27 aprile 2021 17:59

Ogni tanto perdiamo le redini del linguaggio e alcune espressioni diventate comuni, per quanto ci facciano orrore, s’infiltrano nel nostro modo di parlare. Pare non ci sia rimedio per questo “fuori adesso o fuori il giorno tal dei tali”, riferito all’uscita di un disco o di un singolo. Ma è un fatto ormai: non ci si difende più da questo modo di dire. È una fuoriuscita linguistica che fa pensare a tutte le parole che scappano e che invece non fanno danno, le parole che magari un’artista come Serena Altavilla ha sempre condiviso con le band di cui ha fatto parte, prima di uscire appunto fuori, da sola.

Morsa, il disco in cui usa il suo nome, è un allentamento delle redini a favore di un immaginario alt-pop elegante ma caldissimo, e molto sognante. Quaggiù, una nenia ipnotica che parla di vestali e caverne vuote, è come la versione fantasma di una canzone di Giovanni Lindo Ferretti che si spoglia di tutta la serietà messianica per lasciare l’incanto della voce.


In questo disco la voce di Altavilla è come un osso senza peso, traslucido e svuotato dalle viscere, fino a diventare un oggetto magico e un po’ pauroso, di quelli che si toccano con riverenza e sorpresa. Tentativo per l’anima, Sotto le ossa, Un bacio sotto il ginocchio: dietro la melodia di queste canzoni a volte bizzarramente classiche si sente l’energia della riesumazione, di suoni e possibilità di un cantautorato italiano – il pensiero va a Cristina Donà – un po’ inabissato sotto la pressione di parole più semplici, e soluzioni più retoriche. Invece Serena Altavilla resta fuori, in molti sensi, con tutta l’estasi delle sue ossa.

Questo articolo è uscito sul numero 1406 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati