29 luglio 2004 17:37

I villaggi muoiono di notte. Le città muoiono di giorno, lanciando urla stridule. Dall’indipendenza, le grandi dighe hanno provocato in India lo sfollamento di oltre 35 milioni di persone. Cosa c’è nel nostro concetto di identità nazionale che permette ai governi di schiacciare la gente così impunemente? Cosa c’è nel nostro concetto di “progresso” e di “interesse nazionale” che consente (o addirittura sollecita) la violazione dei diritti umani su una scala così gigantesca da investire il tessuto della vita quotidiana e la rende virtualmente invisibile?

Ma ogni tanto succede qualcosa, e l’invisibile diventa visibile, l’incomprensibile comprensibile. Harsud è quel qualcosa. È letteratura. Teatro. Storia. Harsud è una città del Madhya Pradesh, antica di settecento anni e destinata a essere sommersa dal bacino della diga Narmada Sagar (a volte chiamata l’Indira Sagar).

La stessa Harsud dove nel 1989 decine di migliaia di attivisti provenienti da tutta l’India avevano unito le mani in un girotondo intorno alla città e giurato di resistere alla distruzione mascherata da “sviluppo”. Quindici anni dopo, mentre Harsud aspetta di affogare, quel sogno è ancorato a fragili ormeggi.

La Narmada Sagar, alta 92 metri (cioè 262 metri sul livello del mare), è la seconda delle tante enormi dighe sul fiume Narmada. La Sardar Sarovar, nel Gujarat, è la più alta. Il bacino della Narmada Sagar sarà il più grande dell’India. Per irrigare 123mila ettari di terra ne sommergerà 91mila! Tra questi ci sono 41mila ettari di foresta vergine decidua, 249 villaggi e la città di Harsud. Secondo il Detailed project report, trentamila ettari destinati a essere irrigati dalla Narmada Sagar sono già irrigati dal 1982.

Una strana matematica, non vi pare? Gli esperti che hanno studiato il progetto della Narmada Sagar ci ammoniscono da anni che, di tutte le grandi dighe sul Narmada, la Narmada Sagar sarebbe la più distruttiva. L’Indian institute of science, a Bangalore, ha calcolato che fino al 40 per cento delle terre che saranno irrigate nella zona dell’Omkareshwar e della Narmada Sagar potrebbero diventare acquitrinose. In una nota redatta nel 1993 per il Comitato di revisione, il ministero dell’ambiente e delle foreste stimava il valore della foresta che sarà sommersa in 339 miliardi e 230 milioni di rupie (circa sei miliardi di euro).

E proseguiva sostenendo che, se questa cifra fosse stata inserita nel calcolo dei costi, il progetto sarebbe diventato antieconomico. Il Wild life institute di Dehradun ha messo in guardia dalla perdita di un grande serbatoio di biodiversità, flora, fauna e rare piante medicinali. Il suo rapporto sulla valutazione dell’impatto ambientale, presentato al ministero competente nel 1994, affermava: un risarcimento per l’insieme degli effetti negativi del Narmada Sagar project e dell’Omkareshwar project non è possibile. Tali effetti dovranno essere considerati il prezzo da pagare per il beneficio socioeconomico percepito.

Come al solito, gli avvertimenti sono stati ignorati. La costruzione della diga è cominciata nel 1985. I primi anni è andata avanti a rilento. Si è scontrata con problemi finanziari e difficoltà legate all’acquisizione delle terre. Nel 1999, dopo un digiuno degli attivisti del Narmada bachao andolan (Nba, il Movimento per salvare il Narmada) i lavori furono addirittura sospesi.

La grande truffa

Il 16 maggio 2000, attenendosi alla decisione del governo centrale di privatizzare il settore energetico e aprirlo alla finanza globale, il governo del Madhya Pradesh ha firmato un memorandum d’intesa, il Mou, con il governo centrale per “affermare l’impegno congiunto delle due parti a riformare il settore energetico del Madhya Pradesh”.

Le “riforme” implicavano la “razionalizzazione” delle tariffe elettriche e il taglio dei sussidi interni, cosa che inevitabilmente avrebbe (e ha) determinato tensioni politiche. Lo stesso Mou assicurava che il governo centrale avrebbe sostenuto le dighe di Narmada Sagar e Omkareshwar creando un’impresa mista con la National hydro power corporation (Nhpc). Il contratto è stato firmato il giorno stesso, il 16 maggio 2000. I due accordi non potranno che provocare l’impoverimento e lo sfollamento di molti abitanti.

