26 settembre 2021 10:11

Nel febbraio 1989 l’ultimo carro armato sovietico se ne andò dall’Afghanistan dopo che il suo esercito era stato sconfitto in una guerra quasi decennale da una coalizione di mujahidin (addestrati, armati, finanziati e indottrinati dai servizi segreti statunitensi e pachistani). A novembre di quell’anno il muro di Berlino crollò e l’Unione Sovietica cominciò a sgretolarsi. Quando finì la guerra fredda, gli Stati Uniti presero le redini dell’ordine mondiale. In un batter d’occhio l’islam radicale sostituì il comunismo come la più imminente minaccia alla pace mondiale. Dopo gli attacchi dell’11 settembre, il mondo politico come lo conoscevamo è ruotato sul suo asse. E il perno di quell’asse sembrava trovarsi da qualche parte nelle montagne dell’Afghanistan.

Mentre gli Stati Uniti fanno la loro uscita ignominiosa dall’Afghanistan, i discorsi sul loro declino e l’ascesa della Cina si moltiplicano. Per l’Europa, e in particolare per il Regno Unito, la potenza economica e militare di Washington ha fornito una sorta di continuità culturale, mantenendo di fatto lo status quo. Un nuovo, spietato potere in attesa dietro le quinte per prendere il loro posto dev’essere fonte di profonda preoccupazione. In altre parti del mondo, dove lo status quo ha portato sofferenze indicibili, le notizie dall’Afghanistan sono state accolte con meno timore.

Il giorno in cui i taliban sono entrati a Kabul ero sulle montagne di Tosa Maidan, un pascolo sulle alture del Kashmir che l’esercito e l’aviazione indiana hanno usato per decenni per esercitarsi con l’artiglieria e i bombardamenti aerei. Da lì potevamo guardare la valle sotto di noi, costellata di cimiteri dove sono sepolti decine di migliaia di musulmani kashmiri morti nella lotta dello stato per l’autodeterminazione.

Punti di vista
In India il Bharatiya janata party (Bjp), un partito nazionalista indù, è salito al potere sfruttando l’ostilità internazionale nei confronti dell’islam dopo l’11 settembre. Il Bjp si considera un fedele alleato degli Stati Uniti. L’establishment della sicurezza indiana è consapevole che la vittoria dei taliban segna un cambiamento strutturale nella politica del subcontinente, che coinvolge tre potenze nucleari – India, Pakistan e Cina – e che ha nel Kashmir il suo punto critico. Vede l’affermazione dei taliban come una vittoria del suo nemico mortale, il Pakistan, che ha sostenuto segretamente il movimento islamista nella sua battaglia ventennale contro l’occupazione statunitense. I 175 milioni di musulmani dell’India continentale, già brutalizzati, ghettizzati, stigmatizzati come “pachistani” – e ora, sempre più spesso, come “taliban”– sono ancora più a rischio di discriminazione e persecuzione.

In questi anni la maggior parte dei mezzi d’informazione indiani, asserviti in maniera imbarazzante al Bjp, ha definito i taliban un gruppo terroristico. Molti abitanti del Kashmir, che hanno vissuto per decenni con i cannoni indiani puntati addosso, hanno letto le notizie in modo diverso, con speranza, perché erano alla ricerca di spiragli di luce. I dettagli e le conseguenze di quello che stava succedendo non erano ancora chiari. Ma alcune delle persone con cui ho parlato vedevano quegli avvenimenti come la vittoria dell’islam contro l’esercito più potente del mondo. Altri come un segno che nessun potere può fermare una sincera lotta per la libertà. Credevano fermamente che i taliban fossero totalmente cambiati e avessero abbandonato i loro metodi barbari.

L’ironia della cosa è che queste conversazioni si svolgevano nel 2020, mentre eravamo seduti su un prato pieno di crateri provocati dalle bombe. In India si festeggiava il Giorno dell’indipendenza e il Kashmir era stato militarizzato per evitare proteste. Su quel confine gli eserciti di India e Pakistan erano impegnati in un faccia a faccia carico di tensione. Sull’altro, nella vicina regione del Ladakh, l’esercito cinese aveva attraversato la linea di frontiera ed era accampato in territorio indiano. L’Afghanistan sembrava molto vicino.

Per secoli gli Stati Uniti hanno avuto la possibilità
di ritirarsi nella pace garantita dalla loro geografia. Ma ora sono in allarme

Nelle loro numerose spedizioni militari gli Stati Uniti hanno distrutto un paese dopo l’altro. Hanno scatenato milizie, ucciso milioni di persone, rovesciato democrazie e appoggiato tiranni e occupazioni militari. Hanno dispiegato una versione aggiornata della retorica coloniale britannica, secondo la quale starebbero prendendo parte a una missione civilizzatrice. Così è stato con il Vietnam. E così con l’Afghanistan.

