(Agustina Haurigot, EyeEm/Getty Images)

Debilitati dal rancore

(Agustina Haurigot, EyeEm/Getty Images)
10 dicembre 2018 13:24

Spaventati, incattiviti, rancorosi e senza prospettive. L’immagine che il recente rapporto Censis disegna degli italiani è davvero poco confortante. Tuttavia, e magari proprio per questo, è stata ripresa e commentata dai mezzi d’informazione con notevole vigore.

Del resto, di rancore crescente il Censis parlava già un anno fa, nel 2017, in una situazione economica meno drammatica dell’attuale, segnalando che “l’immaginario collettivo ha perso la sua forza propulsiva di una volta e non c’è più un’agenda condivisa”.

Sta di fatto che il rancore è un sentimento proprio schifosetto, e non solo perché il termine rimanda all’idea di qualcosa di irrancidito, cioè di marcio e puzzolente. Nel rancore ci sono insoddisfazione, rabbia, paura e frustrazione: un cocktail velenoso e paralizzante come il morso di un pesce-palla.

Dimensione sociale
Ora, provate a farvi l’immagine mentale di un individuo rancoroso. Anzi: del signor Rancore in persona. Ve lo siete figurato? E che cosa sta facendo? Probabilmente non vedrete il signor Rancore mentre scappa per mettersi in salvo, come può fare una persona terrorizzata. O mentre dà fuori di matto, come può fare un tizio molto arrabbiato.

Non so che cosa faccia nella vostra mente il signor Rancore ma, almeno nella mia, striscia faticosamente lungo i muri, accusando chiunque della propria malasorte e lasciandosi dietro un’ombra verdastra. Alle origini del rancore, non a caso, c’è l’idea di aver subìto un’ingiustizia e un’umiliazione.

Il rancore ha una dimensione sociale. È difficile da gestire. È debilitante. Diminuisce la fiducia in se stessi e negli altri. E si autoalimenta, in una spirale discendente.

Qui brulicano i vermi dei risentimenti di vendetta e di rancore; qui l’aria maleodora di cose nascoste e inconfessabili; qui si tesse senza interruzione la rete della congiura più perfida – la congiura di chi soffre contro chi è ben formato e vittorioso, qui l’aspetto del vittorioso viene ‘odiato’. E quante menzogne per non ammettere che questo odio è odio! Che profluvio di grandi parole e di grandi gesti, che arte dell”onesta’ calunnia! Questi falliti: quale nobile eloquenza fluisce dalla loro labbra!

Questo è Nietzsche, nel 1887.

Ma torniamo (con qualche preoccupazione in più) al punto: riconoscerci nel ritratto che il Censis fa di noi potrebbe renderci ancora più spaventati, incattiviti e senz’altra prospettiva che quella rancorosa. La quale, però, è essa stessa parte (non piccola) del problema.

Un’altra parte del problema è che, ce l’ha confermato qualche settimana fa una importante ricerca realizzata da Ipsos, siamo campioni mondiali di percezioni distorte (e negative) per quanto riguarda, per esempio, immigrati, lavoro, criminalità e salute. E queste percezioni distorte sono a loro volta un ottimo alimento per il rancore.

Il Censis propone una definizione suggestiva: sovranismo psichico. Il quale “talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio, quando la cattiveria – dopo e oltre il rancore – diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare”.

In altre, più semplici, parole, il Censis sta dicendo che c’è un simpatico clima diffuso di caccia alle streghe. E tutti sanno che, a furia di darle la caccia, un’utile strega spunta sempre da qualche parte.

Percezione fuorviante
Fuor di metafora, sto parlando della profezia che si autoavvera, un implacabile meccanismo individuale e collettivo identificato dal sociologo americano Robert K. Merton. Consiste in questo: i modi (negativi o positivi) in cui definiamo le situazioni, e i comportamenti che attiviamo di conseguenza, determinano gli sviluppi ulteriori rendendoli somiglianti alle nostre previsioni.

Dunque, se siamo fiduciosi e andiamo a caccia di opportunità troveremo opportunità, e se siamo rancorosi e andiamo a caccia di streghe troveremo streghe (e non avremo né le energie né la direzione necessarie per cercare qualcos’altro di meglio per noi).

A questo punto mi tocca essere più che chiara. Non sto dicendo che le cose vanno bene: economia, lavoro, istruzione (e non solo) non vanno bene per niente e dovremmo investire tutte le nostre migliori capacità per farle andare un po’ meglio, specie per le tante persone che oggi sono in grande difficoltà. Ricordo che secondo l’Istat oggi cinque milioni di italiani sono in povertà assoluta (per favore, leggete l’intero articolo). Ricordo che la povertà economica alimenta la povertà educativa, e viceversa. Ricordo che siamo ampiamente sotto la media dell’Unione europea per investimenti nell’istruzione.

Ma la reazione rancorosa distorce, fuorvia e riduce la capacità di visione e di progetto. Esaurisce le forze, azzera la fiducia e ci fa girare a vuoto. Il fatto che ci sia un’epidemia di risentimento anche al di là dei confini nazionali non può consolarci ma, se mai, preoccuparci ulteriormente. Dovremmo, tutti insieme, trovare modi di reagire più virtuosi e produttivi. Ce la possiamo fare?

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