso di selezionare degli studenti delle superiori per arruolarli nella campagna di boicottaggio delle merci prodotte negli insediamenti ebraici della Cisgiordania. A quel tempo, è sembrato un passo nella giusta direzione. Ma ci si è fermati lì, senza andare oltre, senza trovare nuove forme più ampie di lotta. Lezioni del genere sarebbero state perfettamente in sintonia con la tattica di rivolgere appelli alle Nazioni Unite, come quello sul riconoscimento della Palestina. Come dire: sul campo, disobbedienza civile; sul terreno della diplomazia, sfida lanciata al potere.

E allora, perché corsi del genere sono assenti dai programmi scolastici dei palestinesi? In parte si spiega con l’opposizione degli stati donatori e con le misure punitive adottate da Israele. Ma ci sono anche altre cause: l’inerzia, la pigrizia, il modo sbagliato di ragionare, l’incapacità di capire e i vantaggi personali di alcune componenti della società palestinese. La verità è che, in questi vent’anni, la ragion d’essere dell’Autorità Nazionale Palestinese ha prodotto un’unica regola fondamentale: adattarsi alla situazione esistente. È questa l’origine della contraddizione, anzi del conflitto, tra la sintassi interiore dell’Autorità palestinese e quella del popolo palestinese.

Traduzione di Marina Astrologo

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