27 gennaio 2016 15:00

A cinque anni dalle rivoluzioni arabe, in molti parlano di arretramento e di peggioramento nei due paesi faro delle “primavere”, l’Egitto e la Tunisia. Ma se l’oggi è peggiore di ieri, di quale ieri stiamo parlando? E se tutto fosse colpa non delle rivoluzioni ma del fatto che non sono state ancora portate a termine? I rivoluzionari sono disperati ed esausti ma allo stesso tempo parlano della prossima rivoluzione.

L’anniversario del 25 gennaio è l’occasione per riascoltare i vecchi luoghi comuni occidentali secondo cui gli arabi non sono in grado di scegliere il loro destino, vittime di un islam refrattario alla democrazia. Per i regimi arabi autoritari e laici come quello dell’egiziano Abdel Fattah al Sisi o del siriano Bashar al Assad è invece l’occasione per giustificare qualsiasi violenza sui cittadini, con il tacito consenso delle grandi democrazie esportatrici di democrazia.

In realtà il tempo per i bilanci storici non è ancora arrivato: cinque anni non sono un periodo sufficiente per tirare somme o esprimere giudizi definitivi. Una riflessione sullo stato d’animo dei rivoluzionari può essere più utile, se non per portare speranza, almeno per contestualizzare l’attuale controrivoluzione iscrivendola nel breve termine.

Una previsione sorprendente

In occasione dell’anniversario dei 18 giorni di piazza Tahrir, il quotidiano britannico The Guardian, insieme all’unico sito indipendente egiziano Mada Masr, ha chiesto un doloroso esercizio ai rivoluzionari e agli scrittori arabi che avevano espresso le loro speranze nelle stesse colonne del giornale cinque anni prima.

L’articolo ha un titolo fuorviante “I was terribly wrong”, avevo completamente torto. Invece, tra le espressioni di disperazione e i mea culpa sugli errori fatti – in particolare il non avere formato un vero movimento, le divisioni sull’arrivo al potere dei Fratelli musulmani, l’accettazione del golpe del generale Al Sisi nel giugno 2013 – emerge una previsione sorprendente: non è finita qui.

L’intervento del blogger Alaa Abdel Fattah, ancora in prigione per avere sfidato la legge antiprotesta e che si definisce il “tipico rivoluzionario ottimista”, sembra non offrire alcuno spiraglio:

Sono mesi che non scrivo una lettera, più di anno che non ho scritto un articolo. Non ho niente da dire: nessuna speranza, nessun sogno, nessuna paura, nessuna visione, nulla, assolutamente nulla. Come un bambino autistico, sto regredendo e perdendo le mie parole.

Di una cosa si ricorda però: “Questo senso di possibilità era reale. Forse è stato un po’ ingenuo credere che i nostri sogni si sarebbero avverati, ma non era folle credere che un altro mondo fosse possibile. Lo era. O almeno è cosi che me lo ricordo”.

La questione della memoria è centrale anche per Omar Robert Hamilton, fondatore di Mosireen, un collettivo di registi egiziani che con i loro video e cortometraggi hanno documentato la rivoluzione in Egitto:

Che cosa ci è rimasto? Questo ricordo di una possibilità è tutto quello che abbiamo. Forse, per ora, è sufficiente. Sappiamo che cosa li terrorizza: l’idea di una rivoluzione. La data del 25 gennaio avrà sempre una forza simbolica ed emotiva e in questi giorni lo stato ha fatto vedere il suo nervosismo. Non posso dire di essere ottimista. Ma non sono morto, non sono in prigione e quindi non ho diritto di dire che è tutto finito.

Per il ricercatore Amro Ali c’è un “trionfo nascosto nella rivoluzione egiziana”, e tra l’ironico e il serio parla alla gioventù rivoluzionaria di una “trasformazione meravigliosa”:

Dopo la rivoluzione, i tuoi rapporti sociali si sono completamente trasformati. Hai fatto amicizia con estranei. Parli una nuova lingua politica mai conosciuta prima. Il tuo rapporto con lo stato e la dimensione pubblica è stato ridefinito. Sei stato parte di una cultura che ha archiviato e registrato tutto quello che è successo. Ogni documento, fotografia e video aiuteranno le nuove generazioni a ricominciare da dove ti sei fermato.

Per i più anziani, come lo scrittore Ala Al Aswany, autore del best seller Palazzo Yacoubian, “è chiaro che politicamente non abbiamo realizzato niente, ma non credo che la rivoluzione sia un cambiamento politico. Credo nel cambiamento umano. Gli egiziani hanno superato la barriera della paura e questo è irreversibile. Quello che stiamo vivendo ora è successo a tutte le rivoluzioni, nessuna esclusa”.

Hossam Baghat ha creato da giovanissimo l’Osservatorio dei diritti umani, una delle prime organizzazioni di questo tipo in Egitto. Baghat ricorda che “l’Egitto sotto Al Sisi ha imprigionato più giornalisti di qualsiasi altro paese al mondo, esclusa la Cina” e commenta che quest’ondata di arresti “senza precedenti” prima dell’anniversario del 25 gennaio è una prova della grande debolezza del potere attuale:

La gente ha sostenuto questo regime rinunciando ai propri diritti per lottare contro il terrorismo, però gli attentati non sono mai stati così frequenti e il settore turistico è quasi totalmente distrutto. Gli egiziani cominciano a realizzare che hanno rinunciato alle loro libertà senza ricevere in cambio la sicurezza e il benessere economico che gli erano stati promessi.

L’altro grande spauracchio agitato per scoraggiare nuove proteste è evocato dalla scrittrice Ahdaf Soueif. È lo spettro della guerra e del jihadismo:

La speranza euforica generata dalla partenza di Ben Ali in Tunisia è stata sostituita dall’orrore della Libia, della Siria e dello Yemen. La gente sente di avere provato tutto quello che era disponibile – la rivoluzione, l’islam politico – e che nulla ha funzionato. Il regime sta bloccando qualsiasi alternativa: le associazioni sono illegali, le elezioni studentesche vietate, gli spazi culturali chiusi. Giornalisti, fotografi, studenti, dottori e ingegneri vivono in condizioni terribili in prigione. Quando ci sarà una nuova esplosione, nascerà dalla disperazione, non dalla speranza.

Su Al Araby il commentatore Amr Khalifa spiega anche che la divisione all’interno del movimento dei Fratelli musulmani non è più un segreto per nessuno e che i giovani del movimento sono pronti a intraprendere azioni violente negando la strategia della non violenza della generazione precedente:

Con i jihadisti, i salafiti e una parte dei giovani dei Fratelli musulmani che lavorano separatamente per destabilizzare il governo, le prospettive di rivolta sono reali. Se Al Sisi non cambia, sarà cambiato. Il sangue produce sangue. E Al Sisi ha sparato il primo colpo.

Mohamed Al Masry, opinionista di Al Jazeera, intitola il suo commento “Another arab spring is coming to Egypt”, in Egitto sta arrivando un’altra primavera araba, e conclude:

Al Sisi è al sicuro per ora, ma per quanto tempo ancora? La storia e la politica suggeriscono entrambe che un’altra rivolta non è una questione di se ma di quando.