La foto dell’incontro al G7 diffusa via Twitter dall’ufficio stampa della cancelliera tedesca Angela Merkel, scattata a La Malbaie, in Québec, Canada, il 9 giugno 2018.

Un mondo in un’immagine

La foto dell’incontro al G7 diffusa via Twitter dall’ufficio stampa della cancelliera tedesca Angela Merkel, scattata a La Malbaie, in Québec, Canada, il 9 giugno 2018.
11 giugno 2018 13:06

L’immagine del G7 diffusa su Twitter da Steffen Seibert, portavoce del governo federale tedesco, ha fatto il giro del mondo ed è stata commentata da molte testate (qui Huffington Post, e qui Bbc News).

Si tratta di una foto che dice molte cose, e altre ne suggerisce, sia sulla situazione fotografata, sia sulle dinamiche dell’informazione, sia su quelle della percezione. Ne elenco alcune.

  • Gli incontri politici, specie i più importanti, ci vengono di norma presentati in versione edulcorata e ritualizzata (le strette di mano, le dichiarazioni congiunte). La ritualizzazione è così consolidata da renderci difficile immaginare che possano svolgersi in modi meno formali e più muscolari di quanto non appaia nelle ingessate immagini ufficiali. Eppure qui sono proprio la prossemica, i gesti e le espressioni a rendere memorabile (memorabile in quanto muscolare) l’immagine. Anche se la muscolarità non è faccenda del tutto nuova: vi ricordate della scarpa del russo Chruščëv all’Onu?
  • Nella foto, Theresa May è “impallata” e periferica. Dunque, non la “vediamo”. Vediamo invece un’unica donna: Angela Merkel. È l’unica ad avere una postura dinamica. È l’unica ad avere un colore addosso. È, a parte il più lontano Macron, l’unica a guardare Trump in faccia (tutti gli altri guardano o a terra, o lei). È lei la protagonista indiscussa. Eppure, se al suo posto, nello stesso atteggiamento, ci fosse stato uno qualsiasi degli altri leader, l’immagine sarebbe con ogni probabilità risultata meno potente. Qui c’è frau Europa contro mister Stati Uniti.
  • Che sia una fonte a sua volta più che ufficiale, il capo ufficio stampa del governo tedesco e portavoce di Angela Merkel, Steffen Seibert, a diffondere questo tipo di immagine ci dice che l’imperativo della formalità a ogni costo vale sempre di meno. Specie sui social media. E, tra i social media, specie su Twitter, dove i messaggi si consumano con un’occhiata, e prima devono catturarla, quell’occhiata.
  • Seibert ha cominciato la sua carriera come giornalista televisivo. È naturale che sappia cogliere al volo l’effetto potenzialmente dirompente di un’immagine, e che sappia scegliere quella giusta tra tutte quelle disponibili. È un talento che diventerà sempre più importante: il futuro prossimo del web sta nelle immagini.
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  • Nella foto del G7, l’Italia e il suo capo del governo non sono neanche “impallati” da qualcuno che gli sta davanti. Sono proprio fuori dalla scena cruciale e dall’immagine che fa il giro del mondo. Quindi, sembrano assenti. Ovviamente non è andata così. Ma, anche se sappiamo bene che una foto incornicia un pezzetto di realtà e taglia via arbitrariamente tutto il resto, ci sembra sempre che possa contenere “tutta” la realtà. O, almeno, quel che importa davvero. Cogliere l’attimo, inquadrare e tagliare via il resto: altro talento importante, anche perché, per chi poi osserva, il gioco del “chi c’è?” è irresistibile.
  • In realtà, è tutta una questione di punto di vista. L’americano Fabian Reinbold pubblica, sempre su Twitter, quattro diverse edizioni della medesima scena, o almeno scatti molto vicini nel tempo, in prospettiva tedesca, francese, italiana e americana (nelle ultime due immagini, l’Italia c’è. E consulta gli appunti. Nella seconda, c’è ma è di schiena. Come non esserci). Ecco: insieme a ogni immagine, viaggia sempre, implicito, un punto di vista che, osservando quell’immagine, facciamo fatalmente, e inconsapevolmente, nostro. Per questo chi sceglie un’immagine ci suggerisce anche il punto di vista che vorrebbe adottassimo.
  • Anche The National (una testata online degli Emirati Arabi Uniti) pubblica la stessa scena, ma è un altro scatto, in un altro momento, e il senso che ne ricaviamo è del tutto opposto. Trump, l’unico a essere seduto (e non in posizione di chiusura con le breccia incrociate, ma di ascolto) non appare inquisito, ma oggetto di trepida e sorridente attenzione da parte degli astanti. Una breve ricerca con Google mi dice che quest’altra immagine, distribuita da Reuters, e pubblicata in posizione secondaria da Bbc, è stata scelta soprattutto da testate mediorientali e asiatiche. Vedere chi sceglie di pubblicare che cosa (e con che punto di vista) è sempre un ottimo esercizio.
  • E ancora: sarebbe comunque interessante sapere se è stata scattata prima l’immagine sorridente e poi quella muscolare, o viceversa. Un’immagine coglie l’attimo ed evoca una storia possibile. Ma bastano due attimi messi in fila a costruire un solido sviluppo narrativo. Come li mettiamo in fila, però?
  • D’altra parte, ogni immagine raccoglie solo una frazione di un attimo, ma lo fa con una tale nitidezza e una tale quantità di dettaglio da portarci dentro quell’attimo congelato, congelando anche noi nella percezione. Merkel che fissa Trump dall’alto in basso, protendendosi come se volesse sgridarlo, si trasforma nella sintesi e nel simbolo dell’intero evento.
  • Tutto ciò vuol dire anche che un’immagine vale sempre più di mille parole? Sì e no. Una buona immagine ci colpisce all’istante. Si stampa nella memoria. Si fa capire subito. Ma per ragionare sul senso che ha dobbiamo ricorrere, ancora una volta, alle parole.
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