I vizietti della stampa: lesbiche

30 ottobre 2013 14:11

Dieci errori che i giornalisti devono evitare quando parlano di persone lgbt. Uno al giorno, per dieci giorni.

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E come sempre, le donne se la passano peggio. Perché se è vero che l’italiano è stato in grado di produrre decine d’insulti per gli omosessuali maschi, con le lesbiche ha fatto di peggio: non ne ha prodotto nemmeno uno. Guardate che non è un’impresa da tutti: riusciamo a essere maschilisti perfino nella discriminazione.

Le lesbiche valgono talmente poco che non ci siamo nemmeno degnati di inventare un insulto (cosa che invece hanno fatto altre lingue) e il corrispettivo femminile di “brutto frocio” è semplicemente “brutta lesbica”.

Per questo motivo, sulla stampa, lesbica è percepita erroneamente come una parola dal vago senso offensivo e si tende a usarla con parsimonia, oppure non la si usa affatto e si parla solo di gay in quanto omosessuali maschi.

Il pudore che i giornalisti hanno nei confronti di lesbica, però, sembra dissolversi magicamente quando decidono di ricorrere a tutta una serie di eufemismi dal sapore pornografico e voyeuristico, primo tra tutti l’aggettivo lesbo.

Prendiamo l’articolo che ha pubblicato il free press Leggo sul primo matrimonio tra due donne celebrato in Francia.

“Un’unione tra due eleganti signore… entrambe bionde, sorridenti e vestite in coordinato… indossavano due raffinate mise sulle tinte del bianco, del blu e del color lavanda, ispirate allo stile intramontabile Coco Chanel e ai colori della Provenza”.

Fino a quell’ultima frase: “E, come ogni coppia che si rispetti, dopo la cerimonia di rito e lo scambio degli anelli, le due signore si sono scambiate un tenero bacio lesbo”.

Un “tenero bacio lesbo”? Ma non vi sembra una roba da giornaletto porno? Sono due donne, è un matrimonio tra donne e alla fine le due si scambiano un bacio, no? C’è bisogno di specificare che è un bacio lesbo? E poi, da quando in qua ogni coppia che si rispetti termina la cerimonia con un tenero bacio lesbo? Certe frasi davvero basta leggerle a voce alta per rendersi conto che sono inaccettabili, senza alcun senso.

Di esempi ce ne sono quanti ne volete. Ecco un titolo di Libero del maggio scorso:

La pista lesbo mi sa di thriller erotico stile Basic instinct, con tanto di rompighiaccio e psicanalista pazza. Oppure c’è questo titolo imperdibile del Messaggero:

Nessuno mi venga a dire che questo non è soft porno bello e buono.

L’altro aggettivo erotico molto in voga nella stampa italiana è saffico. Anche se l’origine storica è la stessa di lesbico, è evidente che sui giornali si usa saffico per rendere più seducente, e adatta a un pubblico maschilista, l’idea di due donne insieme. Saffico fa pensare ai costumi rilassati dell’Antica Grecia, vestali seminude e orge a base di vino e baci saffici. Oppure semplicemente alla fantasia erotica dell’italiano medio che guarda Domenica in.

Insomma, spesso l’omosessualità femminile è presentata a uso e consumo di un pubblico di uomini, che poi sono quelli che inserendo su Google “bacio lesbo” arrivano all’articolo in questione. La parola lesbica si può e si deve usare. E poi personalmente non sono contrario a cominciare a estendere l’uso di gay per indicare anche le donne, come si fa in inglese. Così, per esempio, quando si parla di matrimonio gay si includeranno anche i matrimoni tra donne.

“I vizietti della stampa”, di Claudio Rossi Marcelli:

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