12 giugno 2020 16:54

Mia figlia ha solo due mesi ma già mi preoccupo per il suo vocabolario: nella famiglia del padre certe parolacce sono usate in maniera scherzosa. Non vorrei che lei le imparasse ma non voglio mancare di rispetto al mio compagno né ai miei suoceri. Come uscirne indenni? –Fabrizia

Pochi giorni fa mi ha scritto una mamma, Giulia, che nella sua domanda sembra presagire il tuo futuro se sceglierai di non intervenire: “Ho educato i miei due ragazzi, 17 e 13 anni, a evitare il turpiloquio, tipico dei tempi moderni, spiegandogli che denotava scarsa proprietà di linguaggio e dando naturalmente l’esempio. Purtroppo non sono stata sostenuta da mio marito in queste buone pratiche, così ho gettato la spugna e ora parliamo un po’ tutti come scaricatori di porto. Divertendoci insieme anche per questo, ma ogni tanto mi sento in colpa. Ho sbagliato?”.

Mi mette allegria pensare alla famiglia di Giulia che sforna una parolaccia dopo l’altra divertendosi un mondo e fregandosene delle buone maniere. Però in fondo penso che sia un peccato non aver insistito con suo marito: le parole sono uno strumento prezioso che i suoi ragazzi dovranno imparare a usare per trovare un lavoro, difendersi, far innamorare, raccontarsi. E anche per arrabbiarsi: chi riesce a rispondere a un insulto volgare con perfetta proprietà di linguaggio è già in vantaggio. Dunque ti consiglio ti spiegare le tue preoccupazioni a tuo marito e, dopo averlo convinto, fare in modo che sia lui a parlare con i suoi genitori. In ogni caso, almeno tu, non gettare la spugna.

Questo articolo è uscito sul numero 1362 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati