12 ottobre 2020 13:13

Nel 1999, durante un concerto dei R.E.M. a Toronto, Michael Stipe ha fatto salire sul palco una cantautrice quarantenne chiamata Mary Margaret O’Hara. In pochi sapevano bene chi fosse, ma Stipe l’ha presentata come “un patrimonio nazionale canadese”. O’Hara aveva inciso un solo album una decina di anni prima e quel lavoro, a cui non era seguito praticamente nulla, era ed è un piccolo gioiello.

Miss America uscì nel 1988 ed era formato da materiale composto e registrato, tra mille difficoltà, nel 1984. Il disco doveva essere prodotto da Andy Partridge degli XTC, ma lei lo licenziò il primo giorno e la lavorazione si trascinò per anni. Mary Margaret O’Hara lavorava in maniera imprevedibile e spigolosa: costruiva tutto sull’improvvisazione e anche i suoi pezzi più facili e tendenti alla ballata jazz sono percorsi da una strana corrente di nervosismo. Miss America non ha avuto alcun successo, la casa discografica lo trovava inclassificabile e non ha fatto neanche il tentativo di promuoverlo, eppure negli anni è diventato un culto.

Le canzoni di O’Hara sono inafferrabili e destabilizzanti: sembrano una cosa poi si trasformano in un’altra e lei le abita con una sorta di strana circospezione. Quando si lascia andare è una straordinaria torch singer, ma poi torna a sussurrare; a volte grida e a volta sembra che canticchi da sola facendo altro. Sarebbe facile liquidare Mary Margaret O’Hara come artista reclusa e pazzoide, incapace di gestirsi e di relazionarsi agli altri. E se capovolgessimo il punto di vista? Lei ha detto tutto quello che voleva in quell’unico disco e non ha sentito un gran bisogno di fare altro. C’è talmente tanto in Miss America che potrebbe essere proprio così.

Mary Margaret O’Hara
Miss America
Virgin, 1988