Una protesta a Londra contro il divieto francese di indossare il burkini, il 25 agosto 2016. (Neil Hall, Reuters/Contrasto)

Dopo l’estate del burkini, rivestiamoci di buon senso

Una protesta a Londra contro il divieto francese di indossare il burkini, il 25 agosto 2016. (Neil Hall, Reuters/Contrasto)
29 settembre 2016 13:29

Si abbassano le temperature, le foglie morte cadono a mucchi, come scriveva Jacques Prévert. Per i francesi, ormai tutti rivestiti, è tempo di capire cosa sia realmente accaduto in quest’estate d’isteria collettiva intorno a un modello di costume da bagno.

“Allez vous rhabiller” (andate a rivestirvi) in francese è un modo offensivo di dire “Fatela finita”. Dopo l’infiammato dibattito sulla stampa francese, ampiamente ripreso da quella europea, è anche la prima cosa che uno desidera: rivestirsi di dignità e andare oltre il dibattito da ombrellone. Una questione tanto futile e inutile come il burkini (il costume da bagno usato da alcune donne musulmane che copre tutto il corpo, esclusi faccia, mani e piedi) ha però scavato delle ferite profonde in una società francese già terrorizzata dall’attentato di Nizza.

Subito dopo la decisione di 26 comuni costieri all’inizio di agosto di vietare il burkini sulle loro spiagge sono circolate delle immagini di alcuni poliziotti che a Nizza fermano una donna colpevole di indossare il costume vietato. La fonte delle foto che hanno fatto il giro del mondo è il quotidiano popolare britannico Daily Mail, che titola: “Poliziotti armati ordinano a una donna musulmana di togliere il burkini su una spiaggia affollata di Nizza”. L’articolo continua mischiando divieto del burqa (il velo integrale), velo e costume da bagno.

La prima cosa che salta agli occhi è che l’icona di questa guerra estiva non porta affatto un burkini

Nelle foto si vedono alcuni agenti, tutti uomini, in piedi intorno a una donna mentre aspettano che lei si spogli. Alla fine della sequenza un agente si inginocchia per farle una multa di 38 euro.

Secondo Philippe Pradal, sindaco di Nizza, la donna non è mai stata obbligata a spogliarsi, lei stessa si è tolta gli indumenti per mostrare che sotto portava un costume, riporta Le Figaro.

Per la stampa araba, che ha reagito con indignazione alla notizia, si è trattato di un evento violentissimo, anche alla luce del fatto che i poliziotti erano armati.

Nessuno ha però verificato l’autenticità dei fatti riportati. Infatti, guardando bene le immagini, la prima cosa che salta agli occhi è che l’icona di questa guerra estiva non porta affatto un burkini. Indossa dei leggings, una tunica celeste e un semplice tessuto di cotone blu attorcigliato intorno alla testa. Come con il burqa qualche anno fa, un fenomeno inesistente diventa la scusa per sferrare un attacco violentissimo contro i musulmani francesi.

Negli stessi giorni il quotidiano di sinistra Libération riprende un articolo del 2003, intitolato “Il loro velo, avrei voglia di strapparglielo!”, che raccoglie la testimonianza di alcune ragazze francesi di periferia che non portano il velo e che per questo si sentono stigmatizzate e sotto pressione. È senza dubbio giusto ascoltare tutte le voci, ma perché ripubblicare un articolo di 13 anni fa, quando il contesto è così drasticamente cambiato?

Negli Stati Uniti il New York Times osa e fa una cosa inaudita: chiede direttamente un parere alle donne velate, dato che le loro voci, scrive, “sono rimaste quasi affogate” nella polemica sul burkini. L’articolo non è piaciuto al primo ministro francese Manuel Valls perché, spiega sull’Huffington Post, “la giornalista dà la parola a delle donne di fede musulmana sostenendo che la loro voce sia stata soffocata, e questo per tracciare un ritratto di una Francia che le opprimerebbe”. È assai spiacevole scoprire una stampa che non chiede o dice esattamente quello che il governo desidera. Come fa, per esempio, il corrispondente francese di Libération a Bruxelles, Jean Quatremer, che “risponde” al quotidiano statunitense delineando un’opposizione tra una Francia laica e un’America “teocratica”. Benvenuti nel paese dell’autocritica.

Il consiglio di stato ha sospeso le ordinanze anti burkini sostenendo che violano le libertà fondamentali

Una delle caratteristiche di queste guerre simboliche francesi è che le voci che intervengono nel dibattito vanno ben al di là dei confini della Francia. Gli intellettuali arabi, e in particolare nordafricani, si sentono obbligati a partecipare. Lo scrittore algerino Kamel Daoud scrive su Le Point che si tratta di un’occasione insperata per l’islamismo: “Conclusione? Terribile: nel baccano di questo momento altamente confuso, solo l’islamismo sembra avere capito tutto. Gioca oggi, perfettamente a suo agio, a essere vittima”.

Il giornale francese Marianne pubblica invece l’opinione di una femminista tunisina in risposta all’intervento del direttore del sito d’informazione Mediapart, Edwy Plenel, che aveva definito il burkini “una scelta di abbigliamento come un’altra”: “Questa presa di posizione sembra onorevole”, scrive Maya Ksouri, “ma ha ripercussioni che fanno di Plenel l’idiota utile dell’internazionale wahabita, perché il burqa non è un vestito come gli altri”.

Per soffiare ulteriormente sul fuoco, in quegli stessi giorni tutti i giornali francesi hanno pubblicato dei video fatti con i telefonini dove la dinamica è sempre molto difficile da capire. Nei filmati, infatti, la polizia si rivolge quasi unicamente a donne che portano il velo, mai vestite con il famoso burkini. Ma portare il velo nello spazio pubblico non è assolutamente vietato in Francia e non dipende dal terreno sul quale cammina una donna, che sia la sabbia o l’asfalto. Nei video si vedono scene di odio razziale, ma anche molte situazioni dove le persone – poliziotti e bagnanti – sono estremamente a disagio di fronte a una situazione che è, prima di tutto, completamente assurda.

E l’assurdità delle ordinanze comunali è stata riconosciuta anche dal consiglio di stato, che il 26 agosto le ha sospese sostenendo che violano “le libertà fondamentali, ovvero la libertà di andare e venire, la libertà di coscienza e la libertà personale”. Della decisione del più alto organo giudiziario francese non si è discusso animatamente sotto gli ombrelloni, forse perché invece di rinfocolare l’odio degli altri parlava semplicemente di diritti uguali per tutti.

Prima dell’estate, il filosofo Abdennour Bidar esclamava in un’intervista a Libération: “Sono stufo di parlare del velo!”. Figuriamoci del burkini.

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