Un invito al cantiere

27 maggio 2013 09:00

Me ne stavo in piedi davanti a un cratere scavato dai bulldozer, bevendo un po’ di tahina, una crema di sesamo. Quel giorno avevo partecipato a un incontro sull’arresto dei bambini palestinesi organizzato da un gruppo antioccupazione.

Mentre tornavo verso la macchina ho visto il vecchio Abu al Abed, 68 anni, arabo­israeliano, che aspettava alla fermata dell’autobus davanti all’università ebraica di Gerusalemme. Ho immaginato che venisse da Issawiyeh, un vicino villaggio palestinese. Avevo ragione. Nel 1967 Issawiyeh è stato annesso a Gerusalemme, e da allora le politiche discriminatorie di Israele l’hanno trasformato in un luogo triste e sovraffollato. Ho chiesto ad Abu al Abed se voleva un passaggio. Abbiamo impiegato mezz’ora per raggiungere il suo luogo di lavoro.

Abu lavora come guardiano notturno in un cantiere edile. Durante il viaggio mi ha spiegato che ogni turno dura 14 ore e che guadagna circa 700 euro al mese. “In realtà dovrei essere io a pagare loro, perché non faccio niente”, ha detto intuendo la mia indignazione. Abu vive in un container di due metri quadrati. Quando gli operai tornano a casa, si siede all’aperto sotto un grande albero e si mette a pensare.

A un certo punto mi ha chiesto se fumo. Gli ho risposto di no, e che la mia voce roca era l’effetto di un’influenza. Così mi ha consigliato di bere tahina. Quando siamo arrivati al cantiere, mi ha invitato in cima alla collina e abbiamo bevuto la tahina direttamente da un barattolo.

Traduzione di Andrea Sparacino

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