L’apertura della campagna elettorale di Emma Bonino a Roma, il 3 febbraio 2018.

Il partito italiano che vuole un’Europa più forte

L’apertura della campagna elettorale di Emma Bonino a Roma, il 3 febbraio 2018.
21 febbraio 2018 14:42

Nell’autunno scorso, mentre lavoravo a un articolo fuori Roma, ho avuto l’occasione di incontrare uno degli esperti incaricati di ridisegnare i collegi elettorali in vista del voto del 4 marzo (allora non si conosceva ancora la data delle elezioni) e sulla base della nuova legge chiamata Rosatellum. “L’unica certezza è che non ci sarà un vincitore”, mi aveva detto questo specialista, anticipando ciò che ripetono i sondaggi da diverse settimane, cioè che la divisione tripolare della vita politica italiana unita a una legge che mescola maggioritario e proporzionale impedirà probabilmente una vittoria netta di qualsiasi schieramento.

La storia politica delle democrazie occidentali ci insegna in realtà che le sorprese elettorali sono sempre dietro l’angolo – vedi Donald Trump, la Brexit o Emmanuel Macron. Non si può quindi escludere un risultato inatteso.

Ma di fatto queste elezioni italiane sembrano prima di tutto uno scrutinio di posizionamento, alcuni osservatori si spingono a definirlo un voto inutile in attesa di un secondo round a breve o di un nuovo ciclo politico con leadership meno logorate.

Eppure nelle ultime settimane sembra emergere un elemento che potrebbe cambiare la vita politica europea. Si tratta della lista +Europa di Emma Bonino, che va analizzata al di là dell’ambito italiano perché potrebbe rinnovare la dialettica politica imposta nelle democrazie europee negli ultimi vent’anni.

Le forze euroscettiche hanno dettato l’agenda alle formazioni moderate e imposto i temi dell’identità, dell’immigrazione, dell’islam

In questo periodo, in effetti, sono cresciute le forze euroscettiche, spesso etnonazionaliste e xenofobe, che pur senza essere state in grado di conquistare da sole il potere hanno profondamente modificato il dibattito democratico. In altre parole, hanno dettato l’agenda alle formazioni moderate e imposto i temi dell’identità, dell’immigrazione, dell’islam al centro del dibattito pubblico in una chiave di chiusura, di paura, di ripiegamento.

È stato particolarmente vero per la destra francese di Nicolas Sarkozy e François Fillon, oggi guidata da Laurent Wauquiez, sotto il ricatto elettorale del Front national. In Italia lo si è visto nel rapporto Berlusconi-Salvini. Inoltre le tematiche euroscettiche e sovraniste hanno dilagato anche a sinistra, condizionando spesso le forze di ispirazione socialdemocratica.

È illuminante da questo punto di vista la spaccatura del Partito socialista francese del 2005, quando per meri calcoli elettorali e sotto la pressione della sinistra radicale e sovranista numerosi responsabili (Laurent Fabius in testa e Manuel Valls per un certo tempo) si pronunciarono per il no al referendum sul trattato costituzionale europeo.

Si può anche ricordare quando Matteo Renzi, alla vigilia del referendum sulla riforma costituzionale del 4 dicembre 2016, decise di togliere le bandiere europee in occasione di una conferenza stampa e attaccò la burocrazia di Bruxelles nella speranza di attirare il consenso degli euroscettici, lui che poche settimane prima aveva reso omaggio ad Altiero Spinelli a Ventotene. Forse, con una componente di federalisti europei nella sua maggioranza e in parlamento, l’ex presidente del consiglio sarebbe stato più cauto nello strumentalizzare questi temi.

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Oggi i sostenitori degli Stati Uniti d’Europa sono probabilmente una minoranza nell’opinione pubblica. Ma organizzati e strutturati intorno a una figura come quella, in Italia, di Emma Bonino possono finalmente contrastare la spinta euroscettica e, a loro volta, dettare l’agenda politica. Una presenza in parlamento di gruppi apertamente federalisti come +Europa o Insieme sarebbe in grado di fare uscire dall’ambiguità le altre forze moderate, spingendo sia quelle di destra sia quelle di sinistra a scegliere dove vogliono stare: con chi lascia il campo agli estremisti o con chi ritiene che gli Stati Uniti d’Europa sono oggi condizione necessaria della politica per affrontare le sfide della modernità.

Forse non è un caso se il Partito democratico, nato senza dubbio come filoeuropeo (anche se pure nel suo congresso fondatore a Roma, nel 2007, aveva dimenticato le bandiere blu stellate dietro il palco), ha tenuto a gennaio a Milano una manifestazione intitolata “Il futuro si chiama Stati Uniti d’Europa”. Sotto la pressione di +Europa, il Pd rivendica più Europa. E se l’esperienza italiana facesse scuola? In democrazia, la politica è anche un rapporto di forza. La pressione dell’estrema destra lo dimostra, ovunque. Pertanto quando il gioco si fa duro, anche gli europeisti debbono cominciare a giocare.

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