12 febbraio 2021 11:25

È la scena finale del film: sulle note malinconiche di una canzone di Neil Young, la cinepresa spazia tra gli invitati di una commemorazione funebre in un ampio appartamento. Ci sono anche anziani e bambini, si piange, si ride, ci si abbraccia. Poi l’occhio del regista si avvicina a un televisore su cui scorrono vecchi filmini in super otto, scene familiari degli anni settanta. Nelle immagini sbiadite e leggermente velocizzate, un bambino riccio e vispo gioca in spiaggia con la mamma e i fratelli, guarda la telecamera, sorride. Partono i titoli di coda e le luci di sala illuminano la platea in preda alla commozione.

L’uscita di Philadelphia, nel dicembre del 1993, ha segnato un momento di svolta nella narrazione della catastrofica pandemia di aids che ha investito il mondo all’inizio degli anni ottanta, perché l’ha portata a un pubblico di massa. Il film raccontava gli effetti catastrofici sulla comunità omosessuale: negli Stati Uniti, infatti, nel 1995 un uomo gay su nove era affetto da aids e uno su quindici era già morto, in quella che fu una effettiva decimazione della generazione di omosessuali nati negli anni cinquanta e sessanta. Se si pensa che il presidente americano Ronald Reagan aveva pronunciato la parola aids una sola volta prima del 1987 e che l’anno successivo in Italia il ministro della sanità Carlo Donat Cattin aveva dichiarato che “l’aids ce l’ha chi se lo va a cercare”, l’uscita della prima grande produzione di Hollywood sull’argomento è stata un passo avanti fondamentale.

Prima di allora, infatti, solo una manciata di film indipendenti si erano occupati del tema, tra cui Parting glances di Bill Sherwood, girato nel 1984 e uscito faticosamente due anni dopo, e l’eccellente Che mi dici di Willy?, del 1990, diretto da Norman René. In Philadelphia Tom Hanks interpreta un avvocato gay che viene licenziato quando si scopre che è sieropositivo: la sua interpretazione gli è valsa un premio Oscar e ha spianato la strada a decine di altri film che da allora hanno affrontato il tema, tra cui successi come Dallas buyers club con Matthew McConaughey e Jared Leto (2013), The normal heart di Ryan Murphy (2014) o, nel nostro paese, Le fate ignoranti di Ferzan Özpetek (2001).

Che mi dici di Willy?


In tv invece la narrazione dell’aids nella comunità lgbt+ è avanzata a un ritmo più discontinuo, con alcune serie che ne hanno parlato prestissimo, prima ancora di Hollywood, e altre che invece, in tempi ormai più che maturi, hanno completamente aggirato il tema, al limite della negazione. Prendiamo Will & Grace, uno dei telefilm di maggiore successo nel periodo a cavallo del millennio, a cui si riconosce il merito di essere stata la prima sit-com con protagonisti gay e di averne raccontato le vicende senza ricorrere a vecchi stereotipi. È innegabile che le battute esilaranti di Will e il suo migliore amico Jack abbiano avuto l’effetto collaterale di educare il pubblico sull’omosessualità, ma oggi risulta veramente strano che nella cronaca della vita sentimentale di due ragazzi gay newyorchesi di fine anni novanta non si faccia mai cenno alla questione dell’hiv. Neanche una volta nell’arco di otto stagioni.

E il fatto che si trattasse di una serie leggera e ironica non basta come giustificazione: nel 1987, mentre Reagan ancora non riusciva a dire la parola aids, la sit-com americana Designing women raccontò in un episodio la storia di un ragazzo gay sieropositivo che chiede alle buffe protagoniste della serie – quattro decoratrici d’interni – di rimodernare la sala dove si terrà il suo funerale. Il titolo dell’episodio era Killing all the right people (Uccide solo quelli che devono morire) e in quei preziosi 22 minuti di risate e lacrime la Cbs ha mostrato che anche una sit-com poteva educare il pubblico sulla tragedia che era in atto nel paese. Will & Grace nemmeno nel suo revival del 2017 è riuscita a superare questo tabù, rimanendo fedele alla sua dichiarata vocazione “normalizzatrice”, che ha sempre rappresentato la sua forza ma anche il suo limite.


L’altro grande colpevole di omissione è Queer as folk, la serie britannica diventata immediatamente un cult. Andata in onda per la prima volta su Channel 4 nel 1999, l’anno dopo il debutto di Will & Grace, questo telefilm si è fatto notare per l’onestà con cui racconta le vite di tre ragazzi gay di Manchester. In particolare conteneva le scene di sesso gay più esplicite mai viste in tv fino ad allora e infatti in Italia, dove la neonata LA7 ne aveva comprato i diritti, non è mai andata in onda sulla tv generalista per via delle polemiche che la precedevano. Considerando l’alta qualità della produzione e il realismo con cui descriveva luci e ombre dei suoi protagonisti, il pubblico e la critica sono rimasti a dir poco sorpresi che anche questa serie evitasse completamente il tema dell’hiv.

