Il vicepresidente del consiglio Luigi Di Maio e altri ministri cinquestelle al balcone di palazzo Chigi dopo l’approvazione della legge di bilancio, il 27 settembre 2018.

L’Italia ha scelto la politica del braccio di  ferro con Bruxelles

Il vicepresidente del consiglio Luigi Di Maio e altri ministri cinquestelle al balcone di palazzo Chigi dopo l’approvazione della legge di bilancio, il 27 settembre 2018.
02 ottobre 2018 13:45

Il gesto dell’ombrello è diventato un braccio di ferro. Annunciando, il 27 settembre, che il deficit dell’Italia raggiungerà il 2,4 per cento del pil per i prossimi tre anni, la coalizione al governo ha ignorato le attese dei mercati e della Commissione europea, che speravano in una percentuale molto più bassa e comunque inferiore al 2 per cento.

Considerando che il debito italiano ha raggiunto il 132 per cento del pil, queste attese non erano certo ingiustificate. L’Italia sta diventando il malato d’Europa, anche perché la fragilità delle sue banche è talmente evidente che, se una avesse un eccesso di debolezza, l’intera zona euro vacillerebbe.

È per questo che inizialmente, nel primo atto di questa vicenda, i due partiti della coalizione, Lega e Movimento 5 stelle, sembravano aver ascoltato gli appelli alla ragione del ministro dell’economia Giovanni Tria, moderando le rispettive promesse elettorali (riduzione delle tasse per la Lega, reddito di cittadinanza per i cinquestelle). Ma alla fine non è stato così.

In definitiva, nel secondo atto, la coalizione ha ritenuto che avrebbe corso più rischi se si fosse mostrata saggia. Riducendo le spese pubbliche, infatti, il governo avrebbe potuto essere costretto ad ammettere che i mercati non sono sempre animati dalla volontà di distruggere gli stati e che la Commissione, a volte, può avere ragione.

Seguendo la via della ragione la coalizione avrebbe rischiato una discesa agli inferi, mentre il braccio di ferro sembra una soluzione praticabile

Per ascoltare gli appelli e agire di conseguenza, il governo italiano avrebbe dovuto rinunciare alla retorica anti-europea che aveva garantito il successo di entrambi i partiti. Per il Movimento 5 stelle, che secondo i sondaggi è stato ormai superato abbondantemente dalla Lega, avrebbe significato rinunciare a una proposta simbolo e finire nel novero di quei bugiardi che non ha mai smesso di attaccare.

Seguendo la via della ragione, insomma, la coalizione avrebbe rischiato una discesa agli inferi, mentre il braccio di ferro sembra una soluzione praticabile, per due motivi.

Il primo è che i mercati, le istituzioni finanziarie e i grandi investitori hanno tutto l’interesse a non mettere in ginocchio la terza economia dell’Unione, semplicemente perché avrebbero troppo da perdere. Certo, non possiamo escludere uno scatto di panico, perché in periodi di grande tensione aumenta il nervosismo degli operatori che vogliono sempre essere i primi a sganciarsi in caso di crisi, ma è evidente che secondo la coalizione italiana non siamo arrivati a quel punto, almeno non ancora.

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Nel caso della Commissione, Lega e cinquestelle hanno potuto constatare che non dispone dei mezzi per piegare l’Italia al suo volere. Bruxelles è alla fine del mandato, in attesa delle elezioni europee della prossima primavera, dunque ci penserebbe due volte prima di assumersi la responsabilità di mettere alla gogna e destabilizzare uno stato importante come l’Italia. Anche perché la minaccia di sanzioni sarebbe una manna per i partiti eurofobi, che potrebbero tornare alla carica parlando di cecità ideologica e disconnessione dalla realtà.

Il ragionamento fila. La coalizione può anche pensare che non soltanto la nuova estrema destra, ma anche grandi segmenti della sinistra potrebbero sostenere che in fondo l’Italia vuole soltanto seguire Keynes, rilanciando la sua economia e di conseguenza riducendo il debito attraverso l’aumento del potere d’acquisto e stimolando l’industria con gli investimenti pubblici. Sono argomenti solidi che potrebbero anche spingere alla prudenza i leader della destra e del centro, tanto le politiche di riequilibrio di bilancio sono diventate impopolari.

Quello che chiamiamo liberismo non va più di moda. I governi di Polonia e Ungheria se ne sono allontanati appena arrivati ai comandi e questo gli ha fatto guadagnare l’appoggio degli elettori. Il vento è cambiato, al punto tale che Emmanuel Macron ha inaugurato domenica la sua campagna per le europee con queste parole: “Sono favorevole a voltare pagina e superare l’Europa ultraliberista”.

Terzo atto
Il braccio di ferro voluto dalla coalizione italiana, insomma, sembra essere perfettamente sensato. Il problema è che siamo arrivati al terzo atto.

A prescindere dalla presenza di un rischio sistemico, gli investitori hanno cominciato a liberarsi del debito italiano, i cui tassi stanno aumentando vertiginosamente. Dal canto suo, la Commissione si sta irrigidendo sempre di più, tanto che il suo presidente ha dichiarato lunedì che bisogna essere severi perché né l’Unione né l’euro hanno bisogno di un’altra crisi greca.

Dopo la condanna dell’Ungheria di Viktor Orbán da parte del Parlamento europeo, questa fermezza evidenzia la volontà di frenare l’avanzata dell’estrema destra facendole presente che niente è più gratuito. È una novità, una prova di forza appena iniziata. A sette mesi dalle elezioni europee, in piena campagna elettorale, lo scontro si annuncia particolarmente aspro.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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