03 aprile 2021 13:01

Noia è una parola sconosciuta alla politica brasiliana. Con una decisione inattesa, l’8 marzo Edson Fachin, un giudice della corte suprema, ha annullato le condanne per corruzione dell’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva nell’ambito della controversa inchiesta lava jato (autolavaggio), guidata dal giudice Sérgio Moro. Questa decisione, che permette a Lula di rientrare in politica, complica i piani per la rielezione del presidente Jair Bolsonaro e rende più difficile formare una coalizione di partiti di centro per cercare di sconfiggerlo alle elezioni del 2022. In un recente sondaggio il 50 per cento dei brasiliani ha detto che voterà o potrebbe votare per Lula. Bolsonaro è al secondo posto con il 38 per cento. Secondo lo stesso sondaggio, il 56 per cento dei brasiliani disapprova l’operato di Bolsonaro. Il panorama delle elezioni del 2022 è un déjà-vu di quelle del 2018: Lula è favorito contro Bolsonaro. Nel 2018 il nome di Lula non arrivò sulle schede elettorali perché alcuni mesi prima delle elezioni gli era stato impedito di presentarsi, e Bolsonaro vinse sulla spinta dell’indignazione legata all’inchiesta lava jato.

Il Brasile deve impegnarsi per un cambiamento generazionale e per restituire al paese la fiducia nella democrazia. Ma in questo momento la cosa più urgente è cacciare Bolsonaro. Il paese è stato colpito da una pandemia che ha fatto più di 295mila morti, ha un alto tasso di disoccupazione e vive una crisi politica.

Oggi Lula è la scommessa più sicura per sconfiggere Bolsonaro, che è una minaccia alla democrazia

Lula e Bolsonaro sono due politici che non possono essere paragonati. Bolsonaro è un leader autoritario. Aveva già espresso il suo disprezzo nei confronti delle istituzioni democratiche durante la campagna elettorale, e ha dimostrato di essere un capo di stato irresponsabile. A causa della mancanza di una politica coerente contro la pandemia, il Brasile, che in passato era stato un modello per le vaccinazioni di massa, arranca mentre i contagi e le morti aumentano. Al contrario, durante gli anni di Lula al potere (dal 2003 al gennaio 2011) il paese ha vissuto un’età dell’oro economica. Le sue politiche sociali hanno tirato fuori dalla povertà 28 milioni di brasiliani. Lula ha consolidato le istituzioni brasiliane, e il suo governo ha garantito una maggiore autonomia al sistema giudiziario.

Non dobbiamo essere ciechi di fronte ai suoi errori: ha dimostrato che perfino i partiti progressisti, come il suo Partito dei lavoratori, sono stati rovinati dalla corruzione. Ma oggi Lula è la scommessa più sicura per sconfiggere Bolsonaro, che è una minaccia alla democrazia. Il suo ritorno sulla scena pubblica ha fatto ricordare ai brasiliani quanta nostalgia avessero di un leader ragionevole. “Questo paese è nel caos perché non ha un governo”, ha dichiarato Lula nella sua prima conferenza stampa dopo la decisione della corte suprema. “Il paese si è impoverito, il pil va a picco, i salari sono scesi, il commercio si è ridotto, la produzione alimentare sta diventando insostenibile. E al presidente non importa nulla”, ha detto, avviando ufficiosamente la sua campagna alla presidenza. Il suo discorso è stato così eloquente che Bolsonaro, con circa sessanta richieste di impeachment in corso, si è fatto rivedere qualche ora dopo in una versione nuova: indossando la mascherina, ha parlato del piano di vaccinazione e ha promesso la fine della crisi sanitaria, dopo mesi di dichiarazioni contro i vaccini, le mascherine e le misure di restrizione.

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Il cambiamento improvviso di Bolsonaro sembra indicare un nuovo panorama elettorale. E questa di per sé è già una buona notizia. Se prima l’obiettivo era trovare un nome capace di sconfiggerlo, oggi il presidente non ha più il posto assicurato al ballottaggio, quasi sempre inevitabile alle elezioni brasiliane. Bolsonaro ha certo l’opportunità di rispolverare il suo vecchio discorso: quello contro il Partito dei lavoratori di Lula. Ma il discorso che l’ha fatto vincere nel 2018 non è più così forte nel 2021. Le accuse contro l’operazione lava jato, con errori giudiziari gravi e i pregiudizi contro Lula, hanno complicato le cose. Anche i politici di centro hanno capito che c’è bisogno di una candidatura unica per avere una reale opportunità di vittoria contro la destra. Per questo Lula, nonostante i suoi difetti, è l’alternativa migliore per allontanare dal potere l’attuale presidente.

La sinistra, che aveva già un problema di leadership, ora ha il compito di rinnovarsi. Lula è il nome più forte che ha prodotto, ed è anche la ragione per cui nient’altro fiorisce alla sua ombra. Se Lula vincesse le elezioni del 2022 sarebbe il suo terzo mandato presidenziale, una situazione non ideale in un paese che ha un bisogno disperato di più democrazia. Lo stesso Lula deve imparare a farsi da parte per promuovere la crescita di una nuova generazione di politici che porti il suo programma sindacalista nel ventunesimo secolo. I nuovi leader dovranno affrontare temi come la tutela ambientale e la parità di genere. Ma prima di tutto bisogna fare la cosa più importante: cacciare Jair Bolsonaro.

(Traduzione di Francesca Rossetti)

Da sapere
Operazione lava jato
  • Nel maggio del 2014 comincia in Brasile la più grande inchiesta anticorruzione nella storia del paese. La cosiddetta operazione lava jato (autolavaggio) nasce come una normale indagine sul riciclaggio di denaro e arriva gradualmente a smascherare un enorme giro di tangenti che coinvolge l’azienda petrolifera statale brasiliana Petrobras, alcune aziende edili e molti leader politici, anche del Partito dei lavoratori (Pt, sinistra) al governo.
  • L’inchiesta è guidata dal giudice Sérgio Moro, che viene accolto da molti brasiliani come un eroe della lotta anticorruzione. La rabbia verso una classe politica giudicata corrotta si diffonde nel paese e molte persone scendono in piazza contro la presidente Dilma Rousseff (Pt), che nel 2016 viene destituita dal suo incarico a seguito di un procedimento di impeachment. Rousseff non è mai stata condannata direttamente nell’inchiesta lava jato.
  • Nel 2019 Moro è nominato ministro della giustizia nel governo del presidente Jair Bolsonaro (estrema destra), ma la sua eticità è messa in dubbio da una serie di intercettazioni secondo cui il giudice non sarebbe stato imparziale nell’inchiesta che ha portato alla condanna a dodici anni dell’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva (Pt) per corruzione, impedendogli di candidarsi alle elezioni del 2018 (poi vinte da Bolsonaro). Moro si dimette dall’incarico di ministro nell’aprile del 2020, accusando Bolsonaro di voler interferire politicamente nella giustizia.
  • L’8 marzo 2021 un giudice della corte suprema annulla per vizio di forma le condanne all’ex presidente Lula, che quindi riacquista i suoi diritti politici e sulla carta può candidarsi alle elezioni presidenziali del 2022. Pochi giorni dopo, il 24 marzo, la corte suprema stabilisce che Moro non è stato imparziale nel giudizio che ha portato alla condanna di Lula.

Questo articolo è uscito sul numero 1402 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati

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