29 marzo 2021 13:20

Le Sugababes sono state il più prolifico e spigoloso girl group del pop britannico degli anni zero. Mutya Buena, Keisha Buchanan e Siobhán Donaghy furono scritturate ancora tredicenni da Ron Tom, il manager di un’altro girl group di successo, le All Saints. Quando nel 2000 uscì il loro primo album, One touch, le Sugababes, non ancora maggiorenni, erano la risposta teen, più meticcia e più chav alle All Saints. Come le All Saints, le Sugababes sapevano armonizzare le loro voci e come loro sapevano litigare in maniera spettacolare. Come tutte le teen band che si rispettino le Sugababes sono state un fenomeno creato, come si dice, “a tavolino”; un gruppo “finto” come amano ripetere i moralisti del rock di ogni epoca. Eppure, per quanto fossero finte, nella loro fase imperiale (2000-2006) erano più vere del vero. Canzoni come Run for cover (psicodramma adolescenziale su una saltellante base 2 step), Freak like me (cover di un pezzo r&b di Adina Howard con interpolazioni di Gary Numan), Round round (con quel breakdown in cui rallenta per un’interminabile manciata di secondi) e Push the button (una trappola perfetta) sono state non solo dei successi ma anche delle pietre miliari della produzione pop.

E più vere del vero sono state le dinamiche tossiche all’interno della band. Per quanto potessero essere teleguidate dai loro manager, le Sugababes rimanevano delle teenager imbizzarrite e indisciplinate. La prima a essere fatta fuori dalla compagine originale del gruppo è stata Siobhán, origini irlandesi e rossa di capelli. La leggenda, tramandata con dovizia di particolari dalla perfida newsletter Popbitch, voleva che le due compagne le avessero tenuta nascosta una convocazione del manager e l’avessero fatta licenziare in tronco per non essersi presentata in orario all’aeroporto. Fatta fuori Siobhán, le Sugababes hanno continuato a sfornare successi e a perdere pezzi fino a rimanere solo un marchio, senza più nessuna delle componenti originali. Il loro ultimo album, datato 2008, si intitolava inevitabilmente Catfights and spotlights, zuffe e riflettori.


Che ne è stato dunque di Siobhán Donaghy, cacciata non ancora maggiorenne da un girl group di successo? Il management non aveva certo voglia di buttare via un talento che stava coltivando da anni e nel 2003 investe su un suo primo album solista, Revolution in me, che però non va da nessuna parte. Quando Siobhán sembra ormai destinata a una carriera dignitosa ma non certo elettrizzante nei musical del West End o nei talent show, ci riprova nel 2007 con Ghosts, il suo secondo album solista. Ghosts è un unicorno nel panorama pop di quell’anno che come gli unicorni delle favole ha fatto un’apparizione fugace. In molti, in troppi non si sono accorti della sua esistenza. Siobhán Donaghy lavora alle sue nuove canzoni con James Sanger, già produttore di Dido, Mel C, Keane e U2, ed è evidente la tensione tra i due: più Sanger aggiunge strati alla musica, rendendo gli arrangiamenti sontuosi e spettacolari, la voce di soprano leggerissimo di Donaghy si fa voluminosa e autorevole. Siobhán Donaghy e James Sanger sembrano aver ascoltato molta Kate Bush e molti Cocteau Twins durante la lavorazione dell’album e sono arrivati, per strade diverse, alle stesse conclusioni a cui stavano arrivando i Goldfrapp con il loro immaginifico album Seventh tree.

Ghosts è un album coeso ma anche estremamente variegato: pezzi misteriosi e drammatici come Coming up for air o Goldfish si alternano a piccoli spezzoni di teatro dell’assurdo come 12 bar acid blues, che parla di una disavventura di viaggio tra attacchi di diarrea e documenti smarriti. La traccia che dà il titolo all’album e che lo chiude è, con i suoi orientalismi elettronici e la traccia vocale registrata al contrario, la summa di tutte le bizzarrie produttive di questo piccolo, prezioso capolavoro dimenticato. Il settimanale musicale NME recensendo l’album scrive che la Siobhán Donaghy di Ghosts sembra “Liz Frazer dei Cocteau Twins prodotta dai Massive Attack”. Forse il recensore si è lasciato trascinare dall’entusiasmo, ma una cosa è certa: Ghosts appartiene a pieno titolo a quell’eccentrica tradizione del pop britannico che ogni tanto è capace di liberare nell’etere straordinari e sfuggenti unicorni.

Siobhán Donaghy
Ghosts
Parlophone, 2007