07 giugno 2021 11:37

Ho sempre amato i Texas. Ho sempre trovato divertente che una band pop rock scozzese si chiamasse come lo stato di Dallas, Houston e San Antonio. E poi li amavo perché a cantare c’era Sharleen Spiteri, una figlia di Glasgow, con un esotico nome maltese e un ancor più esotico (per me) accento scozzese. Spiteri ha un aspetto un po’ ruvido e una voce morbida e pungente come il caramello salato. La sua voce per me ha sempre suonato come un impasto tra quella di Chrissie Hynde dei Pretenders e quella, inarrivabile, di Dusty Springfield. I Texas non vengono nominati spesso ma hanno avuto e continuano ad avere un solido successo pop su entrambe le sponde dell’Atlantico. In una recente intervista al settimanale scozzese Sunday Post, Spiteri ha detto esplicitamente che i Texas, pur essendo in giro da più di trent’anni, non sono famosi come altri gruppi, a parità di successo, perché hanno a capo una donna: “Se fossimo una band con un cantante uomo nel Regno Unito saremmo considerati in modo molto diverso. Le cose stanno cambiando ma stanno cambiando con la velocità di una lumaca. Non vedo questo grande mutamento di cui tutti parlano: le cose sono solo meglio nascoste, la gente sa che deve fare attenzione a come si comporta e a quello che dice, ma non fatevi fregare: l’industria musicale, o qualunque altra industria o luogo di potere in cui si fanno soldi, non ha davvero a cuore l’avanzamento delle donne”. I Texas in effetti sono sempre stati uno strano animale: Spiteri è una frontwoman carismatica che non ha mai giocato la carta del sex appeal o dell’iperfemminilità; non è mai stata Debbie Harry dei Blondie e neanche Shirley Manson dei Garbage. Molto spesso compare sul palco vestita esattamente come gli altri componenti del gruppo, in pantaloni e camicia, magari con una cravatta di cuoio, giustappunto, texana. “Per i manager della mia casa discografica ero semplicemente ‘la racchiona’”, ricorda Spiteri, “oppure quella che si veste da maschio, quella di cui tutti si chiedono ‘ma è lesbica, vero?’”.

Quando nel 2007 i Texas si fermano e annunciano un periodo di pausa, Spiteri si mette a lavorare su un album solista, musica che non ha molto a che vedere con il pop rock della band di Say what you want e I don’t want a lover. Ha in mente una vacanza dai Texas e forse anche da se stessa, e annunciando Melody dice: “È la musica che avrei sempre desiderato fare”. Banalità da comunicato stampa: quante volte abbiamo letto che una star riesce finalmente a “essere se stessa” nell’ultimo disco che sta promuovendo? Balena subito in mente la gif della comica Manuela Fanelli che dice “Se me ne fregasse di meno sarei morta”.

Eppure ascoltando Melody si rimane incantati: la voce è quella inconfondibile di Spiteri, ma la musica è una macchina del tempo che rimanda agli anni sessanta della Motown, di Nancy Sinatra e della british invasion. È come se, liberandosi dal ruolo di capo dei Texas, Spiteri potesse esplorare un suo altro aspetto: quello della diva un po’ rétro. Nei video e nelle foto promozionali sfoggia abitini bon ton con gonna alle ginocchia e colletto alla collegiale, calze colorate e scarpe col tacco; è sempre lei ma con nuovi abiti di scena legati al suono retro soul della sua musica. D’altra parte è la stessa Sharleen Spiteri che nel video dei Texas per Inner smile si esibiva nei panni di Elvis Presley, un classico del repertorio dei drag king, le donne che si esibiscono travestite con abiti maschili. Melody dunque non è interessante nella misura in cui ci mostra la “vera” Sharleen Spiteri, di cui forse non ci interesserebbe un granché, ma perché ci mostra un suo nuovo travestimento.


È proprio il manierismo del suono e delle interpretazioni a rendere Melody un lavoro così ammaliante. Il retro soul nel 2008 non era certo una novità: era l’anno del grande successo di Rockferry della cantante gallese Duffy e soprattutto era l’anno in cui Amy Winehouse si era portata a casa cinque Grammy awards. Un disco uscito quasi in sordina come Melody di Sharleen Spiteri è rimasto schiacciato tra questi due pesi massimi: non aveva le hit di Duffy e non aveva la straripante personalità di Amy Winehouse. La sua forza è altrove: è nella duttilità vocale di Spiteri e nella sua capacità di rievocare, con un tocco di modernità, gli anni sessanta. Melody è impeccabile come una puntata di Mad men: una ricostruzione storica in technicolor che ci affascina proprio per la sua finzione. Una finzione che comincia dalla copertina, che mostra una foto di Spiteri piegata in mezzo come un vecchio poster, di quelli che si trovavano nei paginoni centrali delle riviste musicali.

All the times I cried, il primo singolo tratto dall’album, è praticamente un pezzo delle Shangri-Las, Stop, I don’t love you anymore è un calco delle Supremes, I’m going to haunt you è These boots are made for walking di Nancy Sinatra e It was you (prodotta da Bernard Butler degli Suede, già produttore di Duffy) potrebbe essere la sigla di un telefilm anni sessanta, se non fosse per il ritornello che fa: “Something inside just died – it was you”, qualcosa mi è morto dentro – ed eri tu.

Per chi ha studiato storia dell’arte “manierismo” non è una parola dispregiativa: è l’arte internazionale del cinquecento ispirata ai due grandi maestri del rinascimento Michelangelo e Raffaello. Lo stile manierista era una continua rielaborazione di temi, forme e colori pescati dall’immenso repertorio dei due maestri italiani, era definito uno “stylish style”, uno stile fatto di stili, un continuo meraviglioso e consapevole artificio.

Nel 2008, l’anno dello sdoganamento del retro soul, forse il più artificioso dei revival musicali recenti, Melody di Sharleen Spiteri brilla per bellezza, intelligenza e autentico amore per il pop.

Alla fine sapete qual è l’unica nota veramente rétro e un po’ polverosa di Melody? Lo sticker sulla copertina che promette dei non meglio identificati “contenuti speciali” inserendo il cd nel computer. Ecco, quella è davvero una cosa antidiluviana.

Sharleen Spiteri
Melody
Mercury, 2008