L’Nhpc sostiene che la Narmada Sagar riuscirà a soddisfare “le necessità energetiche” dello stato. È una tesi che non regge a un’analisi approfondita.

La potenza installata della Narmada Sagar è di mille megawatt. Il che significa proprio quel che sembra – e cioè che i macchinari installati per generare energia sono in grado di produrre mille megawatt di elettricità.

La potenza effettiva dipende dai flussi d’acqua realmente disponibili (una splendida Ferrari può essere in grado di raggiungere i 400 chilometri orari, ma cosa farebbe senza benzina?). Il Detailed project report fissa la potenza effettiva a 212 megawatt, che scenderanno a 147 quando i canali d’irrigazione cominceranno a funzionare.

Secondo la stessa pubblicità dell’Nhpc, il costo dell’energia alla barra di distribuzione (il cancello della fabbrica) sarà di 4,59 rupie per kilowattora. Il che significa che al consumatore costerà circa nove rupie. Chi potrà permettersela?

Secondo l’Nhpc il progetto, quando (e se) sarà completato, potrà generare una media di 1.950 milioni di kilowattora all’anno.

Tanto per continuare la discussione, accettiamo pure questa cifra. Attualmente il Madhya Pradesh disperde ogni anno il 44,2 per cento della sua elettricità – 12 miliardi di kilowattora – in fughe di trasmissione e distribuzione. È l’equivalente di sei Narmada Sagar! Se il governo del Madhya Pradesh lavorasse per evitare anche solo la metà delle perdite attuali, potrebbe generare una quantità di energia pari a tre progetti come quello di Narmada Sagar, a un terzo del costo e senza nessuna devastazione sociale ed ecologica.

Invece, ancora una volta abbiamo una Grande Diga con dubbi vantaggi e costi senza dubbio crudeli e insostenibili. Dopo la firma del Mou per la Narmada Sagar, l’Nhpc si è messo al lavoro con la consueta spietatezza. Il muro della diga ha cominciato a crescere a un ritmo allarmante. In una conferenza stampa del 9 marzo 2004 – dopo la vittoria del Bharatiya janata party (Bjp) alle elezioni e la nomina di Uma Bharati a primo ministro del Madhya Pradesh – Yogendra Prasad, presidente e direttore generale dell’Nhpc, ha dichiarato che il progetto aveva da otto a dieci mesi di anticipo rispetto ai tempi previsti.

E ha aggiunto che, grazie al miglioramento della gestione, i costi del progetto sarebbero stati notevolmente più bassi. Quando gli è stato chiesto di commentare le obiezioni sollevate dall’Nba sul programma di reinserimento, ha dichiarato che queste obiezioni erano irrilevanti. Il “miglioramento della gestione”, si scopre, è un eufemismo per indicare una truffa ai danni di migliaia di poveri.

Yogendra Prasad, Digvijay Singh e Uma Bharati sono colpevoli di un crimine: se vivessero in un paese in cui i potenti devono rendere conto delle loro azioni, si troverebbero in carcere. Il fatto che l’Nhpc sia un organo del governo centrale rende colpevole anche quest’ultimo.

Hanno consapevolmente violato i termini del loro stesso accordo, che legalmente li obbliga a rispettare i principi del lodo arbitrale del Tribunale sulle dispute idriche della Narmada (Nwdt). Il lodo stabilisce che in nessun caso la sommersione può precedere il reinserimento (il che è di per sé evidente, come dire che l’abuso di minori è un reato).

Hanno violato la politica di reinserimento del governo del Madhya Pradesh. Hanno violato le condizioni di sicurezza ambientale e forestale. Hanno violato varie convenzioni internazionali firmate dall’India: la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la Convenzione internazionale sui diritti civili, economici e politici e la convenzione dell’Organizzazione internazionale del lavoro.

La Corte suprema stabilisce che ogni trattato internazionale firmato dall’India diventa parte delle nostre leggi nazionali e locali. Nessuna famiglia è stata reinsediata rispettando il lodo del Nwdt e la politica di reinserimento del Madhya Pradesh. Non ci sono scuse, non ci sono attenuanti per l’orrore che hanno scatenato.

Verso il nulla

La strada da Khandwa ad Harsud è a pagamento. Una nuova, scorrevole autostrada privata, ingombra di carcasse di camion, auto e motociclette i cui autisti evidentemente non erano abituati a tanto lusso. Alla periferia di Harsud si incontrano file e file di spaventose baracche di lamiera ondulata. Tetti di lamiera, mura di lamiera, porte di lamiera, finestre di lamiera. Uno scintillio accecante all’esterno e un buio accecante all’interno. Su un cartello si legge: “Baad Raahat Kendra” (Centro di assistenza per l’inondazione).

Il posto è quasi vuoto, fatta eccezione per bulldozer, jeep, funzionari del governo e poliziotti che vanno in giro senza fretta, pieni dell’indolente arroganza che si accompagna al potere. Il Centro di assistenza per l’inondazione è stato costruito su un terreno acquistato e destinato a essere sommerso. Qui, fino a qualche mese fa, c’era il liceo statale.

Sotto il cielo basso e minaccioso, Harsud è come la scena di un romanzo di García Márquez. Il primo ad accoglierci è un vecchio bufalo cieco, con gli occhi verdi per le cataratte. Ancora prima di entrare in città abbiamo sentito un annuncio ripetuto senza sosta dagli altoparlanti montati su un furgone Matador. Si prega di legare le mucche e il bestiame. Si prega di non lasciarli vagare liberamente. Il governo adotterà provvedimenti per il loro trasporto (dove?). La gente, senza un posto in cui andare, sta partendo.

Ha sciolto gli animali sulle strade in rovina di Harsud. E il governo non vuole bestiame che gli affoghi tra i piedi. Dietro il bufalo cieco, stagliate contro il cielo, le ossa nude di una città in frantumi. Una città rivoltata, con la sua intimità saccheggiata, le sue viscere esposte. Oggetti personali, letti, armadi, vestiti, fotografie, pentole e padelle sono riversati sulla strada. In molte case ci sono dei pappagalli in gabbia appesi a travi spezzate.

Un neonato avvolto in un sari dondola dolcemente, addormentato nel vano della porta di un muro rimasto stranamente in piedi. Che porta dal niente al niente. Cavi elettrici pendono come pericolose radici aeree. L’interno delle case è stato denudato. È strano vedere come una città esteriormente slavata, incolore, fosse palpitante all’interno, con pareti di ogni possibile tonalità di turchese, smeraldo, lavanda, fucsia.

Sulla frontiera

Appollaiati sullo scheletro di cemento di edifici semidistrutti, gli uomini, come uccelli incapaci di volare, martellano, segano, fumano, parlano. Se uno non sapesse cosa sta succedendo, potrebbe credere che Harsud debba essere costruita, non demolita. Che sia stata colpita da un terremoto e i suoi abitanti la stiano ricostruendo. Ma poi ci si accorge che tutti i vecchi e grandi alberi – mahua, neem, peepul, jamun – sono ancora in piedi.

E davanti a ogni casa si nota l’ordine nel caos. Le cornici delle porte accatastate insieme. Le inferriate in un mucchio. I fogli di lamiera in un altro. I mattoni spezzati che conservano tracce di intonaco colorato ammassati da una parte. Insegne di negozi e tabelloni di latta appoggiati ai lampioni: Gioielliere Amkika, Istituto di bellezza, Shantiniketan Dharamshala, Analisi del sangue e delle urine. Su più di una casa sono esposti cartelli follemente ottimistici: vendesi. Tutte le case, tutti gli alberi sono segnati. Solo la gente non è numerata.

Il vignettista locale espone le sue opere su un mucchio di pietre. Ogni vignetta racconta come il governo abbia imbrogliato e raggirato la gente. Un gruppo di spettatori discute i dettagli dei vari traffici in corso nella città: dalle aste dei fogli di lamiera per le baracche ai megafoni sul Matador fino alle mazzette chieste ai genitori per i nullaosta scolastici che autorizzano il trasferimento a scuole inesistenti, in un sito di reinserimento inesistente.

I genitori sono disperati e i bambini sono felici perché l’edificio della scuola è stato demolito. Molti di loro perderanno un intero anno scolastico. I più poveri abbandoneranno gli studi. Gli abitanti di Harsud stanno radendo al suolo la loro città. Da soli. Stanno facendo a pezzi le loro case, la loro vita, il loro passato, la loro storia. Portano via i detriti con camion, trattori e carri trainati dai buoi. Harsud è febbrile. Come una città di frontiera durante la Corsa all’oro. In mezzo alle macerie la vita va avanti.