“Ho concepito Queer as folk nel 1999”, ha raccontato sull’Observer qualche settimana fa Russell T. Davis, il creatore della serie. “Era il primo telefilm gay della storia britannica e le parole aids e hiv non apparivano neanche una volta. Come lancio mediatico non fu niente male: la rabbia, le urla! Duecento giornalisti in assetto di guerra. La stampa etero ci fu ostile, questo ce l’aspettavamo, ma la stampa gay lo fu ancora di più perché nelle puntate non c’era traccia di preservativi, avvertimenti o messaggi in sovraimpressione. Fu dura. Perché in quella fase della vita io mi rifiutavo di lasciare che la malattia definisse le nostre vite, quindi l’ho esclusa deliberatamente. L’omissione dell’aids era già una dichiarazione in sé, e fu la cosa giusta da fare”.


Mentre la televisione generalista ancora faticava a parlare di aids, l’ascesa delle pay tv ha permesso di affrontare più liberamente le tematiche considerate scomode per il grande pubblico. Nel 2003 l’emittente via cavo Hbo trasmette negli Stati Uniti la mini serie Angels in America, adattamento dell’omonimo capolavoro teatrale di Tony Kushner del 1991. In un’epoca in cui era ancora raro che le star del cinema accettassero ruoli sul piccolo schermo, Mike Nichols dirige Al Pacino, Meryl Streep ed Emma Thompson in un onirico intreccio di vicende che ruotano intorno alla figura di Prior Walter, un giovane omosessuale malato di aids nella Manhattan del 1985 e visitato più volte da un angelo custode, racconto intimo ed epico allo stesso tempo. Mai prima di allora il tema della sieropositività era stato affrontato con tale ambizione e grandiosità, facendo di Angels in America, che fu ricoperto di premi e definito “un’opera d’arte” dal New York Times, il primo grande classico della televisione sul tema dell’aids.

Negli anni successivi, nei paesi più ricchi il progresso della medicina ha cominciato gradualmente a trasformare l’infezione da l’hiv in una malattia non più mortale, e questo ha rilassato anche il modo cui se n’è parlato nelle produzioni tv. Un esempio è Tales of the city, l’adattamento televisivo della saga letteraria I racconti di San Francisco di Armistead Maupin sulla vita della comunità lgbt+ nella San Francisco degli anni ottanta. Andata in onda negli Stati Uniti nel 1994, questa miniserie è stata tra le prime a occuparsi dell’aids e l’ha fatto attraverso il personaggio di Michael che, dopo aver perso il suo compagno sieropositivo, scopre di esserlo anche lui. Nonostante la sua morte non sia raccontata nel telefilm, nel 1994 la diagnosi non lasciava spazio a nessun finale diverso dalla morte. E invece la magia del piccolo schermo ha fatto accadere un miracolo: nel sequel della serie prodotto da Netflix nel 2019 ritroviamo Michael in gran forma e il suo personaggio è quello di un uomo di mezza età sieropositivo che vive una vita normale grazie ai nuovi trattamenti per l’hiv.


In questo senso è interessante anche il personaggio di Oliver, uno dei protagonisti di Le regole del delitto perfetto, trasmessa dal 2014 sulla Abc negli Stati Uniti e in Italia su Fox. Oliver è considerato da molti uno dei migliori personaggi sieropositivi apparsi in tv: quando scopre il risultato del test ha una prima reazione di paura e disperazione, ma poi riesce a metabolizzare la sua sieropositività, che diventa un tratto secondario del suo personaggio. È molto raro vedere in tv un ragazzo gay sieropositivo, per di più filippino-americano, che conduce una vita sessuale serena e disinibita, e questo lo rende non solo un personaggio interessante, ma anche un ottimo esempio di come oggi la sieropositività non debba necessariamente definire una persona.

Un cenno va fatto anche sulla serie Looking. Siamo di nuovo su Hbo e stavolta seguiamo le vicende sentimentali di tre omosessuali di San Francisco, in quella che viene lanciata come la versione gay di Sex and the city. Andata in onda nel 2014, la serie è stata accolta con favore dalla critica anche per via della delicata regia del britannico Andrew Heigh, ma il pubblico non si è mai scaldato del tutto per quel trittico di personaggi troppo belli, troppo bianchi e, forse, troppo noiosi. Looking è stata cancellata dopo la seconda stagione per carenza di ascolti, ma è riuscita comunque a dare il suo contributo nella rappresentazione della sieropositività delle persone omosessuali. Nel primo episodio della seconda stagione, Agustin racconta di aver passato la notte con un ragazzo molto fico e, nella lista di caratteristiche con cui lo descrive, dice che “ha una casa in Virginia” (espressione con cui qualche anno fa ci si riferiva ai sieropositivi, dalle iniziali delle parole “House In Virginia”). L’amico che l’ascolta reagisce con un semplice “ah” senza interrompere la conversazione e nel corso della stagione Agustin continuerà a frequentare quel ragazzo fino a sposarlo, offrendo così un’importante rappresentazione delle coppie sierodiscordanti e l’opportunità di parlare dell’uso della Prep come nuova terapia di prevenzione contro l’hiv.


