30 marzo 2018 11:05
Illustrazione di Gianluigi Toccafondo

Questo articolo è la trascrizione di una lettura radiofonica realizzata per Bbc Radio 4, intitolata When the saints go marching out. È uscito il 30 dicembre 2003 nel numero 520 di Internazionale, a pagina 32.

Sono passati quarant’anni dalla marcia su Washington, quando Martin Luther King pronunciò il suo famoso discorso “I have a dream”. Forse è tempo di riflettere – ancora una volta – su cosa ne è stato di quel sogno.

È interessante vedere come le icone, una volta esaurito il loro tempo, vengano mercificate e sequestrate (alcune volontariamente, altre no) per promuovere il pregiudizio, il fanatismo e l’iniquità che avevano combattuto. Del resto, in un’epoca in cui tutto è in vendita, perché non dovrebbero esserlo anche le icone? In un’epoca in cui tutta l’umanità – ogni singola creatura sulla terra di Dio – è intrappolata fra il libretto degli assegni del Fondo monetario e i missili americani, le icone possono organizzare una fuga?

Martin Luther King fa parte di una trinità. È difficile parlare di lui senza altri due che sgomitano per entrare nel quadro: Mohandas Gandhi e Nelson Mandela. I tre alti sacerdoti della resistenza non violenta. Insieme rappresentano (in misura diversa) le lotte non violente di liberazione del ventesimo secolo (o forse dovremmo dire “composizioni negoziate”?): del colonizzato contro il colonizzatore, dell’ex schiavo contro lo schiavista. Oggi le élite delle stesse società e degli stessi popoli in nome di cui furono combattute le battaglie per la libertà li usano come mascotte per attirare nuovi maestri.

Mohandas, Mandela, Martin,
India, Sudafrica, Stati Uniti.
Sogni spezzati, tradimenti, incubi.
Un’istantanea dell’ipotetico “Mondo Libero” di oggi.

Nel marzo scorso in India, nel Gujarat – il Gujarat di Gandhi – gli estremisti indù hanno trucidato duemila musulmani in un’orgia di sangue di agghiacciante efficienza. Le donne sono state stuprate in massa e bruciate vive. Le tombe e i sacrari musulmani sono stati rasi al suolo. Più di 150mila musulmani sono stati cacciati dalle loro case. La base economica della comunità è stata distrutta. I testimoni oculari e varie commissioni d’indagine hanno accusato di collusione il governo dello stato e la polizia. Ho assistito a un raduno in cui un gruppo di vittime continuava a implorare: “Per favore, salvateci dalla polizia. È tutto ciò che chiediamo”.

Illustrazione di Gianluigi Toccafondo

Nel dicembre 2002 lo stesso governo è stato rieletto. Narendra Modi, che molti accusano di aver orchestrato i tumulti, ha cominciato il suo secondo mandato come primo ministro del Gujarat. Il 15 agosto, il Giorno dell’indipendenza, ha issato la bandiera indiana davanti a migliaia di persone festanti. Con un gesto di minaccioso simbolismo aveva in testa il berretto nero degli Rss, il segno della sua appartenenza alla corporazione nazionalista indù che non si è vergognata in passato di ammirare Hitler e i suoi metodi.

Centotrenta milioni di musulmani – per non parlare delle altre minoranze: dalit, cristiani, sikh, adivasi – vivono in India sotto l’ombra minacciosa del nazionalismo indù. Dimostrando una straripante fiducia nel suo futuro politico Narendra Modi, maestro nell’arte di cogliere l’attimo, ha invitato Nelson Mandela a presenziare come ospite d’onore alle celebrazioni per l’anniversario della nascita di Gandhi, il 2 ottobre. Fortunatamente l’invito è stato declinato. E che dire del Sudafrica di Mandela, noto anche come il Piccolo miracolo, il Paese arcobaleno di dio? I sudafricani dicono che l’unico miracolo che conoscono è la rapidità con cui l’arcobaleno è stato privatizzato, sezionato e messo in vendita al maggiore offerente.

A soli due anni dalla sua ascesa al potere, l’African National Congress si è inginocchiato senza esitazioni davanti al dio Mercato. Nella fretta di subentrare all’Argentina come campione del neoliberismo, ha istituito un massiccio programma di privatizzazioni e aggiustamenti strutturali. La promessa del governo di ridistribuire gli appezzamenti agricoli a 26 milioni di persone senza terra è rimasta nel regno dell’umorismo nero. Mentre il 60 per cento della popolazione rimane senza terra, quasi tutti i terreni agricoli sono nelle mani di 60mila agricoltori bianchi (non sorprende che George W. Bush durante una sua recente visita in Sudafrica abbia parlato di Thabo Mbeki come il suo “uomo di punta” per la questione dello Zimbabwe).

Nel postapartheid il reddito del 40 per cento delle famiglie nere più povere è diminuito circa del 20 per cento. Due milioni di persone sono state cacciate dalle loro case. Seicento muoiono di aids ogni giorno. Il 40 per cento della popolazione è disoccupato e questa cifra è in rapido aumento. Il passaggio dei servizi di base nelle mani delle grandi aziende ha significato che milioni di persone sono rimaste senz’acqua ed elettricità.

Illustrazione di Gianluigi Toccafondo

Ho visitato la casa di Teresa Naidoo a Chatsworth, Durban. Suo marito era morto il giorno prima di aids. Non aveva soldi per la bara. Lei e i suoi due bambini sono sieropositivi. Il governo le ha staccato l’acqua perché non riusciva a pagare le bollette e gli arretrati dell’affitto della sua minuscola casa popolare. Il governo liquida i problemi di Teresa e di milioni di persone come lei definendoli “la cultura del non pagamento”.

In quello che dovrebbe essere uno scandalo internazionale, lo stesso governo ha ufficialmente chiesto al giudice di un tribunale americano di deliberare contro il versamento di riparazioni da parte delle società straniere per il ruolo che ebbero durante l’apartheid. La logica è che le riparazioni – in altri termini la giustizia – scoraggerebbe gli investimenti stranieri. Così i più poveri del Sudafrica devono pagare i debiti dell’apartheid, in modo che chi ha ammassato profitti sfruttando i neri con quel regime possa ricavare ancora di più dalla buona volontà generata dal Paese arcobaleno voluto da Nelson Mandela. I colleghi di governo chiamano ancora il presidente Thabo Mbeki “compagno”: in Sudafrica i romanzi di Orwell sono cronaca di tutti i giorni.

Cosa resta da dire degli Stati Uniti di Martin Luther King? Forse vale la pena di farci una domanda molto semplice: se fosse vivo oggi sceglierebbe di rimanersene al calduccio nel pantheon dei Grandi americani? Oppure abbandonerebbe il suo piedistallo scrollandosi di dosso gli osanna insignificanti e scenderebbe per le strade chiamando di nuovo a raccolta la sua gente? Il 4 aprile 1967, un anno prima di essere assassinato, Martin Luther King pronunciò un discorso nella chiesa di Riverside a New York. Quella sera disse: “Non potrei più levare la mia voce contro la violenza degli oppressi nei ghetti senza aver prima parlato chiaramente al più grande portatore di violenza del mondo di oggi: il mio stesso governo”.

È successo qualcosa in questi 36 anni – dal 1967 al 2003 – che gli avrebbe fatto cambiare atteggiamento? Oppure oggi, dopo le guerre più o meno aperte e i massacri di massa compiuti dai governi del suo paese, sia repubblicani sia democratici, vedrebbe doppiamente confermata la sua opinione? Non dimentichiamo che Martin Luther King jr non cominciò subito come militante. Cominciò come persuasore, credente. Nel 1964 vinse il Nobel per la pace. I media lo appoggiavano perché era un leader nero esemplare a differenza, diciamo, del più aggressivo Malcolm X. Fu solo tre anni dopo che Martin Luther King jr denunciò il legame tra la guerra razzista del governo statunitense in Vietnam e la sua politica razzista in patria.

Nel 1967, in un discorso particolarmente duro, attaccò l’invasione americana del Vietnam. Disse: “Siamo stati ripetutamente esposti alla crudele ironia di vedere sugli schermi della tv ragazzi neri e bianchi che uccidono e muoiono insieme per un paese che non ha saputo accoglierli nelle stesse scuole. Così li vediamo brutalmente solidali mentre bruciano le capanne di un povero villaggio, ma ci rendiamo conto che difficilmente potrebbero vivere nello stesso isolato a Chicago”.

Il New York Times aveva una straordinaria contrologica da opporre al sentimento di avversione alla guerra sempre più diffuso tra i neri americani. “In Vietnam”, scrisse, “il popolo nero per la prima volta ha avuto l’opportunità di fare la sua parte di combattimenti per il suo paese”. Ma trascurò di ricordare l’osservazione di Martin Luther King: “Ci sono due volte più negri che bianchi a morire in Vietnam rispetto alla loro percentuale sulla popolazione”. Omise di ricordare che quando i sacchi con i corpi arrivavano a casa, alcuni soldati neri del profondo sud venivano sepolti in cimiteri segregati.

Cosa direbbe oggi Martin Luther King jr del fatto che secondo le statistiche federali gli afroamericani, con un’incidenza del 12 per cento nella popolazione statunitense, costituiscono il 21 per cento delle forze armate e il 29 per cento dell’esercito degli Stati Uniti? Forse assumerebbe un atteggiamento favorevole e lo considererebbe un caso di affirmative action particolarmente efficace? Cosa direbbe del fatto che dopo aver tanto combattuto per conquistare il diritto al voto, un milione e 400mila afroamericani, il 13 per cento di tutti i neri che hanno l’età per votare, sono stati privati di questo diritto per gravi condanne penali?

