Quando Washington aiutava Mubarak

10 febbraio 2011 16:45

Nella sua prefazione al Quadrennial Diplomacy and Development Review (Qddr) Hillary Clinton scrive che il dipartimento di stato è impegnato a “sfruttare il nostro potere civile per promuovere gli interessi degli Stati Uniti e contribuire a creare un mondo in cui più persone in più paesi possano vivere in libertà, godere di opportunità economiche ed esprimere le loro potenzialità”.

Per i manifestanti di Tunisi, il Cairo, Alessandria, Amman e Sana’a, queste parole sfiorano l’indecenza. C’è un divario enorme tra il modo in cui i diplomatici e i responsabili dei progetti di sviluppo statunitensi vedono il loro lavoro e quello che fanno concretamente. L’ondata di proteste nel mondo arabo lo dimostra.

Dal 1975 a oggi, l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (Usaid) ha fornito all’Egitto 28 miliardi di dollari in aiuti economici e per lo sviluppo. A livello micro, molti di questi programmi sono stati ben impostati e hanno avuto successo. A livello macro, invece, la realtà è che gli aiuti militari hanno funzionato abbastanza bene, ma quelli per lo sviluppo sono stati un fallimento.

Il prezzo da pagare

Gli aiuti militari degli Stati Uniti all’Egitto ammontano in media a 1,3 miliardi di dollari all’anno. L’aspetto grottesco è che Washington ha fornito alle forze armate egiziane sistemi militari e armamenti per proteggere Israele. Un dispaccio diplomatico inviato nel marzo 2009 dall’ambasciata statunitense al Cairo e pubblicato da Wikileaks dice testualmente che Mubarak e i vertici dell’esercito egiziano “considerano il programma di assistenza militare” come “un indennizzo irrinunciabile per il mantenimento della pace con Israele”.

Nell’Indice di sviluppo umano dell’Onu l’Egitto occupa il 101° posto, tra la Mongolia e l’Uzbekistan. Nel Medio Oriente arabo è al decimo posto, dopo paesi ricchi come Kuwait e Arabia Saudita, ma anche dietro a Libia, Giordania e Algeria. Secondo Isobel Coleman del Council on foreign relations, negli ultimi dieci anni l’Egitto ha registrato un aumento delle diseguaglianze e non ha affrontato il problema della povertà.

I prezzi dei beni alimentari stanno aumentando a livelli mai visti dopo la crisi internazionale del 2007-2008. Il sistema di istruzione superiore non riesce a formare laureati qualificati e il tasso di disoccupazione giovanile supera il 30 per cento. Eppure sul sito dell’Usaid si legge che “da più di trent’anni Stati Uniti ed Egitto collaborano per lo sviluppo economico e la stabilità nella regione” e che “l’agenzia ha contribuito a fare del paese un modello di sviluppo economico”. In particolare l’Usaid sostiene di aver migliorato la qualità dell’istruzione e di aver promosso “una governance decentrata e processi elettorali più competitivi”. Sono affermazioni ridicole.

Niente in contraccambio

A quanto pare, Washington non ha mai pensato di dover chiedere qualcosa in cambio dei 28 miliardi di dollari che negli ultimi trentasei anni l’Usaid ha destinato all’Egitto. Eppure, non c’è una sola ragione per cui il governo statunitense non avrebbe dovuto subordinare gli aiuti ad alcune condizioni, come un serio impegno del governo egiziano nella lotta alla corruzione.

Mubarak non avrebbe certo reagito rompendo i rapporti con Israele o alleandosi con l’Iran. E oggi, mentre si avvicina la fine del regime di Mubarak, non possiamo più ignorare il costo di questa scelta. Non è un problema solo dell’Egitto. Al contrario, anche gli aiuti allo sviluppo all’Afghanistan e al Pakistan vengono offerti senza condizioni, tollerando corruzione e ingiustizie.

I vertici del Pentagono possono anche promuovere una nuova controinsurrezione mirata a conquistare l’appoggio della popolazione anziché a lanciare operazioni militari contro il nemico. Ma un paese povero se si vuole sviluppare economicamente deve fare delle scelte politiche chiare. L’idea che solo la democrazia possa portare a uno sviluppo duraturo è ingenua, come dimostra la Cina.

Ma l’élite di governo in Egitto o in Pakistan deve almeno impegnarsi a creare opportunità economiche per la maggioranza dei cittadini, e non solo per pochi privilegiati. A quanto pare Washington non ha pensato che una situazione in cui la rete di sicurezza sociale nelle aree urbane era garantita quasi solo dai Fratelli musulmani fosse insostenibile.

Solidarietà islamica

In Pakistan le cose vanno peggio. Secondo un recente rapporto della Croce rossa internazionale, sei mesi dopo le inondazioni del 2010 più di quattro milioni di persone erano ancora senza casa. In queste regioni gli enti di beneficenza islamici sono spesso gli unici a garantire servizi sanitari, alloggi e cibo a prezzi accessibili per i profughi interni.

Il governo statunitense vorrebbe certamente che si facesse qualcosa (proprio come avrebbe voluto meno corruzione e meno torture in Egitto). Ma non ha fatto pressioni sul governo pachistano perché alleviasse le sofferenze di queste persone, o almeno non con la stessa convinzione con cui ha spinto Islamabad a intensificare le operazioni militari nelle aree tribali al confine con l’Afghanistan.

Forse la spesa non è valsa l’impresa. Cinismo a parte, questo non solo è uno scandalo morale, ma anche un errore strategico di proporzioni enormi.

*Traduzione di Enrico Del Sero.

Internazionale, numero 884, 11 febbraio 2011*

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