Un uomo seduto tra le macerie dopo un bombardamento nel quartiere Al Mashad, nel nord di Aleppo, in Siria, il 17 settembre 2015.

L’intervento russo in Siria spiegato senza retorica

Un uomo seduto tra le macerie dopo un bombardamento nel quartiere Al Mashad, nel nord di Aleppo, in Siria, il 17 settembre 2015.
18 settembre 2015 09:10

Il regime siriano dispone di nuove armi russe, come hanno ammesso giovedì i portavoce del governo. I missili aria-terra ad alta precisione sono stati immediatamente utilizzati in una decina di attacchi contro la città di Raqqa, trasformata dallo Stato islamico nella sua capitale.

Anticipato da diverse settimane dai servizi d’intelligence e denunciato più volte dagli Stati Uniti che hanno espresso (sottovoce) la loro preoccupazione, l’incremento della presenza russa in Siria si è finalmente verificato. Ma qual è l’obiettivo del Cremlino?

A Mosca sostengono di voler lottare contro i terroristi, proteggere lo stato siriano e “prevenire una completa catastrofe” nella regione. Sono tre motivazioni perfettamente credibili, perché il regime siriano versa ormai in una condizione estremamente precaria.

I russi non stanno solo dando armi al regime: hanno messo piede in Siria

Le granate piovono su Damasco, dove diverse decine di migliaia di persone sono fuggite verso il Libano dall’inizio dell’estate, e nel frattempo il prezzo degli alimenti è salito alle stelle, le interruzioni di elettricità sono sempre più frequenti. L’esercito di Assad si è considerevolmente indebolito a causa delle gravi perdite, del morale ai minimi storici e della sua incapacità di essere presente su fronti sempre più numerosi.

Ultima base in Medio Oriente

La strada che collega Damasco a Homs è minacciata anche nel tratto che costeggia la frontiera libanese. I militanti dello Stato islamico potrebbero presto ritrovarsi alle porte del Libano, e più a nord sono ad appena sessanta chilometri da Laodicea, roccaforte della minoranza alauita da cui proviene il clan Assad, e dalla regione costiera dove la Russia mantiene la base militare di Tartus, retaggio dei tempi sovietici.

I russi non stanno solo consegnando armi al regime siriano, che giovedì ha dichiarato di riservarsi la possibilità di chiedere “se necessario” un aiuto militare sul campo. Mosca ha già aumentato la sua presenza sul terreno e sta ricostruendo un aeroporto militare non lontano dalla base.

Si tratta di qualcosa di più del semplice appoggio diplomatico ad Assad: i russi hanno messo piede in Siria, perché il loro alleato rischia di perdere il potere, perché vogliono salvare la loro ultima base in Medio Oriente e perché temono che un trionfo dello Stato islamico in Siria abbia ripercussioni nel Caucaso russo galvanizzando il movimento islamista della regione.

Queste sono le ragioni dei russi, talmente chiare che la Casa Bianca ha aperto la porta a un dialogo con Mosca sulla Siria.

Ma al di là di questa operazione di salvataggio di un regime di cui ha alimentato (sbagliando) l’intransigenza, cosa vuole davvero Vladimir Putin? Cosa intende fare per fermare questa guerra e per proteggere i suoi interessi in Siria?

Non lo sappiamo, come non lo sanno statunitensi ed europei. Prima di tutto resta da capire, ammettendo che lo sappia lo stesso Putin, se il presidente russo intenda salvare Assad a ogni costo o si accontenterebbe di favorire una soluzione di compromesso che passa inevitabilmente per l’accettazione di un altro leader.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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