22 giugno 2016 14:11

Citizen gay. Il titolo di questo libro accosta cittadinanza e omosessualità. Abbinamento paradossale: dovrebbe importare qualcosa, allo stato, dell’orientamento sessuale dei suoi cittadini? No. I cittadini dovrebbero essere tutti uguali e, in questa uguaglianza, anonimi.

Comincia così la nuova edizione di Citizen gay di Vittorio Lingiardi, in uscita per Il Saggiatore il 23 giugno. E già questo inizio solleva una questione fondamentale, spesso aggirata e soffocata da dibattiti confusi e intenzionalmente contorti: perché un certo orientamento sessuale dovrebbe rendere una persona meno uguale di altre e dunque privarla di alcuni diritti? Che senso ha, dal punto di vista giuridico, la distinzione fondata sulle preferenze sessuali? È giusto che alcuni cittadini paghino le tasse e abbiano gli stessi doveri di tutti gli altri ma siano amputati di diritti nella sfera affettiva?

La risposta dovrebbe essere ovvia, ma la realtà è un’altra. E nelle pagine successive è descritta accuratamente. Quello che emerge è l’impossibilità di giustificare una discriminazione – perché di questo si tratta. Naturalmente nessuno ama dichiararsi favorevole alla discriminazione, e l’intento di nascondere questo semplicissimo e ripugnante movente conduce a giustificazioni grottesche e surreali.

“Discriminatore io? Ma per favore! Però (seguono spiegazioni discriminatorie)”.

Le facce dell’ingiustizia sono molte, alcune più subdole, altre brutali.

La premessa ridicola

Sembra grottesca e contraddittoria l’affermazione di una volontà (vera o presunta) di far approvare una legge sull’omofobia in un contesto normativo di discriminazione – ridotta dalla legge sulle unioni civili, ma ancora esistente. Sarebbe come avere una legge contro il razzismo e mantenere autobus dedicati ai bianchi e ai neri, o far convivere una norma contro l’antisemitismo e le leggi razziali.

Certo, nemmeno una legge perfetta basterebbe. Ma è una condizione necessaria. Anche sul piano simbolico. Come spesso Lingiardi ha ricordato, esiste una differenza enorme tra le domande “vuoi sposarmi?” e “puoi sposarmi?”.

E non può non suonare incongruente che esista una legge contro la discriminazione etnica e religiosa ma che la discriminazione affettiva non sia compresa – è la legge Mancino e parliamo di un’aggravante di reato dovuto al movente.

Il rifiuto proveniente dal proprio nucleo famigliare può essere ancora più duro delle condanne esterne, soprattutto per gli adolescenti e i più giovani

Questa contraddizione nutre l’ostilità e il disgusto, il pregiudizio sessuale e l’imbarazzo. Se il modello è il maschio eterosessuale bianco, tutto ciò che si discosta è difettoso, biasimevole, sbagliato. Ovviamente, è la premessa a essere ridicola e ingenua. È la premessa a giustificare espressioni o pensieri come “il mondo gay” o “il modello gay”. Oppure l’oscena e comune dichiarazione “ho molti amici gay”, a cui in genere segue una lunga lista di orrende eccezioni, ovvero di aree dalle quali si deve essere esclusi per il solo fatto di non essere eterosessuale.

Provate a sostituire “gay” con “eterosessuale” e vi renderete conto dell’assurdità di considerare compatto e omogeneo un mondo che spesso esiste solo nelle menti rigide e spaventate: un mondo di gay, di neri, di donne. Tutti uguali, tutti inferiori e meritevoli di diritti amputati. Ghetti costruiti in base a una caratteristica a cui viene attribuito il potere di renderci identiche repliche di uno stampo difettoso. “Sei donna? Allora siamo uguali!”.

Come ha detto Dennis Shepard durante il processo agli assassini di suo figlio Matt, ammazzato perché omosessuale, “non era il mio figlio gay. Era il mio figlio a cui è capitato di essere gay”. E quella caratteristica tra le tante è bastata a due balordi – due ragazzi come Matt, due ragazzi come tanti – per legarlo a un recinto, torturarlo e picchiarlo selvaggiamente, abbandonandolo poi in un sobborgo di Lamarie, Wyoming. Matt è morto dopo sei giorni. Aveva 21 anni.

Lo stigma sessuale può agire in modo subdolo, arrivando a convincere molte persone di ossimori che in realtà non sono tali: omosessualità e genitorialità, omosessualità e sanità mentale, omosessualità e uguaglianza. E a sostenere le terapie riparative e tutti gli interventi limitrofi, caratterizzati da pregiudizi e convinzioni erronee.

Alcune delle vostre opinioni non sono davvero tali. Sono solo il risultato di un miscuglio di pregiudizi, presunzione, pigrizia

Ma c’è un ulteriore fattore nel minority stress che colpisce la minoranza il cui orientamento sessuale non è etero: il rifiuto che arriva perfino dalla propria famiglia. Non solo a scuola, per strada, nei tribunali e negli ospedali, ma a casa propria. Il rifiuto proveniente dal proprio nucleo famigliare, è evidente, può essere ancora più duro delle condanne esterne, soprattutto per gli adolescenti e i più giovani (si legga l’Appendice 5. Contrastare il bullismo omofobico). Non c’è alcun luogo in cui si è al sicuro.

Il minority stress ha tre dimensioni: l’omofobia interiorizzata, lo stigma percepito e i vissuti di discriminazione e violenze. Ci sono anche componenti più “lievi”, come il far finta di niente (“don’t ask, don’t tell”) o la mistificazione vera e propria. Mi viene in mente un esempio curioso al riguardo.

All’inizio dello scorso gennaio Adelphi traduce l’autobiografia di Oliver Sacks. Sacks è morto da qualche mese e nel suo ultimo libro racconta l’impossibilità di dichiararsi omosessuali nell’Inghilterra degli anni cinquanta. Racconta anche del suo amore tardivo per Billy, dopo anni di vita asessuata.

Moto, donne e cheeseburger per una vita in movimento con Oliver Sacks titola la Stampa (4 gennaio 2016). I titoli, si sa. Ma questa volta non è solo l’eccessivo entusiasmo del titolista, perché Masolino D’Amico scrive: “Il giovane Oliver si trasferì presto nel Nordamerica per fare carriera e inizialmente fu conquistato dalla California, dove fece coesistere i suoi molteplici appetiti, per la moto […], per il sollevamento pesi […], per le anfetamine […], e per l’altro sesso”. Altro sesso?

In Citizen gay c’è un glossario molto utile, anche per chi è troppo pigro e continua per esempio a confondere coming out con outing, infastidendosi se gli si fa notare l’errore, perché “in fondo che differenza c’è?”.

C’è moltissima differenza. Alcune delle vostre opinioni non sono davvero tali. Sono soltanto il risultato di un miscuglio di pregiudizi, presunzione, pigrizia. Quante volte, con apparente buona volontà, le persone hanno detto “ma io non sono contrario, ma la società…” dimenticando di esserne parte, facendo finta di non continuare a moltiplicare le proprie e le altrui paure scambiate per saggezza popolare.

La discriminazione è sbagliata, è stupida e, soprattutto, è molto pericolosa. È la causa di molti orrori evitabili o, almeno, che si potrebbe provare a evitare cominciando con lo smettere di esprimere pregiudizi mascherati da opinioni.