Mandami una cartolina

13 luglio 2018 14:21

Questo articolo è uscito il 2 dicembre 2011 nel numero 926 di Internazionale, a pagina 98. L’originale era uscito sulla New York Review of Books con il titolo The lost art of postcard writing.

Quest’estate ho ricevuto una sola cartolina. Me l’ha spedita un amico europeo che stava facendo un viaggio in Mongolia (o almeno, questo ho capito dal francobollo) e che mi ha semplicemente mandato i suoi saluti aggiungendo la firma. L’immagine sull’altra facciata era quella di un deserto interrotto da qualche collina bruciata dal sole senza segno di vita, più il nome del luogo scritto in caratteri che non conoscevo. Ma perfino ricevere una cartolina così enigmatica mi ha fatto un immenso piacere.
Questo esemplare di posta vecchio stile ha fatto il suo viaggio sconosciuto e forse difficile in camion, in treno, a dorso di cammello o d’asino – qualunque cosa fosse – e poi finalmente in aereo fino alla città dove vivo.

Fino a qualche anno fa, durante l’estate quasi non passava giorno senza che il postino portasse la cartolina di un amico o di un conoscente in vacanza. Oggi al massimo potete ricevere un’email con una foto oppure, se a viaggiare sono i vostri nipoti, un breve messaggio con la notizia che il volo ha fatto ritardo o che sono arrivati a destinazione. La cosa fantastica delle cartoline era la loro straordinaria varietà. Per posta non arrivavano solo la Tour Eiffel, il Taj Mahal o qualche altra famosa attrazione turistica, ma anche l’immagine di un ristorantino sperduto nello Iowa, del più grande maiale di una certa fiera del sud e perino di un’impresa di pompe funebri che magnificava la sua eccellenza professionale da oltre un secolo. Tutte o quasi le attività commerciali degli Stati Uniti, dai fotografi per cani ai centri termali più esclusivi, avevano la loro cartolina. In base alla mia esperienza, le persone che di solito spedivano cartoline si potevano dividere tra quelle che preferivano le immagini convenzionali di luoghi famosi e quelle che si divertivano a mandare immagini di pessimo gusto.

Una volta trovata la cartolina giusta, bisogna trovare anche qualcosa da scrivere. I soliti saluti non bastano

È un impulso che capisco. Quando siete a Roma, a casa si aspettano una cartolina del Colosseo o della Cappella sistina: voi invece ne mandate una della pizzeria di quartiere con cinque tavolini, tre vasi di fiori e il vecchio proprietario e sua moglie che si asciugano le mani nel grembiule. Gli appassionati di cartoline passano le vacanze a cercare qualcosa di stravagante per divertire gli amici a casa, mentre i loro mariti e mogli consultano guide turistiche seriose e passano ore con gli occhi umidi davanti ai capolavori di qualche museo.

Una volta trovata la cartolina giusta, bisogna trovare anche qualcosa da scrivere. I soliti saluti non bastano. Qualche particolare sul viaggio e un paio di osservazioni sul paese che si sta visitando possono andare, ma è ancora meglio tirare fuori una battuta spiritosa, perché ogni cartolina è scritta pensando a chi la riceve. Ovviamente a un amico non scrivete come ai vostri genitori, che quando parte un figlio temono sempre il peggio.

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Perciò al momento di mandare notizie a casa vi viene voglia di essere originali e di usare lo spazio riservato al messaggio per divertirvi un po’: “Carissimi mamma e papà, a Las Vegas abbiamo perso tutti i soldi ed esaurito la carta di credito, perciò ora giriamo in autostop e qualche volta passiamo la notte in galera per approfittare delle specialità offerte dall’autorità giudiziaria del Texas. Ma un sacerdote arrestato per guida in stato di ubriachezza con cui abbiamo diviso la cella ci ha detto che sembriamo due antichi martiri cristiani, e questo vi farà piacere. I novelli sposi”.

A differenza di quel che succede per le lettere, nessuno si è mai preoccupato di pubblicare un’antologia di cartoline, perché quando la gente le colleziona di solito non si interessa ai loro meriti letterari. Se un libro del genere esistesse, sono certo che conterrebbe centinaia di capolavori di quest’arte minimalista, perché le cartoline impongono una concisione verbale che può raggiungere vette di eloquenza sublimi: rapidi e commoventi squarci di vita oltre a innumerevoli episodi divertenti raccontati con tocchi magistrali. Qualche volta nei negozi di antiquariato e in quelli di libri usati si trovano scatoloni pieni di vecchie cartoline che hanno qualche valore per la loro antichità, le immagini o i francobolli. Il testo scritto di regola tende a essere sbiadito e difficile da decifrare. A chiunque abbia tempo a disposizione, raccomando di provare a leggerlo.

Le cartoline continuavano a essere usate dalle persone di mezzi modesti per comunicare notizie importanti anche quando il telefono non era più una novità. Una volta me n’è capitata una che diceva: “Francis Brown è morto ieri notte, funerali martedì”. Non c’era altro. L’immagine sull’altra facciata era quella di un famoso cavallo da corsa degli anni venti, perciò mi sono immediatamente immaginato il signor Brown con un cappello di paglia, un bastone da passeggio e un garofano all’occhiello che prendeva un tram per andare all’ippodromo di Boston o San Francisco.

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E così, caro lettore, se nel tuo girovagare giornaliero ti capita d’imbatterti in una povera anima solitaria seduta in un caffè che lotta visibilmente per scrivere qualcosa su una cartolina, abbi pietà di lui o di lei. Sono gli ultimi esemplari di una specie, e sono quasi sicuramente almeno di mezza età, già nervosi e preoccupati per tutti i problemi che gli anziani devono affrontare nella vita. Ma forse per loro questo è un momento di respiro, e se ne stanno lì seduti leccando allegramente un francobollo e allungando il collo per cercare d’individuare una cassetta postale sulla strada e spedire quella che potrebbe rivelarsi la loro ultima cartolina, con un’immagine della tua bella città e un messaggio che potrà essere interessante o imbarazzante, ma che sarà senz’altro ricevuto con piacere dal suo sconosciuto destinatario, nella regione accanto o a distanza di molti fusi orari in qualche altro continente e luogo che non riesci neanche lontanamente a immaginare.

Questo articolo è uscito il 2 dicembre 2011 nel numero 926 di Internazionale, a pagina 98. L’originale era uscito sulla New York Review of Books con il titolo The lost art of postcard writing.

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