10 giugno 2013 10:00

Non mi occupo quasi mai di diplomazia e di “alta politica”. Dopo aver dato un’occhiata al sito di Ha’aretz, ho avuto conferma della bontà della mia scelta.

Qualche giorno fa la squadra di negoziatori dell’Olp ha organizzato una visita nella zona di Latrun, una valle a nordovest di Gerusalemme occupata da Israele nel 1967. All’epoca l’esercito israeliano cacciò 5.200 residenti dai tre villaggi della zona e distrusse case, scuole e moschee. A fare da guida c’era il capo negoziatore Saeb Erekat. Noi giornalisti presenti volevamo avere notizie sul tentativo del segretario di stato americano John Kerry di riaprire i negoziati tra israeliani e palestinesi, ma Erekat non ha fornito dettagli.

Mentre camminavamo verso l’autobus, però, mi ha spiegato che i palestinesi concederanno a Kerry “alcuni mesi”. Eppure su Ha’aretz c’è scritto che il presidente palestinese Abu Mazen ha concesso a Kerry “due settimane”, citando un anonimo diplomatico israeliano. Il problema è che i leader palestinesi non forniscono mai informazioni, costringendo i giornalisti a cercarle da fonti indirette: diplomatici europei, statunitensi e soprattutto israe­liani.

In un certo senso è una pratica colonialista, ma sono gli stessi “nativi”, cioè i palestinesi, a rifiutarsi di comunicare in modo efficace. Così facendo consegnano i giornalisti nelle mani della “potenza coloniale”, che spesso ha interesse a disinformare. Quando i palestinesi provano a rimediare, è ormai troppo tardi.

Traduzione di Andrea Sparacino