Basta guardare i successivi episodi della storia recente. I sovietici, i mujahidin sostenuti da Stati Uniti e Pakistan, i taliban, i jihadisti dell’Alleanza del nord, i signori della guerra e le forze armate degli Stati Uniti e della Nato hanno fatto bollire le ossa del popolo afgano in un brodo di sangue. Tutti hanno commesso crimini contro l’umanità e hanno contribuito a creare il terreno fertile per terroristi come Al Qaeda, il gruppo Stato islamico e i loro affiliati.

Se “intenzioni” onorevoli come l’emancipazione delle donne vanno considerati fattori attenuanti nelle invasioni militari, allora certamente sia i sovietici sia gli statunitensi possono dire di aver elevato, educato e dato potere a una piccola frazione di donne afgane, prima di ricacciarle in un calderone ribollente di misoginia medievale. Ma né la democrazia né il femminismo possono essere lanciati dal cielo come bombe. Le donne afgane continueranno a combattere per la loro libertà a modo loro.

Il ritiro degli Stati Uniti segna l’inizio della fine della loro egemonia? L’Afghanistan sarà all’altezza della sua reputazione di cimitero degli imperi? Forse no. Nonostante lo spettacolo dell’orrore all’aeroporto di Kabul, per gli Stati Uniti il ritiro potrebbe non essere un colpo duro come si fa credere. Gran parte dei miliardi di dollari spesi in Afghanistan sono poi tornati all’industria bellica statunitense, che include produttori di armi, mercenari, società di logistica e infrastrutture e organizzazioni senza fine di lucro. La maggior parte delle vite perse durante l’invasione e l’occupazione dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti (stimate a circa 170mila dai ricercatori della Brown university statunitense) erano di afgani che, agli occhi degli invasori, contano poco. E se si escludono le lacrime di coccodrillo, anche i 2.400 soldati americani uccisi non contano molto.

I taliban hanno umiliato gli Stati Uniti. L’accordo di Doha, firmato da entrambe le parti nel 2020 per un trasferimento pacifico del potere, ne è la testimonianza. Ma il ritiro potrebbe anche riflettere un cinico calcolo di Washington in un mondo in rapida trasformazione. Con le economie devastate dai lockdown e dal covid-19, e con la tecnologia, la gigantesca raccolta di dati e l’intelligenza artificiale che rendono possibile un nuovo tipo di guerra, mantenere il controllo di un territorio è meno necessario che in passato. Perché non lasciare che siano Russia, Cina, Pakistan e Iran a impantanarsi in Afghanistan – dove ci sarà il collasso economico e un’altra guerra civile – mantenendo le forze statunitensi pronte per un possibile conflitto con la Cina per Taiwan?

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La vera tragedia per gli Stati Uniti non è la clamorosa sconfitta in Afghanistan, ma il fatto che sia avvenuta in diretta televisiva. Quando si ritirarono dal Vietnam, il consenso interno fu fatto a pezzi dalle proteste contro la guerra. Quando Martin Luther King fece un collegamento tra capitalismo, razzismo e imperialismo e parlò contro la guerra del Vietnam, fu denigrato. Mohammad Ali, che rifiutò di arruolarsi, fu privato dei titoli vinti da pugile e minacciato d’arresto. Anche se la guerra in Afghanistan non ha suscitato reazioni appassionate, molti nel movimento Black lives matter hanno fatto questi collegamenti.

Per secoli gli Stati Uniti hanno avuto la possibilità di ritirarsi nella pace garantita dalla loro geografia. Tanta terra e acqua dolce, nessun vicino ostile, oceani su entrambi i lati. E ora anche un sacco di petrolio grazie al fracking. Ma la geografia statunitense è in allarme. La sua abbondanza naturale non può più sostenere l’American way of life. Né la guerra. Gli oceani si stanno alzando, le coste sono insicure, le foreste bruciano, le fiamme lambiscono i bordi della civiltà stanziale e diffondendosi divorano intere città. La siccità dilaga. Uragani e inondazioni devastano le città.

Se gli imperi e i loro avamposti hanno bisogno di saccheggiare il pianeta per mantenere la loro egemonia, non importa se il saccheggio è opera del capitale statunitense, europeo, cinese o indiano. Non è di questo che dovremmo parlare. Mentre noi siamo impegnati a parlare, la Terra muore.

(Traduzione di Federico Ferrone)