Anche se negli anni il tema ha trovato sempre più spazio in tv, per giungere a qualcosa che faccia giustizia all’ecatombe degli anni ottanta nel modo cui ci è riuscito Angels in America bisogna arrivare a tempi molto recenti. Nel giugno del 2018 debutta sull’emittente statunitense FX la prima stagione di Pose, una serie ideata dal re Mida delle serie tv Ryan Murphy, creatore tra le altre di Nip/Tuck, Glee, American horror story, The politician e Hollywood. Pose, che in Italia è disponibile su Netflix, racconta il fenomeno delle ballroom, le serate underground dove si esibivano persone lgbt+ in maggior parte afroamericane e latine. Ma i passi di vogueing e i costumi scintillanti fanno da cornice al vero fulcro della storia: la solitudine dei giovani omosessuali e trans provenienti dai ceti più poveri e la loro necessità di creare famiglie alternative come forma di mutua assistenza.

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Oltre alla scelta senza precedenti di mettere al centro della storia delle donne transessuali latine e afroamericane, a rendere Pose ancora più dirompente c’è quella di farle interpretare a delle vere donne trans, rifiutando finalmente la logica hollywoodiana di ingaggiare attrici o attori cisgender per recitare il ruolo di donne transessuali. In questo contesto, la pandemia di aids nella comunità gay e trans trova grandissimo spazio e la devastante sequenza di funerali in cui i protagonisti si ritrovano a dare l’ultimo saluto ai loro amici ci ricorda che in quel periodo era impossibile non essere definiti dalla malattia.

Nell’episodio Love is the message il personaggio di Pray Tell, interpretato dal pluripremiato Billy Porter, assiste il suo compagno malato di aids nelle sue ultime settimane di vita; gli tiene la mano mentre lo vede spegnersi giorno per giorno e infine morire. “Quello che è riuscito a farmi capire questa puntata”, ha scritto su Vox la critica televisiva Emily VanDerWerff, che nell’epoca di cui parla il telefilm era una bambina, “è fino a che punto le persone travolte dall’ondata dell’aids erano dolorosamente convinte che questa malattia avrebbe cancellato dalla faccia della terra un’intera comunità. Pray Tell si domanda se qualcuno si ricorderà mai delle persone gay e trans quando l’aids le ucciderà tutte, e poi decide che no, il resto del mondo andrà semplicemente avanti e loro saranno ridotti a una riga nei libri di storia. L’aids è stato ignorato per così tanto tempo, ci spiega questa serie, perché era una malattia che faceva comodo alla società tradizionale”. Perché uccide solo quelli che devono morire.


E così arriviamo alla produzione che più di recente si è occupata di aids, e che l’ha fatto senza sconti: It’s a sin, ancora inedita in Italia, è una serie britannica che racconta l’irruzione dell’aids nella scena gay di Londra degli anni ottanta. Questa volta la malattia non fa da sfondo e neanche da contorno: è l’indiscussa protagonista della storia e trasporta il pubblico all’interno di quell’incubo fino a fargliene sentire l’odore. La trama in sé è semplice e tristemente nota: ragazzi emarginati, cacciati di casa o che tengono nascosta la loro omosessualità trovano un breve momento di dolcezza abitando insieme come una famiglia, facendo progetti per il futuro e vivendo la loro sessualità liberamente all’interno della bolla lgbt+.

Ma le nuvole scure dell’aids si stanno già addensando all’orizzonte e porteranno presto la tempesta sulle loro vite. It’s a sin, il cui titolo cita un successo dei Pet Shop Boys, è intrisa di musica pop britannica dei primi anni ottanta – forse troppo, al punto che a volte la musica ruba la scena all’aids – e inoltre soffre della sua brevità: cinque episodi sembrano comprimere troppo un racconto che avrebbe avuto bisogno di molto più spazio. Ma la qualità è alta e le emozioni sono vere, e qualunque telefilm sia in grado di farti piangere così tanto in così poche puntate può dire di aver raggiunto il suo scopo: onorare le vittime dimenticate dell’aids.

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Poi va aggiunto un dettaglio interessante: il creatore della serie è Russell T. Davies. Ebbene sì: a vent’anni dalla sua grande omissione, lo scrittore di Queer as folk è tornato sul luogo del delitto per espiare il suo peccato originale e oggi offre al pubblico una delle storie più forti sull’aids mai andate in onda in tv. Davis ha spiegato che, dopo aver vissuto gli anni terribili della pandemia, negli anni novanta non era pronto a riaprire quel capitolo. Oggi i tempi sono cambiati. “Il crescente successo delle terapie antiretrovirali significa che forse c’è una fine in vista”, ha raccontato ancora all’Observer. “Una malattia mortale sta diventando una condizione gestibile e c’è un’ambiziosa campagna delle Nazioni Unite per arrivare a zero contagi entro il 2030. È strano pensare”, conclude Davis, “che, alla fine, tutto questo forse sarà arrivato e sparito nell’arco della mia vita. Che un virus possa essere un momento della storia e nient’altro. Mi chiedo se un giorno l’hiv e l’aids diventeranno solo un ricordo. Come un vecchio telefilm che facevano una volta in tv”.