19 gennaio 2021 12:08

Per molti anni, il cantautorato indipendente italiano si è basato sul gioco “Nomi, cose, città” (basta pensare a La gigantesca scritta Coop delle Luci della centrale elettrica). Dal duemila in poi ci sono stati pochi testi privi di riferimenti popolari che spaziavano dalla geografia alla letteratura. Riferimenti a tratti paraculi e a tratti molto intimi, anche se comuni. Era questa la differenza tra i Baustelle e i loro imitatori: la capacità di creare un’intimità generalista. Ora siamo al punto in cui quelle citazioni non sono più rimandi a un immaginario lontano: anche loro sono diventate passato. La Milano romantica di certe canzoni è un fantasma sdoppiato, perché contiene i lamenti di due città: quella evocata degli anni sessanta e quella vissuta nei duemila.


Quasi contestualmente c’era chi faceva un gioco più sottile: usava le citazioni, ma prendendo quasi tutti i materiali dal presente. Sentire di Wes Anderson e American Apparel nel disco d’esordio dei Cani, il progetto del musicista romano Niccolò Contessa, quando Wes Anderson e American Apparel erano davvero “vivi”, metteva in crisi le idee di distanza e di ironia sui consumi. A posteriori, quel modo di fagocitare il presente è stato coraggioso, sicuramente sincero. Ogni epoca è definita dalla fine delle sue scoperte più che dalla loro immissione, che è sempre caotica, ambigua. Non è un caso che, proprio quando un certo modo di sentire e di scrivere canzoni viene archiviato, siano stati di nuovo I Cani ad assumersi una responsabilità, con il singolo Alla fine del sogno. Intimo, e generale, ma senza nomi di cose.

Questo articolo è uscito sul numero 1392 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati