Sostenitori del candidato repubblicano Donald Trump a Greensboro, in North Carolina, giugno 2016. (Jonathan Drake, Reuters/Contrasto)

La metà degli elettori preferisce Donald Trump anche in Europa

Sostenitori del candidato repubblicano Donald Trump a Greensboro, in North Carolina, giugno 2016. (Jonathan Drake, Reuters/Contrasto)
08 novembre 2016 11:12

Non parliamo più degli Stati Uniti e dell’Europa. Parliamo dell’occidente. Parliamo delle grandi democrazie economicamente sviluppate, di un insieme che ormai forma un tutt’uno sulle due sponde dell’Atlantico, perché mai prima d’ora la scena politica europea e quella statunitense sono apparse così simili.

A Washington la suspense è ancora alta. Alla presidenza dovrebbe arrivare una donna, perché Hillary Clinton ha riconquistato un buon vantaggio nei sondaggi. Tuttavia – oltre al fatto che c’è sempre un margine d’errore, che non avremo certezze fino al momento dei risultati definitivi e che in alcuni stati indecisi la corsa è talmente serrata che potrebbero esserci dei riconteggi – l’unica cosa sicura è che circa la metà degli elettori, maggioranza o meno, avrebbe preferito Trump.

È un punto di svolta. È l’aspetto principale emerso da queste presidenziali, perché non esiste alcun precedente di una simile ascesa di un outsider ai vertici dei repubblicani, che non era il candidato del partito ma di una base in rivolta che non si riconosce più in nessuna delle due grandi forze che compongono il bipartitismo statunitense. I repubblicani sostengono il libero scambio, Donald Trump no. Al contrario, combatte l’apertura delle frontiere non solo agli immigrati ma anche e soprattutto alle importazioni. I conservatori vogliono mantenere l’influenza degli Stati Uniti sulla Nato allargando l’alleanza a nuovi paesi. Donald Trump non vuole più che i contribuenti statunitensi paghino per la protezione militare degli stati alleati che si rifiutano di finanziare la propria difesa. In completa rottura con i fondamenti della diplomazia americana, Trump ha messo in dubbio anche l’automaticità dell’intervento degli Stati Uniti in caso di aggressione esterna nei confronti di uno stato della Nato.

Una contestazione trasversale
Qualcuno si chiederà quale sia l’importanza di questa riflessione nell’ipotesi che quest’uomo non arriverà alla Casa Bianca. È vero, la sua sconfitta relativizzerà la situazione, ma non dobbiamo pensare che le elezioni chiuderanno la parentesi su un episodio senza futuro, perché sul fronte democratico lo stravolgimento è altrettanto forte. In questi giorni tendiamo a dimenticarlo, ma Hillary Clinton, candidata senza rivali dell’establishment democratico, ha incontrato seri problemi a imporsi alle primarie su un senatore, Bernie Sanders, che si proclamava “socialista” nel paese della libera impresa e voleva ridurre il bilancio militare per stimolare lo stato sociale.

Oggi l’America ha paura. I suoi elettori hanno paura di un mondo che cambia e che il loro paese non domina più

In queste elezioni i vertici democratici e repubblicani sono stati contestati dai loro elettori, che a destra e a sinistra vogliono dare la priorità al loro paese. Da un estremo all’altro dello scacchiere politico, gli accenti di questa contestazione sono diversi. Bernie Sanders ha entusiasmato le giovani generazioni chiedendo un insegnamento superiore gratuito o quanto meno lo sviluppo di un vero sistema di borse di studio e prestiti a tasso zero finanziato con denaro federale. Osannato dai suoi sostenitori, Donald Trump ha invece promesso di costruire un muro per sbarrare la strada verso gli Stati Uniti ai “violentatori” messicani. Trump e Sanders non sono la stessa cosa, ma a conti fatti sono prodotti dello stesso fenomeno.

Una notizia poco rassicurante
I successi ottenuti da un austero socialista che sembra arrivato direttamente dagli anni trenta e da un miliardario megalomane estremamente volgare riflettono entrambi l’angoscia profonda di una società disorientata dalla chiusura delle fabbriche, dalla crisi dell’industria pesante, dagli stravolgimenti introdotti dall’economia digitale e dall’aumento della disuguaglianza tra ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri e classi medie il cui tenore di vita continua a peggiorare. Oggi l’America ha paura. I suoi elettori hanno paura di un mondo che cambia e che il loro paese non domina più. La tendenza, già emersa durante i due mandati di Obama, è quella di chiudersi dentro i confini nazionali, di tornare all’isolazionismo.

L’America ha paura, ed è in questo che diventa sempre più simile all’Europa, dove le nuove estreme destre, come il candidato repubblicano, veleggiano sul rifiuto del libero scambio, degli immigrati e delle élite (chiamate “Umps” da Marine Le Pen e “washingtoniani” da Trump).

Sulle due sponde dell’Atlantico il copione è lo stesso: grandi partiti totalmente sconnessi dalla maggior parte dell’elettorato e in crisi d’identità a cui fa da contraltare l’ascesa di forze nuove, a destra della destra e a sinistra della sinistra. Tanto che il 6 novembre, durante una lunga cena con le teste pensanti della squadra di Hillary Clinton, mi sono trovato a rispondere alle domande sulle primarie della sinistra e della destra francesi perché le persone intorno a me non avevano idea delle somiglianze politiche tra la Francia, gli Stati Uniti e l’insieme dei paesi europei. Hanno imparato da me cose sul loro paese. Io ho imparato da loro cose sul nostro paese. E questa non è una notizia rassicurante.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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