Ma la domanda più pertinente di tutte è: cosa direbbe Martin Luther King jr a quegli uomini e quelle donne nere che costituiscono un quinto delle forze armate e quasi un terzo dell’esercito Usa? Ai soldati neri che combattevano in Vietnam, Martin Luther King disse: “Quando diamo consigli ai giovani sul servizio militare dobbiamo spiegargli chiaramente il ruolo del nostro paese in Vietnam e sfidarli con l’alternativa dell’obiezione di coscienza”. Nell’aprile 1967 a una grande dimostrazione contro la guerra a Manhattan, Stokely Carmichael definì così il servizio di leva: “Bianchi che mandano neri a fare guerra ai gialli per difendere una terra che hanno rubato ai rossi”.

Se l’America nera vuole rendere omaggio ai suoi veri eroi allora è ora di marciare su Washington. Di nuovo

Cos’è cambiato da allora? Solo, ovviamente, che la leva obbligatoria è diventata una leva della povertà: un tipo diverso di costrizione. Martin Luther King direbbe oggi che l’invasione e l’occupazione di Iraq e Afghanistan sono moralmente diverse dall’invasione del Vietnam? Direbbe che è stato giusto e morale partecipare a queste guerre? Direbbe che è giusto che Washington abbia a lungo sostenuto politicamente e finanziariamente un dittatore come Saddam Hussein mentre commetteva i suoi peggiori eccessi contro i curdi, gli iraniani e gli iracheni negli anni ottanta, solo perché era un alleato contro l’Iran?

E quando il dittatore cominciò a mordere il freno, come ha fatto Saddam Hussein, direbbe che è stato giusto muovere guerra all’Iraq, sganciare centinaia di tonnellate di uranio impoverito nei suoi campi, mettere fuori uso i suoi sistemi di approvvigionamento idrico, instaurare un regime di sanzioni economiche che ha provocato la morte di mezzo milione di bambini, usare le ispezioni dell’Onu per costringerlo a disarmare, ingannare l’opinione pubblica a proposito di un arsenale di armi di distruzione di massa che potevano entrare in azione in pochi minuti, e poi, quando il paese era in ginocchio, mandare un esercito invasore a conquistarlo, occuparlo, umiliare la sua gente, assumere il controllo delle sue risorse naturali e delle sue infrastrutture, e assegnare contratti per centinaia di milioni di dollari a multinazionali americane come la Bechtel?

Quando levò la voce contro la guerra del Vietnam, Martin Luther King indicò dei nessi che in questi giorni molti evitano di fare. Disse: “Il problema del razzismo, il problema dello sfruttamento economico, il problema della guerra: è tutto collegato. Questi tre grandi mali sono interconnessi”. Direbbe oggi alla sua gente che il governo aveva ragione a esportare la sua crudeltà – il suo razzismo, la sua prepotenza economica e la sua macchina da guerra – nei paesi più poveri? Direbbe che i neri americani devono combattere per avere la loro giusta fetta della torta americana, e più grande è la torta migliore la fetta? E che devono farlo senza occuparsi troppo del prezzo spaventoso che la gente dell’Africa, dell’Asia, del Medio Oriente e dell’America Latina sta pagando per l’american way of life? Appoggerebbe l’innesto del Grande sogno americano nel suo sogno, che era molto diverso e molto bello? Oppure lo considererebbe una profanazione della sua memoria e di tutto ciò che voleva difendere?

La lotta dei neri americani per i diritti civili ci ha dato alcuni dei più straordinari combattenti politici, pensatori, oratori e scrittori dei nostri tempi. Martin Luther King, Malcolm X, Fannie Lou Hamer, Ella Baker, James Baldwin, e naturalmente il meraviglioso, magico, mitico Mohammed Alì. Chi ha ereditato il loro manto? Forse gente come Colin Powell? Condoleezza Rice? Michael Powell? Sono l’esatto contrario delle icone o dei modelli. Sembrano l’incarnazione dei sogni di successo materiale dei neri, ma in realtà rappresentano il Grande tradimento. Sono i servitori in livrea che proteggono l’ingresso della sfavillante sala da ballo dall’irruzione delle razze più scure. Il loro ruolo e la loro funzione sono quelli di essere messi in mostra dall’amministrazione Bush, che cerca di guadagnarsi delle note di merito nelle sue guerre razziste e nei suoi safari africani.

Se queste sono le nuove icone dell’America nera, allora dovremo fare a meno delle vecchie, perché il loro posto non è nello stesso pantheon. Se queste sono le nuove icone dell’America nera, allora forse l’indimenticabile immagine che Mike Marqusee evoca nel suo splendido libro Redemption song – un vecchio Mohammed Alì afflitto dal Parkinson che fa la pubblicità a una pensione di anzianità – è un simbolo di quel che è successo al Black Power, non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo. Se l’America nera vuole sinceramente rendere omaggio ai suoi veri eroi e a tutte le persone che hanno combattuto al loro fianco e che nessun poeta ha mai cantato, se il mondo vuole rendergli omaggio, allora è ora di marciare su Washington. Di nuovo. Tenendo viva la speranza, per tutti noi.

(Traduzione di Giuseppina Cavallo)

Questo articolo è la trascrizione di una lettura radiofonica realizzata per Bbc Radio 4, intitolata When the saints go marching out. È uscito il 30 dicembre 2003 nel numero 520 di Internazionale, a pagina 32.

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