17 ottobre 2017 16:00

Accanto all’elenco dei caduti forse ci vorrebbe sempre un elenco di chi li ha fatti cadere. Accanto ai nomi delle vittime bisognerebbe sempre collocare quelli di chi le ha immolate. Quando si presta attenzione alle lapidi per quella guerra, per quell’eccidio, per quell’ennesimo orribile naufragio di disperati, per quella faida mafiosa, per quell’alluvione o smottamento autunnale, si scopre che il caduto e la vittima se ne stanno in silenzio tra altri caduti e vittime, senza poter nemmeno puntare il dito su chi ha fatto loro lo sgambetto, su chi li ha sacrificati.

Certo, c’è la redenzione del colpevole, certo c’è il perdono. Ed è un bene. Bisognerebbe lavorare giorno e notte alla trasformazione di queste parole in fatti e chiudere così le orrende prigioni. Resta, però, che rendere onore non ha gran senso senza un elenco laterale del disonore, senza ricordarci del manipolo di politici, profittatori, predatori ed esecutori armati di ordini ributtanti. Si può obiettare che questo non aiuterebbe la convivenza civile. Può essere, ma dare a credere che i caduti siano caduti per una loro distrazione che li ha fatti inciampare, aiuta?

Forse dobbiamo immaginarci composte commemorazioni volte a evitare che i misfatti d’ogni giorno siano spacciati per destino. Tener vivo il ricordo dell’orrore è l’unica forma di ribellione che né i manganelli né la galera possono sedare.

Questa rubrica è stata pubblicata il 13 ottobre 2017 a pagina 16 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati