14 giugno 2021 13:51

Ogni tanto ci dimentichiamo che i grandi cantanti sono anche dei grandi musicisti. Soprattutto nel caso delle cantanti, che per vizio culturale tendiamo a considerare soprattutto interpreti di musiche altrui. Veniamo distratti dalla loro personalità e dal loro fascino perché parte del loro lavoro di virtuose è proprio quello di nascondere l’arte, lo studio e tutta l’impalcatura che c’è dietro.

Poche persone come la jazzista Shirley Horn (1934-2005) rendono evidente questa doppia natura, quella della cantante che è anche musicista, compositrice e virtuosa, e nel suo caso eccellente pianista. Anche Nina Simone è stata una grande pianista: è ben noto che il suo desiderio da ragazza era quello di diventare concertista classica ma, in quanto nera, ha dovuto ripiegare su una carriera nel jazz e nel soul. Aretha Franklin era un’ottima pianista e arrangiatrice, ma è riconosciuta quasi esclusivamente come cantante. Shirley Horn è una delle poche artiste a cui questa doppia natura, quella della pianista jazz e della cantante, è sempre stata riconosciuta, dalla critica e dal pubblico. L’arrangiatore Johnny Mandel, che aveva lavorato con Count Basie, Frank Sinatra, Peggy Lee e Anita O’Day, di lei diceva che aveva due teste. La sua abilità di cantare e improvvisare accompagnandosi da sola al piano era prodigiosa.

Uno dei primi ad accorgersi del suo talento è, all’inizio degli anni sessanta, Miles Davis. Shirley Horn è una giovanissima cantante jazz, nota a livello locale nel circuito dei locali di Washington Dc e ha da poco inciso il suo primo album, Embers and ashes. Una mattina, mentre sta facendo colazione a casa della suocera in North Carolina, squilla il telefono: c’è un signore che la cerca, dice di essere Miles Davis.
Davis, nei primi anni sessanta, è forse il più famoso musicista jazz del mondo. Un suo album del 1959, Kind of blue, ha rivoluzionato non solo la musica jazz ma anche l’intera industria discografica; ha creato un pubblico che non esisteva ancora e aveva reinventato l’idea stessa di album jazz registrato in studio. Insomma Miles Davis era molto famoso e anche se la sua voce, roca e gutturale, è nota a tutti, Shirley Horn non crede che sia lui. Vi ricordate quando papa Francesco, nei primi mesi del suo pontificato, chiamava a casa alcuni fedeli, apparentemente scelti a caso, per parlarci direttamente? Ecco alla giovane Shirley Horn sentire Miles Davis al telefono fa quell’effetto: incredulità davanti a un miracolo.

Miles chiede a Shirley di fare i bagagli e di raggiungerlo a New York: vuole che sia lei ad aprire, con il suo trio, le sue serate al Village Vanguard. Da allora comincia un sodalizio artistico che non si sarebbe mai interrotto: grazie a quelle serate Shirley Horn conosce l’arrangiatore e produttore Quincy Jones (sì, lo stesso signore che un’era geologica dopo produrrà Thriller di Michael Jackson) che le offrirà un ottimo contratto discografico con la Mercury records.

La giovane Horn è una spugna, impara molto da Miles Davis che, nonostante fosse noto per la sua misoginia, la considera a tutti gli effetti una pari. Durante quelle serate capita anche che Davis le chieda di sostituire il suo pianista, Wynton Kelly e Shirley Horn diventa a tutti gli effetti una componente della band in un’epoca in cui il jazz strumentale era, essenzialmente, una cosa da uomini. Il legame tra Shirley Horn e Miles Davis rimane solidissimo. I due hanno le loro carriere separate ma continuano a seguirsi, più che come amici come musicisti.

Miles Davis muore nel 1991 e per Shirley Horn è un duro colpo: “C’è una voragine nel mio cuore, gli volevo davvero bene”, ha commentato qualche anno dopo, nel 1998, nelle note del suo album commemorativo I remember Miles. Sette anni dopo la morte del suo amico e maestro, Horn decide di rendergli omaggio con un album che cerca di riallacciare i fili della loro intesa musicale. Un album che mette i due, maestro e allieva, sullo stesso piano fin dalla copertina: un disegno di Davis che li mostra di profilo confusi in un bacio, come se fossero un’unica creatura bifronte.

Shirley Horn non si limita a riprendere alcuni standard radicalmente reinterpretati da Miles Davis, come Summertime e My funny Valentine, ma fa un lavoro di scavo negli arrangiamenti, cercando una sintesi tra le loro due diverse personalità musicali. Per My man’s gone now, un’aria composta da George Gershwin per l’opera Porgy and Bess, Horn decide di partire da un’arrangiamento che Miles Davis aveva ideato nei primi anni ottanta, quello che possiamo ascoltare nel live We want Miles. Horn era rimasta molto colpita da quella lunghissima rilettura quasi funk del classico di Gershwin, e decide di riprenderla, ma a modo suo, con quel piglio rilassato, in cui tutti gli spigoli del Miles Davis elettrico degli anni ottanta sono sempre lì ma vengono smussati, alleggeriti e trasformati in eleganti arabeschi.

Ci sono anche riletture dei pezzi che Miles aveva sentito fare da lei al Village Vanguard e che aveva incorporato nel suo repertorio nell’album Seven steps to heaven del 1963: Basin street blues, I fall in love too easily e Baby won’t you please come home. Nel suo omaggio al maestro Shirley Horn non ricorda solo quello che lei ha imparato da lui ma anche quello che lei era riuscita a trasmettergli.
L’unico pezzo che non ha nulla a che vedere con Miles Davis è la splendida This Hotel. “C’erano quattro canzoni che io avrei tanto voluto fare con Miles”, ricorda Horn nelle note dell’album, “e questa è una. Dentro di me sento lui che suona questa melodia”.

Shirley Horn
I remember Miles
Verve, 1998