Su un enorme cartellone, piazzato all’uscita dell’aeroporto di Bangkok, c’è quella che sembra una pubblicità, senza immagini. Un’enorme scritta bianca, su fondo rosso, ammonisce: “Non vendete e non acquistate Budda”.

Si potrebbe pensare quindi che anche se l’esportazione delle statue di Budda, molto spesso rubate in Cambogia, è stata resa illegale da tanto tempo (ma con scarsi risultati), la lotta al contrabbando di opere d’arte e la difesa del patrimonio artistico è finalmente diventata una causa nazionale. C’è di che rallegrarsi. A far passare le illusioni basta un rapido giro in alcuni negozi d’antiquariato che riciclano verso il Belgio antichità trafugate dalla Siria e dall’Iraq.

A guardare attentamente il cartellone, però, ci si accorge che l’appello al rispetto e alla preservazione di Budda riguarda anche i tatuaggi. Ci siamo sbagliati: non si tratta di impedire una speculazione o di salvaguardare i tesori nazionali, ma di un appello al rispetto di un’immagine religiosa.

È vero che nei tanti laboratori di tatuaggi del regno le immagini di Budda proposte sono di ogni tipo, colore e dimensione. Certo, ci sono anche le immagini di Cristo. Ma Budda è più esotico.

Questo articolo è stato pubblicato il 7 novembre 2014 a pagina 92 di Internazionale, con il titolo “Rispetto per il Budda”. Compra questo numero | Abbonati

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