09 aprile 2015 15:07

Alla fine il governatore dell’Indiana ha dovuto capitolare: sepolto dalle critiche e dalle minacce di boicottaggio del suo stato, Mike Pence ha modificato la controversa legge che avrebbe permesso alle attività commerciali di discriminare i clienti omosessuali e transessuali adducendo la propria fede religiosa.

Nell’emendamento approvato il 2 aprile si specifica che il Religious freedom restoration act non autorizza in nessun caso a negare a qualcuno servizi, strutture, utilizzo di beni pubblici, merci, impiego o alloggio per motivi di etnia, razza, religione, discendenza, età, disabilità, sesso, orientamento sessuale o identità di genere.

Una manifestazione ad Atlanta contro il Religious freedom restoration act, il 17 marzo 2015. (David Goldman, Ap/Ansa)

Paradossalmente, una legge concepita come risposta ultraconservatrice all’avanzamento dei diritti civili degli omosessuali si è trasformata nella prima norma che vieta la discriminazione in base all’orientamento sessuale e l’identità di genere in Indiana.

Per chi si batte per il riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali, la battaglia dell’Indiana è stata una grande quanto inaspettata vittoria. Ma a gioire sono stati anche alcuni esponenti centristi del partito repubblicano, impegnati in un braccio di ferro con l’ala più conservatrice del partito, il cosiddetto Tea party, in vista delle elezioni presidenziali del 2016.

La massiccia reazione contro la legge sulla libertà di religione ha colto di sorpresa non solo la destra, ma tutto il mondo politico americano, perché la velocità con cui l’opinione pubblica statunitense sta cambiando idea sul matrimonio tra persone dello stesso sesso è senza precedenti.

Di sicuro il fenomeno è collegato al fatto che le persone omosessuali sono distribuite in modo casuale in tutte le fasce della società, in ogni regione geografica e in ogni gruppo etnico. Ma anche la diffusione dei social media sembra aver velocizzato questo processo: tempo fa Melanie Tannenbaum aveva fatto notare su Scientific American che la pressione sociale esercitata dalle persone con cui siamo in contatto su Facebook fa mutare più velocemente la nostra percezione di cosa sia giusto e ingiusto, e in definitiva normale. E questo sembra particolarmente vero quando si tratta di diritti gay.

A prescindere da quale sia il motivo di un cambiamento così repentino, comunque, una cosa è certa: per i repubblicani esprimere opinioni omofobe non paga più. Perché se è vero che quell’atteggiamento riesce ancora a infiammare la base ultraconservatrice, la novità è che nel frattempo è diventato completamente indigesto alla parte più moderata del partito.

In un certo senso si sta verificando in senso opposto quella condizione che ha caratterizzato per anni il partito democratico, dove fino a una decina di anni fa esprimere una posizione pro-gay stimolava il consenso della base più progressista, ma allo stesso tempo faceva storcere il naso alla maggioranza moderata del partito.

È da quella dicotomia che sono nate alcune norme timide e contraddittorie come il principio clintoniano del don’t ask don’t tell, che fino al 2011 autorizzava la presenza di gay e lesbiche nell’esercito solo a patto che non facessero esplicito riferimento alla loro omosessualità.

Dopo l’episodio dell’Indiana – e dell’Arkansas, dove pochi giorni dopo si è ripetuto lo stesso teatrino, con l’unica differenza che lì il governatore Asa Hutchinson ha avuto tempo di far emendare la legge prima di promulgarla – adesso potrebbe aprirsi l’era don’t ask don’t tell del partito repubblicano.

Al di là dei candidati presidenziali che mirano a conquistare la destra religiosa, infatti, gli altri aspiranti presidenti ora dovranno tenersi alla larga da posizioni troppo nette sul matrimonio tra persone dello stesso sesso. Proprio come, per motivi diametralmente opposti, hanno dovuto fare in passato i loro omologhi democratici.

Già da tempo le statistiche raccontano di un paese che ha accelerato nell’accettazione dei diritti gay, ma oggi i repubblicani con meno di trent’anni a favore del matrimonio tra persone dello stesso sesso sono addirittura il 61 per cento.

La novità nel caso dell’Indiana però è stata anche la discesa in campo dei poteri forti del mondo economico americano, che hanno criticato in modo quasi unanime le legge sulla libertà religiosa e hanno annunciato misure drastiche e concrete se non ci fosse stato l’emendamento.

In Arkansas il governatore Hutchinson inizialmente aveva annunciato il suo sostegno alla legge nonostante le proteste già in corso contro le autorità dell’Indiana. E non è un caso che abbia improvvisamente cambiato idea dopo che il gigante della distribuzione Walmart, la più importante azienda con sede in Arkansas e il più grande datore di lavoro negli Stati Uniti, ha manifestato apertamente la sua opposizione alla legge.

Le grandi aziende, anche quelle tradizionalmente vicine al partito repubblicano, non hanno alcun interesse in una politica che danneggi i diritti dei loro impiegati in un particolare stato, perché limita il potere di attrazione di nuovi talenti e la possibilità di riposizionarli liberamente sul territorio secondo le proprie esigenze. E nel conflitto in corso all’interno del partito sono nettamente schierate contro una deriva religiosa ed estremista, in favore di un partito repubblicano più laico e moderno.

Gli analisti politici ora si aspettano che l’ala evangelica capitanata dal senatore texano e candidato presidenziale Ted Cruz, una volta che si sia ripresa dalla sconfitta sul Religious freedom act, lanci la sua offensiva contro il nuovo nemico, che al momento non sono più i democratici, ma le lobby repubblicane del big business e delle multinazionali.

Per chi si batte per il riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali, la battaglia dell’Indiana è stata una grande vittoria inaspettata

L’alleanza tra i giovani e le grandi aziende per il sostegno dei diritti gay sembra essere riuscita a creare una spaccatura all’interno del partito repubblicano. Tra l’altro il governatore dell’Arkansas ha dichiarato che a convincerlo definitivamente a far emendare la legge sulla libertà religiosa è stato trovare il nome di suo figlio nella petizione che gli chiedeva di non promulgare la legge così com’era.

Attualmente un gruppo di giovani attivisti repubblicani sta girando il paese per convincere i suoi superiori che nel partito esiste una maggioranza silenziosa a favore del matrimonio tra persone dello stesso sesso, che dev’essere messa nelle condizioni di emergere.

E Jeb Bush, governatore della Florida e ultimo rampollo della dinastia a mettere gli occhi sulla Casa Bianca, dopo un iniziale sostegno alla legge sulla libertà di religione, ha poi corretto il tiro e ha dichiarato a un gruppo di finanziatori della sua campagna che “non ci dovrebbe essere discriminazione basata sull’orientamento sessuale”. Che per un candidato repubblicano è un’affermazione non da poco.

I repubblicani forse hanno cominciato a rendersi conto che, se non vogliono trovarsi i loro figli e i loro sponsor dall’altra parte della barricata, è necessario un cambio di strategia sulla questione omosessuale.