Le cose personali ora sono pubbliche. La gente cucina, fa il bagno, chiacchiera (e piange) nelle case senza pareti. Il barbiere ha uno specchio in frantumi su un muro in frantumi. L’uomo che demolisce la moschea tenta di salvare le vetrate. Non c’è metodo nella demolizione. Una casa crolla su quattro operai. Quando vengono tirati fuori, uno di loro sembra morto e ha un’asta d’acciaio conficcata nella tempia. Ma sono solo adivasi, indigeni. Non contano. Lo spettacolo continua.

In trappola

C’è un torpore innaturale, nervoso in questo trambusto. Maschera la spietatezza del governo e la disperazione della gente. Tutti sanno che poco lontano, nel Kalimachak, il fiume tributario, l’acqua è salita. Il ponte sulla strada di Badkeshwar è già sott’acqua. Non ci sono stime vere e proprie su quanti villaggi saranno sommersi dal bacino della Narmada Sagar se e quando arriverà il monsone. Il sito web della Narmada control authority riporta cifre che risalgono al censimento del 1981! Sulla stampa le autorità di governo sostengono che sommergerà più di cento villaggi e la città di Harsud.

La maggior parte delle stime lascia intendere che quest’anno trentamila famiglie saranno cacciate dalle loro case: 5.600 di queste famiglie (22mila persone) sono di Harsud. Ricordate, sono cifre del 1981. Gli agricoltori – che di solito pregano per la pioggia – intrappolati tra siccità e annegamento hanno cominciato ad avere paura dei monsoni.

Stranamente, dopo il raduno del 1989, quando il movimento contro le dighe era all’apice, la città di Harsud non è mai diventata un importante luogo di lotta. La gente ha preferito l’opzione della politica tradizionale e si è divisa aspramente tra partito del Congress e Bjp. Come la maggior parte degli indiani, pensava che le dighe non fossero di per sé negative, sempre che agli sfollati fosse garantito il reinsediamento.

Perciò gli abitanti non si sono opposti alla diga, sperando che i loro protettori politici si sarebbero dati da fare per ottenere un equo risarcimento. I villaggi nella zona da sommergere, invece, hanno cercato di organizzare una resistenza che è stata repressa brutalmente e con estrema facilità. Si sono rivolti ripetutamente all’Nba (che ha sede più a valle e lotta contro le dighe di Sardar Sarovar e Maheshwar) in cerca di aiuto. L’Nba, che lavora in un’area vastissima e ha risorse decisamente insufficienti, ha compiuto interventi sporadici, ma non è riuscito a espandere la sua zona d’influenza fino alla Narmada Sagar.

Senza l’Nba con cui fare i conti, rinvigorito dalle sentenze della Corte suprema sulle dighe di Sardar Sarovar e Tehri, il governo del Madhya Pradesh e l’Nhpc suo socio si sono scatenati in tutta la regione con una furia che lascerebbe sgomento anche il cinico più incallito. Ormai la menzogna del reinsediamento è stata smascherata. I progettisti che ancora cercano di venderla lo fanno per i motivi più crudeli e opportunistici. Offre loro una copertura. Suona così ragionevole.

Denunce e menzogne

In mancanza di una resistenza organizzata, i mezzi d’informazione del Madhya Pradesh hanno fatto un lavoro magnifico. I giornalisti locali hanno tenacemente denunciato questo oltraggio. I direttori hanno dato alla storia lo spazio che merita. Il quotidiano Sahara Samay ha installato uno studio mobile ad Harsud. Ogni giorno giornali e tv raccontano storie raccapriccianti, e un pubblico normalmente anestetizzato e indifferente ha reagito con rabbia.

Gruppi di persone vengono ogni giorno a vedere con i loro occhi cosa sta succedendo e a esprimere la loro solidarietà. Il governo dello stato e l’Nhpc restano inamovibili. Forse hanno deciso di esasperare la tragedia e aspettare che la tempesta passi.

Ministri e funzionari del governo assicurano la stampa che nei pressi di Chhanera, a 12 chilometri di distanza, è stata costruita una nuova cittadina: New Harsud. Il 12 luglio, presentando il bilancio, il ministro delle finanze del Madhya Pradesh, Shri Raghavji, ha annunciato: “La ricollocazione della città di Harsud, che era rimasta in sospeso per anni, è stata completata in sei mesi”. Menzogne.

New Harsud non è altro che chilometri e chilometri di terra brulla e pietrosa in mezzo al nulla. Alcune centinaia delle famiglie più povere di Harsud si sono già trasferite qui e vivono sotto incerate e fogli di lamiera. Gli altri si sono affidati alla pietà dei parenti nelle città vicine, o stanno dando fondo al loro magro indennizzo per affittare un alloggio. A Chhanera e nei dintorni gli affitti sono saliti alle stelle.

A New Harsud non c’è acqua, non c’è un sistema fognario, non c’è un ricovero, una scuola, un ospedale. I lotti sono separati come celle di prigione, con strade di fango che si intersecano ad angolo retto. Ricevono l’acqua da un’autobotte. A volte non arriva. Non ci sono bagni e non si vede un solo albero o cespuglio dove nascondersi per andare di corpo. Quando il vento è forte, porta via i fogli di lamiera. Quando piove, dalla terra bagnata escono gli scorpioni.

E soprattutto, a New Harsud non c’è lavoro. Non c’è modo di guadagnarsi da vivere. La gente non può lasciare i suoi averi all’aperto e andare in cerca di lavoro. E così il poco denaro che hanno ricevuto svanisce. Naturalmente il risarcimento in denaro viene dato solo ai capifamiglia, vale a dire agli uomini. Che beffa per le migliaia di donne, che sono le più colpite dalla violenza dell’evacuazione!

A Chhanera i negozi di alcolici fanno affari d’oro. Appena l’attenzione dei giornalisti si allenterà, scompariranno anche le autobotti. La gente si ritroverà in un deserto di pietra senza altra opzione che quella di fuggire. Di nuovo. E questo succede alla gente di città. Non c’è bisogno di essere un grande scienziato per immaginare cosa sta succedendo nei villaggi.

In una situazione come questa, come fa il governo a ottenere che la gente non solo non protesti ma si umili facendo a pezzi la sua vita con le sue stesse mani? Ad Harsud finora non ci sono stati interventi dei bulldozer e cariche della polizia, non c’è stata coercizione. Solo una strategia fredda, brillante. La gente di Harsud sa da anni che la città si trova nella zona destinata a essere sommersa dalla diga di Narmada Sagar. Come tutti gli espropriati di tutte le dighe, anche a loro erano stati promessi il reinsediamento e un indennizzo. Non hanno visto né l’uno né l’altro. E adesso che la vita della gente è devastata, Uma Bharati e Digvijay Singh si accusano reciprocamente di negligenza.

Promesse tradite

Esaminiamo alcuni fatti. Nel settembre del 2003, poco prima delle elezioni legislative, il governo di Digvijay Singh ha autorizzato l’Nhpc a portare l’altezza della diga a 245 metri. Alle dieci del mattino del 18 novembre 2003, la galleria di diversione è stata chiusa e l’acqua ha cominciato a confluire nel bacino. A valle il fiume si è prosciugato, i pesci sono morti e il letto del fiume è rimasto secco per giorni.

A metà dicembre, quando Uma Bharati ha assunto la guida del governo, la diga aveva già raggiunto quota 238 metri. Ansiosa di attribuirsi una parte del “merito” per la Narmada Sagar, senza nemmeno preoccuparsi di verificare come procedesse il reinsediamento, il nuovo primo ministro ha permesso che l’altezza della diga passasse da 238 a 245 metri. Nel gennaio 2004 si è congratulata con l’Nhpc per i suoi “risultati”. Nell’aprile scorso l’Nhpc ha cominciato a installare la cresta radiale delle saracinesche, che porteranno la diga a un’altezza complessiva di 262 metri. Quattro delle venti saracinesche sono già al loro posto. L’Nhpc ha annunciato che il progetto sarà ultimato entro dicembre.

La responsabilità di effettuare un rilevamento topografico ai fini del risarcimento e del reinserimento è stata trasferita all’Nhpc. La responsabilità dell’effettiva acquisizione della terra e del reinsediamento resta al governo. L’Nhpc detiene il 51 per cento delle azioni del progetto. Entrambe le “parti interessate” hanno fretta di finire il lavoro e tenere bassi i costi.

Il primo trucco, il più crudele, riguarda la definizione di “project affected”, cioè di chi si può considerare danneggiato dal progetto. Nei villaggi, i più poveri in assoluto sono abbandonati a se stessi già in questa fase. In sostanza, tutti quelli che non hanno un pezzo di terra – pescatori, traghettatori, cavatori di sabbia, lavoratori a giornata e i cosiddetti “abusivi” – non hanno i requisiti per essere considerati danneggiati dal progetto e vengono ignorati. In alcuni casi interi villaggi sono stati vittime di questo sistema.

Il Detailed project report del 1982, per esempio, diceva che il bacino avrebbe sommerso 255 villaggi. Successivamente, dall’elenco sono scomparsi sei villaggi. Ora la Narmada control authority sostiene che solo 211 villaggi potranno ricevere un risarcimento: 38 villaggi sono stati definiti abusivi e non hanno diritto a nessun indennizzo.

Il secondo colpo letale arriva quando vengono fissate le cifre del risarcimento. I fortunati che rientrano nella categoria dei “project affected” hanno chiesto, molto ragionevolmente, di essere risarciti per la perdita della terra in base ai prezzi prevalenti nella regione della diga. Hanno ricevuto quasi la metà: 40mila rupie per la terra non irrigata, 60mila per i terreni irrigati. Il prezzo di mercato per la terra irrigata è di centomila rupie. Di conseguenza, gli agricoltori che avevano sei ettari di terra potranno permettersene appena tre. I piccoli agricoltori con un ettaro diventano braccianti senza terra. I ricchi diventano poveri. I poveri diventano indigenti. Si chiama “miglioramento della gestione”.

La situazione sta peggiorando.

Perfino l’ingiusto e assurdo risarcimento che era stato promesso non è stato interamente sborsato. Per questo, nei villaggi e ad Harsud migliaia di persone sono rimaste aggrappate alle loro case. Il 14 maggio Uma Bharati ha annunciato un sussidio pari a un minimo di 25mila rupie (o al 10 per cento del risarcimento assegnato, fino a un massimo di 500mila rupie) alle persone che avessero demolito la loro casa e si fossero allontanate dalla città entro il 30 giugno.

Eppure la gente non si è mossa. L’8 giugno due rappresentanti dell’organizzazione Sangharsh Morcha hanno presentato una petizione all’Alta corte di Jabalpur chiedendo che l’acqua non fosse invasata nel bacino fino al pagamento dell’indennizzo e al termine del reinsediamento. Alla petizione erano allegati documenti redatti con cura che dimostravano chiaramente l’entità degli abusi commessi ad Harsud. Le speranze dei cittadini erano appese alla risposta della corte. Alla prima udienza, gli avvocati del governo hanno ricordato al giudice che l’acqua stava salendo e che la situazione poteva diventare pericolosa. Significava ammonire il giudice che in caso d’intervento la corte rischiava di ritrovarsi tra le mani un disastro.

Il governo dello stato sapeva che, se riusciva a piegare Harsud, la disperazione e la rassegnazione si sarebbero propagate nei villaggi vicini. Piegare Harsud una volta per tutte significava fare in modo che la gente non ci tornasse mai più, anche se il monsone non arrivava e la città non veniva completamente sommersa. Significava demolire fisicamente la città. Per creare il panico hanno simulato un’inondazione, rilasciando l’acqua del bacino di Bargi più a monte. Il 23 giugno il livello dell’acqua nel tributario Kalimachak è salito di un metro e mezzo. Eppure la gente non si è mossa.

Il 27 giugno più di 300 poliziotti e paramilitari hanno inscenato una marcia nella città terrorizzata. Compagnie di soldati a cavallo, la Rapid action force, i paramilitari e i poliziotti sono sfilati lungo le strade. Il 29 giugno l’Alta corte ha emesso un cauto e tiepido verdetto interlocutorio. Il morale di Harsud era a terra. Eppure la scadenza del 30 giugno è passata senza avvenimenti degni di nota. La mattina del 1 luglio, automobili munite di altoparlanti hanno attraversato la città in lungo e in largo annunciando che il sussidio di 25mila rupie sarebbe stato pagato solo a chi demoliva la sua casa entro la notte.

