24 aprile 2015 08:57

Una memoria contro l’altra, la storia di alcuni contro la storia di altri. Nella giornata di venerdì, mentre gli armeni commemoreranno il centenario del giorno in cui cominciò il loro genocidio (più di un milione di morti), la Turchia celebrerà un altro centenario, quello della vittoria ottenuta contro gli alleati della grande guerra nella lunga e sanguinosa battaglia dei Dardanelli.

La Turchia onorerà la ricorrenza facendo sfoggio di spirito di pace e riconciliazione alla presenza degli sconfitti, ma questo gesto apparentemente lodevole nasconde la volontà di oscurare la commemorazione di un genocidio che Ankara continua a negare. Il comportamento dei turchi è una forma di violenza nei confronti della morale, degli armeni e della storia. La Turchia, infatti, rifiuta di ammettere la realtà e di sentir pronunciare la parola “genocidio”, limitandosi a esprimere il suo cordoglio per le vittime.

In realtà, la tragedia degli armeni va letta alla luce dello smembramento di un impero al termine del diciannovesimo secolo e del suo definitivo crollo alla fine della prima guerra mondiale.

Convertiti al cristianesimo durante i primi secoli di diffusione della nuova religione, gli armeni costituivano una delle più importanti minoranze dell’impero ottomano da quando avevano perduto il loro regno. Non senza ragioni, la sublime porta li aveva a lungo considerati come la minoranza più fedele dell’impero, ma la situazione era degenerata quando gli zar si erano proclamati protettori dei cristiani d’oriente per estendere il loro impero verso i mari caldi. Da quel momento il sospetto cominciò ad aleggiare sulla testa degli armeni, improvvisamente considerati come una quinta colonna. Questa diffidenza si concretizzò sotto forma di abusi e massacri, presentati come atti di repressione di una possibile rivolta.

A quel punto gli armeni non ebbero alternativa se non quella di chiedere pubblicamente la protezione delle potenze europee, che assicurarono il loro sostegno senza però mai agire. In questo contesto di sfiducia e risentimento l’impero stava tramontando, e i giovani turchi che ne presero il posto in un caos generalizzato misero a punto il genocidio.

La verità è che non si trattò di massacri reciproci, come sostiene oggi la Turchia. Il massacro degli armeni fu un genocidio deciso, organizzato e pianificato con la volontà di omologare il paese. Se la Turchia non l’ha mai voluto ammettere, è perché facendolo avrebbe dovuto riscrivere la sua storia.

In realtà, oggi potrebbe farlo tranquillamente perché è passato un secolo e perché il genocidio, pur non avendo per definizione una giustificazione, ha comunque una spiegazione. Riconoscendo la realtà dei fatti la Turchia compirebbe un gesto onorevole, invece preferisce umiliarsi nel diniego di un crimine piuttosto che umiliarsi nella rilettura di un periodo storico che ha segnato allo stesso tempo la sua sconfitta e la sua rinascita, la sua vergogna e la sua svolta repubblicana.

Oggi la ferita resta aperta, tanto che la frontiera armeno-turca è ancora chiusa, l’Armenia avanza rivendicazioni territoriali sull’Azerbaigian dalle radici turche e i tizzoni di una guerra e di un crimine d’altri tempi sono ancora incandescenti.

(Traduzione di Andrea Sparacino)