La sede del parlamento europeo a Bruxelles, Belgio, 22 maggio 2019. (Yves Herman, Reuters/Contrasto)

Il Belgio vota per l’Europa ma non solo

La sede del parlamento europeo a Bruxelles, Belgio, 22 maggio 2019. (Yves Herman, Reuters/Contrasto)
25 maggio 2019 11:36

Il Belgio è uno degli stati fondatori dell’Unione europea e rimane un paese molto europeista. A parte l’estrema destra, nessun partito è scettico sull’Unione. Non lo è nemmeno il partito nazionalista Nuova alleanza fiamminga (N-Va) che, anche se a volte critica l’Europa, ritiene che aumentare il potere delle regioni all’interno dell’Unione è un modo per dividere il Belgio, che è il suo obiettivo.

D’altra parte il primo ministro uscente Charles Michel ha investito molto sul terreno europeo, per esempio attraverso una partnership con il presidente francese Emmanuel Macron e alcune frequenti prese di posizione per chiedere il consolidamento della costruzione europea. Il Belgio è quindi globalmente europeista.

Eppure la campagna europea non è stata molto vivace. La prima ragione è che questo voto del 26 maggio è accompagnato da altre cinque elezioni: federali, per la regione fiamminga, per la regione vallona (le Fiandre), per la regione di Bruxelles e per il parlamento della comunità di lingua tedesca.

L’accorpamento delle consultazioni è stato deciso per evitare il moltiplicarsi delle elezioni nel paese e ha avuto una grande influenza sul dibattito pubblico. Innanzitutto perché, nei mezzi d’informazione, le elezioni nazionali e regionali hanno avuto molto più spazio, anche se i principali media hanno cercato di seguire il voto europeo. Inoltre la posta in gioco nelle legislative è cruciale, perché condiziona la sopravvivenza stessa del paese. Va ricordato che la prima forza politica del paese è la N-Va, un partito indipendentista che nell’articolo 1 del suo statuto sostiene l’indipendenza delle Fiandre fiamminghe dai francofoni. Se, nelle prossime elezioni, i francofoni voteranno a sinistra e i fiamminghi a destra, come prevedono i sondaggi, sarà molto difficile formare un governo nazionale. E in questo caso il rischio di una grave crisi, come quella nel 2010, quando il paese è rimasto 541 giorni senza governo, si profila di nuovo. Questo spiega perché le elezioni europee non sono centrali nelle conversazioni dei cittadini belgi.

Vecchie glorie politiche che a volte vedono nella carica di eurodeputato un premio di fine carriera

La concomitanza delle elezioni europee e quelle nazionali provoca scelte difficili anche per i partiti, che generalmente preferiscono usare le loro grandi macchine elettorali per il voto nazionale. Pertanto, salvo qualche caso, non sono le figure politiche più forti a essere candidate per l’Europa. Una delle eccezioni è Paul Magnette, uno degli uomini forti del Partito socialista (Ps), capolista per l’Europa. Ma questa non è un’eccezione vera e propria in quanto ha già annunciato che, se sarà eletto alle elezioni europee, non prenderà il seggio. Gli altri candidati sono spesso sconosciuti al grande pubblico o sono vecchie glorie politiche che a volte vedono nella carica di eurodeputato un premio di fine carriera e non un modo per realizzare degli obiettivi.

Questa situazione, tuttavia, non toglie interesse al ballottaggio europeo. C’è un fattore che trascende il voto ed è la probabile ascesa degli ecologisti. I sondaggi li mostrano in forte crescita e le elezioni locali dello scorso ottobre hanno già dimostrato i loro progressi, specialmente nella capitale, Bruxelles, dove questo partito potrebbe diventare la prima formazione politica, risultato che sarebbe storico. Va detto che il dibattito sul clima in Belgio è stato vivo in tutta questa campagna. E non perché i partiti politici lo mettessero all’ordine del giorno. Tutto è cominciato con gli studenti che spontaneamente hanno saltato la scuola lo scorso dicembre per manifestare a Bruxelles e poi in altre città del paese. All’apice del movimento, all’inizio di quest’anno, gli appuntamenti hanno portato in piazza trentamila studenti, che per il Belgio sono molti. Rapidamente il dibattito sul clima è entrato nell’agenda della campagna, sia belga sia europea, e i partiti hanno cercato di rendere verde il loro programma. Solo gli ambientalisti erano già pronti a guidare questo dibattito e sono fortemente saliti nei sondaggi. Gli osservatori si aspettano quindi una “domenica verde”, ma bisogna essere cauti perché alla fine della campagna sono riemerse in agenda le questioni economiche e sociali, molto sentite in Belgio e poco presenti nel programma degli ambientalisti.

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Come in altri paesi, un’altra questione in gioco, questa volta a livello sia nazionale sia europeo, è il risultato che otterrà l’estrema destra. Nel Belgio francofono è inesistente, fatta eccezione per alcuni piccoli partiti. Nelle Fiandre è più presente e rappresentato in parlamento attraverso il Vlaams Belang, che potrebbe contare circa sul 10 per cento dei voti. Ma il partito potrebbe creare qualche sorpresa. Il dibattito sull’immigrazione è stato molto vivace negli ultimi mesi ed è possibile che questo tema accresca la popolarità di questo partito che potrebbe diventare una forza politica importante anche tra i deputati belgi del parlamento europeo. A livello nazionale, il partito di estrema destra non dovrebbe essere in grado di entrare in un esecutivo poiché gli altri gruppi hanno concordato di non formare una coalizione con questo movimento. È in questo contesto che i belgi eleggeranno, questa domenica, i loro 21 eurodeputati.

(Traduzione di Stefania Mascetti)

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