Sono le tre del pomeriggio, e il mio caffè preferito a Ramallah è vuoto. Il ragazzo che ho appena intervistato se n’è andato dopo una lunga chiacchierata sulla ripresa dei negoziati tra israeliani e palestinesi. La tendenza tra i giovani è di rifiutarsi di parlarne, perché tanto per loro è tutta una farsa. Per fortuna alcuni accettano di parlare con me a condizione di mantenere l’anonimato.

Il caffè è vuoto a causa della crisi economica? Le sue bibite alcoliche e analcoliche sono più care rispetto ai bar israeliani, ma le insalate e le zuppe costano meno. In ogni caso le tariffe sono inaccessibili per un lavoratore palestinese. I clienti sono membri delle ong (che guadagnano bene), stranieri e giovani che sorseggiano lentamente una birra per passare il tempo. Ogni mattina viene anche un vecchio funzionario dell’Olp, che osserva per ore il mondo esterno.

Avevo chiesto al mio ospite come mai i giovani non manifestano contro la ripresa dei negoziati. “Abbiamo altre priorità”, mi ha risposto. “Sappiamo che in ogni caso non porteranno a niente, quindi perché perdere tempo?”. Ho chiesto ad alcuni analisti e osservatori più anziani se si aspettano una nuova intifada. Mi hanno risposto di no, perché i ragazzi sono consapevoli di quello che succede negli stati arabi vicini (Siria, Giordania, Egitto) e considerano la loro situazione migliore. “Almeno non rischiamo di morire ogni giorno e siamo meno poveri degli egiziani”, mi ha spiegato un’amica, implorandomi di non citare il suo nome.

Traduzione di Andrea Sparacino

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