04 maggio 2021 13:28

“Una palla da discoteca fatta di nervi, un vero esteta”, così Bono Vox degli U2 descrive l’amico Billy MacKenzie (1957-1997), il cantante degli Associates, una delle band più sfolgoranti e per qualche oscura ragione meno ricordate della new wave britannica. “Gli Associates erano un grande gruppo”, continua Bono, “E noi li abbiamo saccheggiati. Billy era un grande cantante, e io non sono riuscito a saccheggiarlo”.

Lo scozzese Billy MacKenzie, come molti altri esteti del pop inglese, veniva dalla classe operaia e per lui la musica era un modo per abitare un mondo diverso da quello da cui proveniva. Aveva un innato senso del dramma, uno stile spettacolare e soprattutto una voce fuori dal comune. Billy era capace di cominciare una canzone cantando come Bryan Ferry e di farla crescere fino a finirla come l’avrebbe finita Shirley Bassey. Per lui l’artificio era una strategia di sopravvivenza più che un travestimento teatrale. Era Billie Holiday intrappolata nel corpo di un glam rocker, e pur non essendo propriamente famoso, o ricco, è stato la più grande popstar del post punk. The glamour chase, la sua biografia scritta da Tom Doyle nel 1998, descrive un uomo sempre in bilico tra iperattività e depressione, manie di grandezza e autoflagellazione. Un uomo nato per essere il più grande cantante del mondo e morto suicida nel capanno degli attrezzi del giardino del padre a 39 anni.

Quando Billy MacKenzie ha cominciato a lavorare su Outernational, il suo primo album solista, di anni ne aveva 34 e alle spalle aveva ben cinque album realizzati in buona parte insieme ad Alan Rankine, l’altra metà degli Associates. Era un artista rispettato ma di medio successo; non era certo Bryan Ferry o David Bowie, eppure viveva da nababbo, tra macchine sportive, grandi alberghi e cani di razza.


“Quando il mondo era marrone o nero o beige e tutti portavamo l’impermeabile”, ricorda ancora Bono Vox, “Billy era ultravioletto, ultraluminoso, ultratutto tranne che ultra cool”. Billy MacKenzie faceva idealmente parte della grande cordata dei frontman inglesi della new wave anni ottanta, ma è sempre stato un outsider. “Lui aveva l’opera”, conclude Bono probabilmente riferendosi a quel suo innato senso del melodramma, “noi volevamo spezzare il cuore del pubblico e lui invece lasciava che fosse il suo, di cuore, a spezzarsi”.

Nel 1991 Billy si era posto l’ambizioso obiettivo di creare un’opera “Soul cosmica per l’era dello spazio”, un album in cui la sua magnifica voce avrebbe galleggiato su lievi groove elettronici e house balearica: erano gli anni dei Primal Scream di Screamadelica, di Andrew Weatherall e dei chillout. A un certo punto del lavoro decide di spostarsi da Londra a Berlino per tuffarsi in un mondo completamente diverso. È lì che le sue richieste cominciano a farsi folli, come a un certo punto chiedere un coro di ragazze cinesi e altre amenità impossibili da trovare; le sue spese cominciano a lievitare tra stanze di albergo prenotate solo per i suoi cani e continui viaggi tra Londra, Berlino e Zurigo, dove registra alcune tracce con Boris Blank degli Yello. Con Blank aveva già lavorato nel 1987, quando aveva scritto con gli Yello The rhythm divine per il suo idolo, la già citata Shirley Bassey che in diverse occasioni ha detto che la versione definitiva della canzone secondo lei era proprio quella cantata da Billy MacKenzie. Quando è a Berlino, in sala di registrazione Billy è un monaco: beve solo tè caldo al miele e riscalda la voce cantando canzoni di Billie Holiday, ma poi, a fine giornata, scompare per immergersi nella vita notturna della città. Di questa sua doppia vita non parla con nessuno, ma di giorno è un entusiasta e un affabulatore: la sua casa discografica (la Circa, un’etichetta sussidiaria della Virgin Records) è ben lieta di aprire il portafoglio e assecondare ogni sua stravaganza. Billy MacKenzie è bravissimo a fare la vita della star anche senza singoli in classifica o concerti esauriti in grandi arene, e quando consegna il suo album è subito chiaro a tutti che non sarà un successo.

MacKenzie aveva in mente un album dance ma ci mette più di un anno a realizzarlo, un’era geologica per i club europei, che stavano già orientandosi verso suoni techno molto più duri dei morbidi groove che lui aveva cesellato in studio con tanta pazienza. Outernational come disco pop suona vecchio il giorno stesso in cui esce nei negozi: Billy avrebbe avuto molto più successo producendo un album dance a basso costo senza spostarsi da Londra anziché imbarcarsi in una lavorazione così lenta e dispendiosa. Ma MacKenzie non è un artista normale, è una superstar e il successo commerciale o il far quadrare i conti non è certo affar suo. L’album che doveva essere la sua “opera di soul spaziale”, alla fine, gli costa il licenziamento dalla Virgin.

Outernational oggi suona eccezionale proprio per le ragioni che ne hanno decretato il fallimento: è un album dance nato in una bolla, il lavoro solitario, vanesio e massimalista di un artista fuori dall’ordinario e forse il vero suono degli anni ottanta che si spengono. Non c’è club che lo suonerebbe se non quello, coperto di specchi, della fantasia febbrile del suo autore. L’album contiene anche una cover di Pastime paradise di Stevie Wonder che MacKenzie trasforma in una sorta di electro reggae; pochi anni dopo, nel 1995, quella stessa canzone sarebbe diventata una hit per il rapper Coolio con il titolo Gangsta’s paradise. Un pezzo però risalta tra tutti ed è Baby, uno dei brani prodotti a Zurigo con Boris Blank, che dà la misura di che tipo di cantante potesse essere Billy MacKenzie, una ballad riccamente orchestrata con un ritornello memorabile che proietta la voce di questo sfortunato, meraviglioso, dandy scozzese oltre le stelle.

Billy MacKenzie
Outernational
Circa, 1992