Harsud si è piegata.

Per tutta la notte la gente ha demolito le case con piedi di porco, martelli, aste di ferro. Al mattino sembrava un sobborgo dell’odierna Baghdad.

Il panico è dilagato nei villaggi. Lontano dallo sguardo dei mezzi d’informazione, al posto del richiamo esercitato dalle 25mila rupie il governo è ricorso alla cara, vecchia repressione. Di fatto nei villaggi la repressione era già cominciata da un pezzo. Un villaggio dopo l’altro – Amba Khaal, Bhawarli, Jetpur – la gente ha raccontato con dettagli precisi, terribili, com’è stata truffata dai patwari (i funzionari del catasto) e dagli ispettori delle finanze. In previsione di ciò che li aspettava, molti avevano spedito i figli e le scorte di cereali ai parenti. Famiglie che avevano vissuto insieme per generazioni non sapevano quando sarebbero riuscite a rivedersi.

Un’intera fragile economia aveva cominciato a sgretolarsi. La gente ha raccontato che le squadre di poliziotti arrivavano nel villaggio, smantellavano le pompe e tagliavano i collegamenti elettrici. Chi si azzardava a resistere veniva picchiato (è la stessa tecnica usata dal governo di Digvijay Singh due anni fa per sommergere la zona della diga di Mann). In ogni villaggio che abbiamo visitato, le scuole erano state demolite oppure occupate dalla polizia. Ad Amba Khaal i bambini studiavano all’ombra di un albero di peepul mentre i poliziotti si riposavano nelle loro aule.

Senza giustizia

Quando ci siamo inoltrati nell’entroterra, in direzione del bacino, la strada è peggiorata e poi è scomparsa. A Malud c’era una barca legata al posto di soccorso della polizia, che si affacciava su un paesaggio di rocce. Il poliziotto ha detto che stava aspettando l’inondazione. Dopo Malud abbiamo superato dei villaggi fantasma ridotti in macerie. Abbiamo passato Gannaur, l’ultimo villaggio, dove un uomo solitario stava finendo di caricare i mattoni della sua casa su un trattore.

Oltre Gannaur, la terra digrada verso l’orlo del bacino.

Mentre ci avvicinavamo all’acqua è cominciato a piovere. C’era silenzio, a parte i richiami allarmati delle pavoncelle impaurite. Nella mia mente, l’uomo che caricava il suo trattore in lontananza era Noè che costruiva la sua arca in attesa del diluvio. Lo sciabordio dell’acqua sulla riva aveva un suono minaccioso. La violenza di ciò che avevamo visto e udito spogliava le cose più belle della loro bellezza. Una coppia di libellule si accoppiava in volo. Mi sono sorpresa a chiedermi se non fosse uno stupro. C’era una riga di schiuma che segnava il livello raggiunto dall’acqua durante l’inondazione del Bargi sollecitata dal governo. C’era la scarpetta di un bambino.

Per tornare indietro abbiamo preso un’altra strada.

In un raduno pubblico ad Harsud, le persone disperate discutevano la possibilità di presentare un’istanza di interesse pubblico alla Corte suprema. Mi sono resa conto con una certa tristezza che non associo più questa istituzione all’idea di giustizia. Potere, sì. Strategia, forse. Ma giustizia? Mi sono tornate alla mente alcune frasi del verdetto di maggioranza sulla diga di Sardar Sarovar: “Anche se questi villaggi abbracciano una significativa popolazione di indigeni e di persone che appartengono ai settori più deboli, la maggioranza degli abitanti non risentirà dello sfollamento. Al contrario, ne trarrà beneficio”.

“Lo sfollamento di indigeni e di altre persone non comporta di per sé una violazione dei loro diritti fondamentali o di altra natura”.

Così migliaia di sfollati della diga di Sardar Sarovar sono stati condannati alla miseria.

Quindi. La gente di Harsud dovrebbe rivolgersi ai tribunali? Non è una domanda facile. Cosa dovrebbero chiedere? Cosa possono sperare di ottenere?

La sezione in cemento della diga di Narmada Sagar è alta 245 metri. La cresta radiale di saracinesche porta il muro della diga a un’altezza complessiva di 262,13 metri. Secondo le cifre della stessa Narmada control authority, una parte enorme dell’allagamento avrà luogo tra i 245 e i 262 metri.

