L’odissea dei beduini

03 giugno 2013 09:00

Con l’aiuto dei genitori, i miei giovani amici in Brasile hanno comprato un pezzo di terra sulle montagne. Costruire una casa lassù ha un costo accettabile. La terra è selvaggia e non è mai stata coltivata. Alla fine dell’estate, quando in città si soffoca, quel pezzo di terra diventa un rifugio incantevole.

Lungo la strada che porta alla proprietà ci sono molte baracche, piene di bambini indigeni vestiti di stracci. È una storia vecchia di secoli: una famiglia arrivata cent’anni fa dall’Europa ha comprato la terra dagli eredi di qualche nobile portoghese che l’ha avuta 400 anni fa grazie ai suoi titoli. Gli abitanti originari della terra, invece, sono ormai quasi scomparsi (padre Vilson mi ha raccontato che in Brasile sono morti sei milioni di indigeni). I superstiti non possono permettersi una casa, figuriamoci un pezzo di terra.

Questa settimana ho visitato un luogo a est di Gerusalemme in cui 15 anni fa Israele ha “ricollocato” forzatamente 150 famiglie beduine della tribù jahalin. Certo, la sopravvivenza dei beduini non è in pericolo, ma le loro tradizioni e la loro dignità sì. Dopo essere stati espulsi da Israele, i beduini sono stati costretti a trasferirsi molte volte. Una ricerca dell’ong israeliana Bimkom e dell’Onu ha stabilito che il ricollocamento dei jahalin (vicino a una discarica e senza servizi adeguati né spazio per il bestiame) è stata un disastro.

A poche centinaia di metri di distanza, le case e le strade ordinate degli insediamenti di Ma’ale Adumim e Kedar risplendono al sole.

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