25 ottobre 2015 12:54

Marta Raviglia e Simone Sassu, Lost songs (A Simple Lunch)
Se amate la buona musica e siete ascoltatori curiosi, non potete lasciarvi sfuggire questo bellissimo disco che vede la caleidoscopica voce di Marta Raviglia e le altrettanto fantasiose tastiere di Simone Sassu impegnate in un repertorio che va da Satie a Duke Ellington, passando per le melodie ebraiche di Milhaud, le cabaret songs di Kurt Weill, alcuni dei Folk songs di Luciano Berio, una bellissima ballad di Kenny Wheeler e una suite composta dai due protagonisti dell’album. Bravura, gioia di far musica, originalità nelle rivisitazioni (che in realtà sono delle vere e proprie ricomposizioni) sono la cifra stilistica che questo disco porta avanti con ferrea coerenza dall’inizio alla fine. Il rigore e la precisione, però, non escludono il divertimento e la leggerezza con cui Raviglia e Sassu rivestono di nuovi colori queste canzoni anche attraverso un uso assai sapiente dell’elettronica. Il tocco pianistico di Sassu riesce a seguire le mille sfumature di colore della voce senza mai essere intrusivo, mentre Marta Raviglia dimostra una capacità di spaziare tra i generi musicali che non si accontenta del semplice eclettismo, ma riesce a unire con una cifra stilistica propria i vari compositori presenti nel programma. Un ascolto piacevolissimo e raffinato.


Danilo Rea, Something in our way (Atlantic)
Il primo consiglio è quello di saltare a piè pari le note di copertina (di una banalità desolante) compilate da Walter Veltroni. Sono l’unico difetto di questo ottimo disco di Danilo Rea, che fra tutti i pianisti jazz italiani è senz’altro quello che ha una maggior consuetudine con il mondo delle canzoni, dato che collabora da moltissimo tempo con musicisti pop di vario tipo. Abituato quindi da anni a estrarre mirabilie armoniche anche dalle partiture musicalmente più scarne, Rea realizza veri e propri fuochi d’artificio musicali quando si può confrontare con i capolavori di Beatles e Rolling Stones. L’idea della rilettura pianistica di questi classici non è nuovissima (lo stesso Rea con i Doctor 3 si è avvicinato da molto tempo a questo repertorio), ma le versioni qui proposte di pagine ultraconosciute come Let it be (declinata in una deliziosa versione in stile New Orleans piano),Yesterday e Angie riescono sempre a essere originali e personalissime. Inoltre Rea si allontana talvolta dalla strada mainstream del repertorio proponendo brani assai meno sfruttati in versione pianistica come Streets of love e You can’t always get what you want per gli Stones o While my guitar gently weeps e You never give me your money per i Fab Four. Le durate dei brani non permettono assoli eccessivamente articolati, ma Rea ha il dono della sintesi e in pochi minuti regala all’ascoltatore dei gioielli di buon gusto e sapienza tecnica.


Gregg Allman, Back to Macon, GA (Rounder)
La bandiera del southern rock più sanguigno e viscerale continua a essere tenuta ben alta da questo instancabile musicista che alla tenera età di 67 primavere gira ancora in lungo e in largo per le strade d’America portando con sé una musica dal fascino irrestibile. Dotato di una voce formidabile e di un’abilità chitarristica nonché tastieristica (il fedele Hammond B3) che non risente minimamente del passare degli anni, stavolta il buon Gregg si presenta con un doppio cd che testimonia un concerto tenuto a Macon, in Georgia, nel gennaio del 2014. Davanti a una platea osannante che produce quintali di energia, Allman e la sua eccellente band rispolverano classici del passato come Midnight rider, Whipping post (qui in una superba versione dal retrogusto soul) e Queen of hearts, accanto a brani immortali della tradizione blues come I can’t be satisfied di Muddy Waters e Statesboro blues di Blind Willie McTell passando per pagine di Jackson Browne (These days) e momenti d’annata come The brightest smile in town (già un classico nella versione di Dr. John). L’atmosfera è incandescente già dai primi minuti: si sente che Allman è a suo agio e ha voglia di suonare al massimo, tutto il gruppo gira a mille e l’energia che esce dalle casse dell’impianto è davvero potente, soprattutto se ascoltata a un volume degno di questo nome.