Possiamo aspettarci che i tribunali valutino la possibilità di spalancare le paratoie (come nel caso della diga di Mann), tenendole aperte fino a quando il processo di reinsediamento sarà ultimato secondo le richieste del Nwdt?

Possiamo aspettarci che i tribunali ordinino la riapertura del canale di diversione in modo che l’acqua non sia invasata nel bacino al prossimo monsone?

Possiamo aspettarci che i tribunali mettano sotto processo ogni uomo politico, burocrate e funzionario dell’Nhpc coinvolto in abusi criminali?

Possiamo aspettarci che i tribunali ordinino la rimozione delle quattro saracinesche già installate (e rinviino l’installazione delle altre) fino a quando ogni famiglia sfollata non sarà reinsediata?

Anima e corpo

Abbiamo lasciato Harsud al crepuscolo. Sulla via ci siamo fermati al Baad Raahat Kendra. C’erano pochissime persone in giro, anche se un paio di famiglie si erano trasferite nelle baracche di lamiera. Una delle porte di lamiera aveva un adesivo che diceva Export quality. Era difficile distinguere l’uomo seduto sul pavimento al buio. Ha detto di chiamarsi Kallu l’autista.

Sono contenta di averlo conosciuto. Era seduto sul pavimento e si era tolto la gamba di legno. Un tempo faceva l’autista, ma quindici anni fa ha perso la gamba in un incidente. Viveva ad Harsud. Aveva ricevuto un assegno di 25mila rupie e in cambio aveva demolito la sua capanna di fango. Sua figlia, che era incinta, era venuta dal villaggio del marito per aiutarlo a trasferirsi. Era andato tre volte a Chhanera per cercare di incassare l’assegno.

Era rimasto senza soldi per l’autobus. La quarta volta era andato a piedi. La banca l’aveva mandato via e gli aveva detto di tornare dopo tre giorni. Ci ha fatto vedere la sua gamba di legno, che si era scheggiata e aveva una spaccatura. Ha detto che ogni notte i funzionari lo minacciavano e cercavano di farlo trasferire a New Harsud. Gli dicevano che il Baad Raahat Kendra era riservato alle emergenze. Kallu era fuori di sé per la rabbia.

“Cosa potrei fare nel deserto?”, ha detto. “Come potrei vivere? Non c’è niente là”. Alla porta si era riunita una piccola folla. La sua rabbia ha alimentato la loro. Kallu l’autista non ha bisogno di leggere la stampa, le carte dei tribunali, gli scaltri editoriali (o gli esperti che fingono di essere più informati della gente) per sapere da che parte sta. Ogni volta che qualcuno citava i funzionari del governo, lanciava una maledizione. Non faceva distinzioni di sesso.

“Maaderchod”, ha detto. Si scopano la madre.

Non è consapevole delle obiezioni femministe alle allusioni irriguardose al corpo delle donne. La Banca mondiale, tuttavia, non è d’accordo con Kallu l’autista. Ha scelto proprio l’Nhpc come oggetto dei suoi elogi. Nel dicembre 2003, una delegazione di alti funzionari della Banca mondiale ha visitato il Narmada Sagar project. Del gruppo facevano parte gli esperti per i problemi idrici e il reinsediamento.

Nella sua Bozza per una strategia di assistenza al paese, la Banca ha scritto: “Se per lunghi anni l’industria idroelettrica non ha goduto di una buona reputazione, alcuni grandi attori (tra cui l’Nhpc) hanno cominciato a dimostrare maggiore sensibilità per i problemi ambientali e sociali”. È interessante notare che questo era il terzo elogio della Banca mondiale in sei mesi. Perché?

Si legga la frase successiva della bozza: “In considerazione di ciò la Banca collaborerà con il governo indiano e le sue agenzie pubbliche all’individuazione di nuove possibili aree di supporto su piccola scala per lo sviluppo dell’energia idroelettrica”.

È buio sull’autostrada che ci riporta a Khandwa. Uno dopo l’altro, superiamo dei camion che trasportano legname senza contrassegni, illegale. Camion che portano via la foresta. Trattori che portano via la città. La notte che porta via i sogni di centinaia di migliaia di persone. Sono d’accordo con Kallu l’autista. Ma ho un problema con le allusioni irriguardose al corpo delle donne.

Internazionale, numero 550-551-552, 29 luglio 2004