La domanda determina l’offerta, e tutti i conflitti hanno i loro mercanti d’armi. È inevitabile, banale e generalmente poco gradevole. Eppure la storia del fornitore libico dei ribelli siriani, Abdul Basit Haroun, rivelata mercoledì dall’agenzia Reuters, ha qualcosa di speciale.

Più di vent’anni fa Haroun si è trasferito nel Regno Unito per non vivere sotto il regime del colonnello Gheddafi. Stabilitosi a Manchester, ha fatto carriera nel mercato immobiliare, guadagnando molti soldi e crescendo lì i suoi figli. Nel 2011, però, quando Bengasi è insorta, ha deciso di lasciare tutto e andare a combattere la dittatura nel suo paese. Ha creato la sua brigata personale, ma invece di trasformarla in uno strumento di potere come avevano fatto tanti altri, dopo la morte di Gheddafi l’ha messa al servizio delle nuove autorità per contribuire al controllo degli arsenali dispersi dalla rivolta.

All’epoca le armi erano ovunque e minacciavano il ritorno all’ordine. Le avevano tutti, qualcuno ne possedeva anche di pesanti e molti se ne servivano per difendere i loro interessi personali. L’abbondanza di armi era (e purtroppo è ancora) uno dei principali problemi della Libia, ma dopo mesi di fallimenti, Abdul Basit Haroun ha avuto un’idea. Oggi nella Libia ormai libera dalla dittatura, la causa della maggioranza sunnita che combatte Bashar al Assad è estremamente popolare. L’insurrezione siriana è considerata una causa da difendere, e così l’imprenditore di Manchester ha deciso di chiedere ai libici in possesso di armi di venderle a basso costo per sostenere i ribelli siriani.

In questo modo Haroun è riuscito a convincere molta gente a sfoltire i propri arsenali, e ha anche fatto calare i prezzi delle armi. Per la causa siriana il costo di un mitragliatore C5 è sceso fino a 25 dollari, mentre quello di un lanciarazzi Rpg è inferiore ai 120 dollari, nettamente al di sotto rispetto alle quotazioni del mercato internazionale alimentato dalla Russia e dall’Ucraina. Con l’aiuto della diaspora siriana e delle ricche famiglie libiche (ma anche delle monarchie petrolifere e delle loro fondazioni) i ribelli siriani godono di un flusso di armi pressoché inesauribile che transita per la Giordania o la Turchia.

“In questo modo otteniamo due risultati fantastici”, ha spiegato Haroun all’agenzia Reuters. Il primo è la riduzione delle armi in circolazione in Libia, mentre il secondo è l’armamento dei ribelli siriani a prezzi impensabili in altri paesi. È un meccanismo di cui beneficiano tutte le parti coinvolte, ma Haroun ha un rimpianto che sfocia nella collera.

L’imprenditore, infatti,  rimprovera agli occidentali di non aver agito in Siria come invece hanno fatto in Libia, e di non aver immediatamente sostenuto i ribelli contribuendo alla caduta di Bashar al Assad. All’inizio, spiega, si trattava soltanto di rovesciare un’altra dittatura araba, ma ormai l’Iran ed Hezbollah sono entrati nel conflitto, e anche se la guerra finisse oggi ne comincerebbe un’altra regionale tra sunniti e sciiti. A quanto pare Abdul Basit Haroun non è solo un imprenditore. Ha anche un’acuta sensibilità politica.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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